
«In Francesco d’Assisi c’è tutto il Medioevo»: così scrive lo storico francese Jacques Dalarun. Ebbene: questa affermazione può essere estesa al confronto tra Francesco d’Assisi e Valdo di Lione: nelle loro due diverse proposte cristiane, nei loro due diversi destini, c’è davvero tutto il Medioevo. E questo emerge molto nitidamente nel volume Valdo di Lione e Francesco d’Assisi. Due esperienze cristiane.
Il libro edito da Claudiana sviluppa innanzi tutto un doppio ritratto progressivo di Valdo e di Francesco, in cui i due soggetti si delineano per contrasto. Ma le due vicende – da un lato, la dura condanna ereticale; dall’altro, una rapidissima canonizzazione – consentono di far emergere anche uno spaccato limpido delle dinamiche portanti del Medioevo. E, forse, non del Medioevo soltanto.
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Il volume prende abbrivio da una domanda ricorrente: «Ma perché Valdo è stato condannato come eretico mentre Francesco è diventato santo?». L’interrogativo, legittimo, scaturisce constatando in entrambi la scelta eclatante e innegabile di una povertà che presenta medesimi caratteri: è povertà volontaria, radicale, neotestamentaria.
A prima vista, sembrerebbe anche la medesima scelta di povertà. Ma non lo è. In Valdo la povertà è apostolica, in Francesco la povertà è cristica.
In Valdo la povertà è funzionale alla predicazione, obbedendo al comando di Marco 16,15: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura». È cioè una povertà pragmatica che consente di muoversi spediti e leggeri per il mondo, a concentrarsi sull’annuncio universale e itinerante. Si rifà alle indicazioni contenute in Matteo 10: le disposizioni date da Gesù Cristo agli apostoli inviandoli per il mondo ad annunciare.
In Francesco la povertà è invece cristica e kenotica. È lo svuotarsi di sé, l’abbassarsi, lo spogliarsi della propria volontà. Riprende la kenosis di Gesù Cristo, ossia l’incarnazione, come descritta nelle parole di Paolo in 2 Cor. 8, 9: «Cristo, da ricco che era, si è fatto povero». Si può quindi affermare che in Valdo di Lione c’è l’imitatio apostolorum mentre in Francesco d’Assisi prevale la sequela Christi.
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A dispetto di interpretazioni più tradizionali, che cercano tra Valdo e Francesco soprattutto convergenze e parallelismi, nel volume si vogliono evidenziare le divergenze tra le due esperienze cristiane. Queste si riscontrano in molti aspetti. Vediamone qui alcuni (rimandando lettrici e lettori al libro per una più dettagliata e completa disamina).
Prendiamo come primo esempio il rapporto con la cultura scritta. Valdo vuole impossessarsi delle Scritture: vuole tenerle materialmente tra le proprie mani, vuole conoscerle direttamente, vuole leggerle, vuole sfogliarle, studiarle e impararle. Per questo aveva commissionato a proprie spese una costosa traduzione in volgare di libri biblici. Ma non solo. Al testo biblico aveva voluto affiancare gli strumenti interpretativi in uso al tempo: glosse, commenti e autorità patristiche.
Francesco mostrava invece un atteggiamento contraddittorio nei confronti dei libri. Da un lato, venerava le Scritture in sé (si prostrava davanti al Vangelo e praticò più volte la bibliomanzia). Dall’altro lato, rifiutava però i libri, anche in modo estremo e intransigente, anche libri per la quotidianità religiosa. Francesco volle ridurre al minimo indispensabile i libri nella vita dei frati: perché costosi e perché tramite di un sapere ritenuto tanto vacuo quanto pericoloso. L’unico libro ritenuto davvero necessario era il nudo Vangelo. Tutto il resto era di troppo.
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Anche rispetto al lavoro si riscontrano due visioni radicalmente diverse.
Valdo rifiutava ogni lavoro manuale. Tutte le energie dovevano essere dedicate alla predicazione itinerante, senza compromessi. E i predicatori hanno diritto al sostentamento. Il fondamento scritturale veniva indicato nelle parole di Paolo: «Il Signore ha disposto a coloro che annunciano il Vangelo di vivere del Vangelo» (1Corinti 9, 14). Valdo rompeva ogni patto con il lavoro: una scelta potenzialmente assai minacciosa per lo status quo.
Con Francesco, invece, il lavoro manuale era obbligatorio e prescritto firmiter (fermamente) per tutti i frati. Doveva essere un lavoro precario e senza retribuzione, pensato non per guadagnare ma per evitare l’ozio. Francesco non metteva quindi in discussione il vigente sistema del lavoro: lo accettava e sceglieva di viverlo, ma nei suoi livelli più bassi, fragili e marginali, coerentemente alla propria scelta di sottomissione.
Nel latino medievale questo tipo di lavoro veniva indicato come «laboritium», ossia un lavoro occasionale, a giornata, mal pagato.
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Un altro aspetto di grande diversità tra Valdo e Francesco è il rapporto con le donne.
Nelle prime generazioni valdesi vi erano anche donne coinvolte nell’itineranza e con ruoli attivi nella predicazione. Valdo riconosceva alle donne voce e azione. E se le predicatrici valdesi (chiamate sprezzantemente ma icasticamente «apostole» dai loro denigratori) andavano sulle strade nel mondo ad annunciare libere e ad alta voce, a San Damiano, nella comunità delle Povere Signore iniziata da Chiara di Favarone, dominavano silenzio, reclusione, immobilità.
Ma non solo: Francesco si premurò di tenere ben distanti le donne da sé e dai suoi frati: nei suoi scritti le sue indicazioni in tal senso sono perentorie quanto inequivocabili. Pensiamo anche all’episodio emblematico narrato da Tommaso da Celano, noto come «la predica del silenzio»: chiamato a predicare a San Damiano, Francesco pur controvoglia cede alle richieste insistenti. Ma lì giunto, si pone immobile, in silenzio, con cenere sulla testa, al centro di un cerchio di cenere, creando una vera e propria barriera protettiva sul modello dei cerchi di sale o disegnati con bacchette o coltelli e tipici della ritualità magico-superstiziosa.
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Un’altra questione nodale è l’obbedienza.
E sarà quella che ne deciderà il destino di eresia e di santità. Con Valdo si configura una comunità improntata all’orizzontalità, dove non si ha un capo e non si è capo. Francesco proponeva invece una fraternità improntata alla subalternità, alla sottomissione, anche reciproca. Se Valdo idealmente afferma: «Nessuno comandi!», Francesco idealmente risponde: «Tutti servano!».
Inoltre per Valdo l’autorità può essere messa in discussione. Il riferimento è Atti 5, 29: «Bisogna obbedire a Dio più che agli uomini». Francesco dichiara invece la deliberata e piena sottomissione alle gerarchie e alle istituzioni ecclesiastiche: l’obbedienza è totale, senza condizioni.
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L’opposto destino si legge oggi anche nelle due città di origine.
Valdo, il «nuovo apostolo», viene cacciato da Lione e cancellato dalla memoria della sua città: la strada dove abitava per lunghi secoli sarà chiamata «la strada maledetta». Per il resto, la città di Lione ha dimenticato quasi del tutto Valdo. Una vera e propria damnatio memoriae.
Francesco, il «novellus pazzus», scelse la Porziuncola in Santa Maria degli Angeli come proprio «quartier generale»: fuori dalle mura di Assisi, ma vicino alla propria città, dove tornava per predicare e mendicare. È noto che, dopo le iniziali derisioni, Assisi lo riconobbe con grande orgoglio.
E dopo la morte, nacque un legame fortissimo, osmotico, tra Francesco e Assisi. Al punto che la città di Assisi ha assunto un’identità che – basata sulla persona di Francesco – lo ha travalicato. Ad esempio, essa fu scelta da papa Giovanni Paolo II nel 1986 per il primo grande raduno interreligioso – incontri che proseguono ancora oggi e che fanno parlare dello «spirito di Assisi», le religioni e gli umanisti per la pace.
Francesca Tasca, Valdo di Lione e Francesco d’Assisi. Due esperienze cristiane, Claudiana, Torino 2025.






L’impostazione generale del testo è corretta, aggiungo soltanto una osservazione circa la condanna di Valdo e il riconoscimento di Francersco da parte della Chiesa: Francesco non toccava la struttura organizzativa della Chiesa, Valdo la incrinava alla base. Nella Chiesa cattolica sono permesse tutte le variati, purchè non tocchino l’organizzazione materiale.
Mi pare bello e importante approfittare dell’ottavo centenario della morte di S. Francesco per favorirne la conoscenza da vari punti di vista: e questo confronto con Valdo è sicuramente originale. Naturalmente le differenze tra i due personaggi ci sono, ma il confronto evidenzia pure le somiglianze, anche se con accentuazioni diverse (per es. la povertà apostolica e quella da sequela Christi). Per quanto riguarda il differente approccio alla sacra scrittura si deve mettere in evidenza che mentre per Valdo è importante il testo biblico (scritto), per Francesco (e la Chiesa Cattolica) essendo duplice la fonte della rivelazione (Tradizione e Bibbia), la scrittura diventa un mezzo per veicolare la parola di Dio, uno strumento che la contiene, ma non s’identifica con essa.
Molto belle anche le osservazioni su obbedienza e servizio, sul “nessuno comandi” e la sottomissione. Per quanto riguarda il riconoscimento reciproco persona-città bisogna tener conto pure dell’azione degli “eredi” delle due personalità: se pensiamo ad Assisi venne costruita la basilica, per i frati francescani venne improntato e organizzato un ordine religioso secondo le regole canoniche, per Francesco la canonizzazione… Tutte cose istituzionali che, sebbene sul momento sembrino sfigurare le intuizioni di Francesco, con l’andar del tempo
portano i loro frutti umani. I valdesi invece dando la priorità solo a Cristo non potevano certo fare di Valdo un personaggio (un “santo”), pensando la Chiesa come una realtà spirituale (in forza della povertà apostolica) non potevano costruire un tempio al fondatore,… La stessa dottrina valdese ha quindi imposto le differenze che oggi notiamo. La cosa bella è che la differenziazione è stata possibile fin dall’origine dei due movimenti religiosi e ha permesso di mantenere nel proprio solco ciascuna delle due realtà.
Dopo la lettura della presentazione del libro, propendo piu’ per Valdo che per s. Francesco. I due personaggi vanno contestualizzati nel loro tempo, totalmente differente dalle sensibilità, esperienze e studi storici attuali.
Un popolo, il miltoniano Israele delle montagne, anche nella persecuzione e nel biblico rientro alle Valli, nell’estate 1689 e un secolo prima dell’Ottantanove Liberatore.
Predicazione antisemita dei successori di Francesco, difficile capire cosa ne avrebbe pensato. Ma anche successori alla transizione tra pensiero medievale e modernità, Occam, Bacone, ciò che noi oggi chiamiamo intellettuali inquieti e precursori del pensiero scientifico.
L’espressione “segno di contraddizione” non mi pare inappropriata per entrambi, tra i pochi giganti del medioevo di cui è piacevole pensare.
Ricerca del “pelo nell’uovo”!
Valdo è molto più simile ai preti, vescovi e Papa attuali, Agostiniano più che Cristico.
Non sono queste le ragioni valude per una scomunica!
Due invece sono le cose fastidiise per la Chiesa:
La valorizzaxione delle donne, vista sempre come fumo negli occhi e la pretesa di Obbedienza (cieca e assoluta) agli UOMINI della Chiesa piuttosto che a Dio!!!!
Ecco le vere ragioni della illogica ed errata scomunica!!!
Costoro non hanno fissa dimora, se ne vanno in giro a due a due scalzi, vestiti di rozzi sai di lana, non possiedono nulla, hanno tutto in comune come gli apostoli e nudi seguono il nudo Cristo. Ora cominciano con l’assumere questo atteggiamento umilissimo giacché non possono prendere piede, ma, se noi li accettassimo, sarebbero loro a cacciarci.
Walter Map https://moodle2.units.it/pluginfile.php/362339/mod_resource/content/1/2%20Walter%20map%20sui%20valdesi.pdf