
Foto di Franco Origlia/Getty Images
In questi giorni si celebra il centenario dell’istituzione dell’Ordinariato militare in Italia. In realtà era stato attivato, nonostante la linea ufficialmente separatista dell’età liberale, durante la Grande guerra, per essere poi soppresso al suo termine. Rifondato dalla Santa Sede il 6 marzo 1925, era stato riconosciuto dal regime fascista con una legge dell’11 marzo dell’anno successivo.
Si trattava di una delle molteplici concessioni del Duce alla Chiesa. Dovevano sfociare negli accordi del Laterano, firmati da Pio XI nell’illusoria convinzione di poterne fare la base giuridico-politica su cui costruire il regno sociale di Cristo nella penisola. Disciplinavano anche l’Ordinariato con una normativa che la revisione del Concordato del 1984 non ha toccato.
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Le celebrazioni centenarie sono culminate nell’incontro con il papa il 7 marzo scorso. Il quadro internazionale segnato dalla guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran – con il coinvolgimento di altri Paesi dell’area mediorientale – rendeva di particolare rilievo l’occasione per chiarire le posizioni vaticane sui conflitti in corso.
Difficile, infatti, non collegarla con l’intervista rilasciata nello scorso gennaio dall’Ordinario militare americano, Timothy Broglio, la cui autorevolezza è attestata dal fatto che aveva poco prima cessato le funzioni di presidente della Conferenza episcopale statunitense. In quel torno di tempo, il presidente Trump minacciava l’invasione della Groenlandia.
L’arcivescovo aveva allora ricordato che era lecito al soldato cristiano – nonostante le ovvie difficoltà cui andava incontro – sottrarsi ad ordini immorali. Prospettando l’attacco militare all’isola danese come una fattispecie di questo tipo, Broglio forniva un’interpretazione estensiva dell’articolo 2313 del Catechismo della Chiesa cattolica pubblicato nel 1997.
Qui si prevedeva infatti – all’interno della trattazione della «guerra giusta» – che il soldato credente si sottraesse al dovere dell’obbedienza nei confronti dei superiori, quando gli fosse ordinato di compiere «azioni manifestamente contrarie al diritto delle genti e ai suoi principi universali».
Come si capiva dal contesto, il riferimento andava al diritto internazionale umanitario (infierire su non-combattenti, feriti, prigionieri; sterminare un popolo, una nazione, una minoranza etnica; distruggere una città o un’intera regione).
L’Ordinario americano faceva a questa fattispecie un’integrazione: anche la violazione del diritto internazionale costituiva un atto eticamente illecito, cui si poteva disobbedire. È vero che il suo discorso introduceva un limite, perché l’immoralità era ricondotta a un caso specifico: l’invasione di uno Stato sovrano e alleato. Ma, come ha su queste stesse pagine ricordato Severino Dianich, il discorso inevitabilmente aveva un valore generale. Si applicava a ogni guerra di aggressione.
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I media ufficiali della Santa Sede, pur senza dare particolare rilievo all’intervista di Broglio, l’hanno fatta conoscere. Si pone, dunque, il problema di capire il giudizio vaticano sulla guerra in questi giorni avviata da Trump contro l’Iran. Lo si può ricavare da un’intervista del Segretario di Stato, cardinal Parolin, concessa il 4 marzo al direttore de L’Osservatore romano.
In quel momento, l’amministrazione americana giustificava l’inizio delle ostilità come una necessaria risposta al rifiuto iraniano di negoziare sulla produzione di missili balistici. Coerentemente con le posizioni espresse in materia da Giovanni Paolo II, il cardinale dichiarava che ogni guerra preventiva è immorale.
Ma forniva anche un più ampio criterio di valutazione sulla guerra. Asseriva infatti che essa testimoniava il crollo del tentativo costruito dopo la Seconda guerra mondiale di fare delle Nazioni Unite il luogo di composizione pacifica delle contese tra gli Stati. Il ricorso alla forza militare si era sostituito alla giustizia e al diritto internazionale nell’illusoria «convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».
La portavoce del presidente americano, secondo l’ormai abituale stile ondivago e contradditorio che caratterizzano le sue pubbliche dichiarazioni, ha poi dato una spiegazione della guerra in chiave difensiva. Era necessaria per impedire che si ripetessero le uccisioni di connazionali da anni perpetrate dal regime di Teheran.
Questo tentativo di far rientrare le operazioni militari in Iran nel quadro dei canoni della «guerra giusta» appare assai maldestro alla luce dello sfrenato bellicismo dei discorsi presidenziali. Siamo davanti – come ha detto anche il Ministro della difesa italiano – a un’aperta violazione del diritto internazionale, cioè a una guerra che la Santa Sede ritiene illecita.
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È dunque applicabile al conflitto in atto la posizione espressa da Broglio sul rifiuto di obbedire a ordini immorali? L’attuale posizione vaticana sull’obiezione di coscienza emerge nell’omelia tenuta dal cardinal Parolin il 3 marzo scorso, proprio alla messa celebrata per il centenario dell’Ordinariato militare italiano.
Nella circostanza ha affermato che, in ogni scenario di guerra, compito dei suoi membri è mantenere viva la «coscienza militare» del soldato, in quanto luogo in cui si gioca il discernimento dei valori fondamentali del cristianesimo. La Chiesa vi comprende la fedeltà allo Stato, ma al suo vertice pone il rispetto della dignità umana. Il cardinale, sembra di capire, si è attenuto al dettato del Catechismo: l’obiezione di coscienza riguarda le violazioni del diritto umanitario internazionale.
Il discorso di Leone XIV ai rappresentanti dell’Ordinariato non ha invece preso in considerazione il tema della coscienza. Il papa ha sostenuto che la guerra è inevitabile per il peccato in cui vivono gli uomini, aggiungendo però che, grazie alla venuta di Cristo, la violenza può essere superata. E ha indicato ai cappellani il modo in cui perseguire questo obiettivo: «Tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine».
Si tratta di una posizione innovativa, perché il pontefice – pur senza ricordare la sacralizzazione della violenza bellica cui si sono talora abbandonati i cappellani militari nelle due guerre mondiali – ha accuratamente evitato ogni possibile legittimazione di quel nazional-cattolicesimo che ha costituito l’ideologia di riferimento per l’Ordinariato militare in Italia e nei vari paesi del mondo. I cappellani sono ora posti al servizio degli interventi umanitari guidati dalle Nazioni Unite.
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Si deve allora concludere che la Santa Sede non è ancora pronta a quella integrazione al Catechismo compiuta dall’ordinario militare americano? Come mostrano numerose dichiarazioni, la prima preoccupazione di Prevost è promuovere nella Chiesa un’adeguata pedagogia della nonviolenza. Mi pare che in questa chiave si possano leggere gli interventi della Santa Sede.
Si tratta di attenersi, per il momento, al Catechismo, in attesa che l’intero popolo dei fedeli abbia maturato l’inscindibile nesso tra pace e Vangelo. Allora si potrà prospettare la sottrazione del credente non solo agli ordini che violano il diritto umanitario, ma anche a quelli che violano il diritto internazionale.
Intanto, lo stesso pontefice, nel discorso al corpo diplomatico dello scorso gennaio, ha vigorosamente richiesto agli Stati il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, in tutta la sua estensione: «Che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari».





