
La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana promuove una Giornata di preghiera e digiuno per venerdì 13 marzo. L’invito è rivolto a tutte le comunità ecclesiali. La Presidenza della CEI ribadisce, ancora una volta, che la guerra non è e non può mai essere la risposta; che la logica della forza non può e non deve sostituirsi alla paziente arte della diplomazia, unica via percorribile per la risoluzione di controversie e contese; che il rumore assordante delle armi non può soffocare la dignità e le legittime aspirazioni dei popoli; che la paura e la minaccia non possono vincere sul dialogo e sul bene comune.
In questo drammatico momento, si trova scritto sul sito della Cei (qui), “il grido delle vittime giunge a noi con una forza che ci interpella direttamente; le immagini di violenza crescente ci sconcertano e chiamano a un impegno rafforzato”. Un impegno corale e consapevole che deve tradursi in gesti di prossimità e di preghiera quotidiana.
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L’iniziativa dei vescovi italiani segue a distanza di una settimana quella analoga della Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG). “Come donne religiose consacrate, presenti nei contesti più fragili della società e vicine a chi soffre, non possiamo rimanere in silenzio di fronte a una spirale di distruzione che mina la dignità umana e mette a rischio il futuro delle nuove generazioni”, ha notato suor Roxanne Schares, SSND, Segretaria Esecutiva della UISG.
La UISG con questa iniziativa ribadisce che la pace non è un’astrazione, ma un bisogno umano fondamentale negato a milioni di persone.
Tra le prese di posizione degli ultimi giorni, spicca dal Vaticano, dove è stato in visita, il cardinale arcivescovo di Chicago Blaise Cupich. In un mondo frammentato e minacciato dalla guerra, ha detto, i cristiani possono rafforzare i loro legami di unità per mostrare al mondo che la pace è possibile. I leader della Chiesa cattolica “devono anche assicurarsi che le persone capiscano cosa è in gioco quando optiamo per la guerra e le conseguenze che ne derivano”, ha dichiarato al Catholic News Service il 2 marzo (qui).
“Penso che i responsabili religiosi debbano guidare il nostro popolo, dandogli voce su quali siano i principi morali da seguire quando si tratta di perseguire la pace e cosa si dovrebbe tenere in considerazione quando vediamo conflitti che in qualche modo cercano di essere risolti con atti di guerra, guerre che sembrano essere una scelta piuttosto che una questione di necessità”.
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Pochi giorni dopo abbiamo visto l’immagine del presidente Trump pregare con alcuni responsabili del mondo evangelical statunitense. Commentando l’episodio, il teologo e pastore valdese Paolo Naso ha sottolineato su “Famiglia Cristiana” (qui) che “La preghiera è politica e chiede l’aiuto di Dio per la vittoria contro le forze maligne.
Il genere teologico è quello del nazionalismo cristiano, di un patriottismo religioso che celebra il destino di una nazione che si pone al cospetto di Dio nella coscienza della sua elezione e del suo particolare ruolo nella comunità delle nazioni”.
Sul significato della preghiera per la pace, affinchè non sembri una delega che ci esime dall’agire, la teologa Simona Segoloni, presidente del Coordinamento Teologhe Italiane, ma sul suo profilo Facebook (qui), ha commentato che “quando la minaccia alla pace e alla vita sono le dinamiche politiche internazionali è su quel piano che dobbiamo chiedere a Dio la conversione del cuore e questo significa voler piegare la nostra volontà al bene di tutti e lasciarci ispirare azioni contrarie al sistema economico e sociale vigente. Sappiamo che il sistema economico è diventato di una ingiustizia smodata e sappiamo che questo provoca violenza e prevede la guerra come elemento sistemico. A questo livello da soli non possiamo fare niente, ma unendo competenze e forze sì. Preghiamo insieme per sintonizzare i cuori sulla volontà di pace, sul desiderio di impegnarci a fare i passi necessari per un mondo altro. Non si prega, mi sembra, per chiedere a Dio di fare le cose al nostro posto, ma perché la Sua parola ci mostri dove lo Spirito ci vuole portare e ci insegni a seguirne le tracce con gesti concreti di giustizia e resistenza alla violenza”.
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Da notare che se “visitiamo” i siti di alcune conferenze episcopali (Francia, Spagna, Messico, il Celam a livello regionale per l’America Latina), non si nomina il conflitto in corso in Medio Oriente. Per il Regno Unito, fa eccezione mons. Bosco MacDonald, vescovo di Clifton, il cui statement è ripreso nel sito internet (qui).
Da notare che l’8 marzo, su Facebook, l’account Cristiani nella Contemporaneità, un gruppo privato, ha postato in evidenza un appello dei Missionari Comboniani Italiani (qui), né sulla giornata internazionale in corso, né sui conflitti in corso, ma a votare “no” al referendum di fine mese.





