Aree interne: nel deserto si aprirà una strada?

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Ineluttabile, inesorabile, inarrestabile: sono le tre “i” con le quali, più o meno indirettamente, da diversi fronti, è inquadrato il fenomeno della desertificazione di alcune aree del nostro Paese.

In alternativa, tuttavia, si pone anche un altro modo di studiare, analizzare e osservare questo processo di spopolamento di alcuni territori, ed è quello di intendere questa particolare situazione come una transizione[1], un processo in continua trasformazione ed evoluzione che però chiede di essere accompagnato con proposte coraggiose, capaci di governare l’inesorabile cambiamento ma senza abbandonarlo alla casualità, attraverso un esercizio di immaginazione[2] ed una orientata visione progettuale di futuro.

In tal senso occorre superare derive argomentative “piccoloborghiste” e di “borgomania” che tendono a mitizzare questi luoghi: una riflessione attenta su questi temi, infatti, deve mirare anzitutto a sdoganare versioni enfatizzate e retoriche, secondo le quali il “piccolo e il periferico è sempre bello”… magari perché ha mantenuto intatti la bellezza e il fascino naturale degli ambienti. Non di rado, invece, tanti contesti insediativi che rientrano tra le “aree interne”, presentano strutturali penurie di servizi che le rendono, purtroppo, invivibili (la quarta “i”!).

Quindi, di fianco ad un esercizio di immaginazione, occorre anche un esercizio di realtà e nell’interazione di questo unico grande e circolare esercizio, abilitarci ad analizzare concretamente la questione di quelle aree che sono in continuo e progressivo spopolamento.

Risemantizzare la questione delle “aree interne”

La storia delle aree interne affonda radici molto lontane nel passato ma, delimitando il contesto cronologico alla contemporaneità, possiamo constatare che, nonostante i tanti sforzi, negli ultimi 20 anni questa ricorsività spopolamento-desertificazione-spopolamento, non è stata doverosamente attenzionata e quindi, ripeto, ben governata[3].

In tal senso la riflessione (sociale, politica, persino ecclesiale) su questi temi, è stata tardiva e si è accesa quando ormai il fenomeno stava raggiungendo punte estreme di disagio territoriale e abitativo. Ora, l’intermittenza della governance precisa e attenta su questo processo, ha provocato i danni che sono sotto la lente di tutti.

Partire da questo dato oggettivo, significa anche elaborare una nuova narrazione sul tema in questione, più sincera e adeguata al reale, più contestuale e meno simbolica, per affrancarla da ogni forma di retorica banale e inutili luoghi comuni.

Infatti, da una parte ci vuole la franchezza per denunciare le reali fragilità di questi territori (che nella concretezza si mostrano molto diversi da come vengono pennellati dai mass-media) e su cui bisogna lavorare, senza troppo insistere sul pessimismo autocommiserativo; dall’altra occorre una creatività generativa tesa ad individuare quei punti di forza che insistono su queste aree e che potrebbero fornire la chiave di volta per una svolta significativa.

Si tratta, dunque, di agganciare la discussione cercando di essere un po’ più prosaici come bene sintetizzato da Marco Belpoliti quando annota che, non di rado, «di colpo si materializza un altro paese fatto di posti marginali, nastri d’asfalto, città deserte, spiagge, casine abbandonate, strade provinciali, giardini incolti, recinzioni di lamiera, bar e uffici deserti. Si scopre l’esistenza di quei luoghi che capita di vedere “quando sbagliamo strada o siamo smarriti o stanchi, o nelle soste dei viaggi, o nei giorni vuoti, nei pomeriggi in cui non si sa dove rifugiarsi”»[4].

Alla luce di analisi approfondite, occorrono valutazioni realistiche, scevre da retorici tentativi di nostalgia paesaggistica o da forme di romanticismo bucolico, capaci di sviluppare un paradigma alternativo a quello attualmente in voga e così porre in essere strumenti nuovi per guidare il processo trasformativo in atto in questi territori.

Un siffatto impegno pubblico, che deve coinvolgere l’impegno e l’interesse di tutte le istituzioni sociali e le agenzie educative, si imbastisce con una buona dose di plasticità, con proposte concrete tese a generare un ripensamento ed una rimodulazione di questi luoghi, quindi un riposizionamento di queste “aree interne”, perché possano diventare attrattive, vivibili e desiderabili. E perché si riaccenda questa forma altra di vivibilità basata sulla plasticità, occorre innanzitutto che questi luoghi superino la penombra infrastrutturale nella quale sono ingabbiati e tornino ad essere primariamente accessibili.

Il convegno presso l’Istituto Teologico Calabro e la teologia pubblica

Con questi presupposti e orientamenti propositivi, l’Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola” (Catanzaro), ha celebrato il Convegno su “Chiesa e aree interne” (23-24 febbraio 2026). La consapevolezza di noi organizzatori è stata che il fenomeno dello spopolamento che determina desertificazione, in realtà provoca anche la riflessione teologica, la prassi pastorale e quindi la postura dell’essere Chiesa particolare in territori con queste precise peculiarità, tipiche delle aree interne (come ha ben illustrato il Prof. Vespasiano). Ma sempre partendo dall’analisi dei dati fattuali.

Di fatti, come comunità ecclesiale, non possiamo sganciarci dal contesto nel quale viviamo e nel quale annunciamo il Vangelo, perché la coscienza storica è un fattore fondamentale della costruzione dell’identità sia della persona che di un popolo, quindi anche del popolo di Dio. Recuperare questo elemento significa recuperare la contestualità della riflessione teologica che ha una dimensione “pubblica” in quanto «la coscienza storica è elemento costitutivo della fede cristiana, che incontra il Dio che salva in un cammino storico di popolo»[5].

Studiare il contesto nel quale si vive e si annuncia il Vangelo, significa impegnarsi ad individuare nuove prassi pastorali adatte al tempo e al luogo presenti perché «la rivelazione mostra il valore misterioso e incancellabile del presente, inteso come momento privilegiato e irripetibile dell’anticipo dell’eterno nel tempo»[6].

La riflessione teologica in tal senso, prima ancora di essere all’immediato servizio di soluzioni pastorali, intende sostenere una concezione diversa di riqualificazione e rigenerazione di questi territori, attraverso una modalità che tenga conto di un approccio antropologico, per cui questi luoghi devono poter parlare all’umano che in esso deve poter trovare la propria dimensione e la propria vita.

In tal senso, per esempio, la riflessione teologica si propone sullo scenario di questa discussione, per offrire, alla luce del proprio patrimonio argomentativo, una critica costruttiva alla visione puramente turistica e consumistica di questi luoghi, quindi utilitaristica, per centrare invece una progettazione che sia più etica, basata sulla costruzione di una reale abitabilità quotidiana, guidata da nuove economie più solidali e da forme di società locali rispettose della diversità territoriale.

In sostanza, la riflessione teologica intende suggerire primariamente un nuovo modo di abitare questi territori con un approccio offerto anche dalla bussola dell’enciclica Laudato si’ all’interno della quale leggiamo che in fondo gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vedere la vita, di sentire e di agire (cfr. LS, n. 147).

Questa visione più organica, allora, potrà fungere da sfondo anche per individuare strategie pastorali, indicazioni pratiche per un impegno ecclesiale su questi luoghi che, da una parte, deve accettare l’impossibilità di ripetere su questi territori la stessa pastorale organizzata a livello urbano, dall’altra parte deve poter far sentire la propria voce profetica, e quindi non appiattirsi e adeguarsi a replicare quanto accade a livello civile, ovvero limitarsi ad offrire una animazione ecclesiale stagionale, magari legata solo al turismo religioso, o peggio ancora, abbandonando del tutto questi luoghi.

Nella fatica di integrare i progetti

Dal confronto della riflessione teologica con le altre scienze (soprattutto quelle sociali), si consta come risultano essere insufficienti le politiche verticali unidirezionali. Infatti, pur essendo importanti, le politiche bottom-up (quelle che partono dal basso), frutto dell’iniziativa della società civile e guidate dal principio di sussidiarietà, non possono essere risolutive perché per sviluppare progetti solidi e a lungo termine, occorre l’integrazione di queste con le politiche top-down (dall’alto) che purtroppo, nella fattispecie, risultano essere deficitarie, perché spesso carenti di una prospettiva futura e duratura.

Come già evidenziato, non di rado pare che le scelte politiche sembrano orientarsi unidirezionalmente verso l’esclusiva valorizzazione turistica e culturale di questi territori, per di più organizzati solo in alcuni periodi dell’anno (cfr. turismo stagionale), scadendo nel problema opposto, che è quello dell’overturism, un’altra forma, più o meno velata, di saccheggio di questi territori, mentre dovremmo educarci tutti ad abitare la terra senza calpestarla[7].

Allora occorrerebbe un maggiore coinvolgimento integrale di tutte le istituzioni per politiche circolari e bidirezionali, e così «uscire dall’esteticizzazione di un’Italia oleografica, prigioniera di un passato che è diventato merce e capitali culturale, per rientrare nell’effettiva realtà dei territori, abitati e vissuti dalle persone»[8].

Anche l’azione pastorale dovrebbe servirsi di un approccio place-based che preveda un impegno congiunto di quanto è centrale e locale con quanto è periferico e marginale, creare una sorta di porosità che consenta di tenere varchi aperti e comunicanti tra le zone più centrali e quelle più marginali, così da evitare l’abbandono di queste ultime.

Di fatti, l’argomento principe (anche teologico sociale) che tiene in piedi la riflessione su una sana ed autentica rigenerazione di questi luoghi (senza il quale cade tutta l’argomentazione), è quello di riconnettere gli spazi e le persone, perché si possa superare ogni forma di solitudine e di isolamento.

Dunque, fare rete, «mettere in rete tra di loro comunità piccole e sparse su territori vasti (comprese le loro strutture pastorali), iniziando magari dai bambini e dai giovani; cercando di individuare “in loco” qualche disponibilità (“carisma”, “ministero”) per costruire dei referenti parrocchiali che non chiudano a riccio la comunità, ma la mantengano aperta alle altre comunità vicine; tentando, in qualche luogo, anche dei “gemellaggi” tra comunità parrocchiali cittadine e piccole comunità rurali (il che va a beneficio anche delle prime), ascoltando le necessità e imparando a leggere le ricchezze delle comunità delle Aree interne da parte di tutte le comunità della Diocesi»[9].

  • Massimo Serio è docente di teologia morale presso Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola”.

[1] Cfr. A. Lanzani (a cura di), Italia di mezzo. Prospettive per la provincia in transizione, Donzelli Editore, Roma 2024.

[2] Cfr. F. Vespasiano, Per le aree interne. Un esercizio di immaginazione sociologica, FrancoAngeli, Milano 2024.

[3] In tal senso il documento governativo ufficiale che mappa la marginalità dei territori è la SNAI (Strategia nazionale per le aree interne) del 2013, quando l’allora ministro della coesione sociale Fabrizio Barca diede avvio a questa politica pubblica nel tentativo di affrontare questa grande questione sociale, servendosi di alcune direttrici come istruzione, salute e mobilità. Ma già prima dell’elaborazione della SNAI, particolarmente a partire dal 2008, queste questioni risultavano già particolarmente urgenti. Ora vista l’urgenza e la delicatezza del tema, pur essendo stata riconfermata per il ciclo 2021-2027, la governance della SNAI è stata affidata ad una “cabina di regia” istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, organo collegiale presieduto dal ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR, con il compito di adottare il PSNAI, “Piano strategico nazionale delle aree interne”.

[4] M. Belpoliti, Viaggio in Italia, in «Doppiozero», 13 luglio, https://www.doppiozero.com/materiali/clic/viaggio-italia.

[5] Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano (4 marzo 2026), n. 65.

[6] Ivi.

[7] Cfr. W. Magnoni, Abitare la terra senza calpestarla. A dieci anni dalla Laudato si’, Castelvecchi, Roma 2025.

[8] F. Barbera – D. Cersosimo – A. De Rossi, «Il paese dei borghi. Introduzione», in F. Barbera – D. Cersosimo – A. De Rossi, Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli Editori, Roma, XV.

[9] E. Castellucci, «Spunti ecclesiologici», in F. Accrocca (ed.), Dove la vita non vuole morire. Per una pastorale delle aree interne, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2022, 107.

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