L’«Imitazione di Cristo» è ancora attuale?

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Francesco Roat è l’autore del volume Attualità dell’Imitazione di Cristo, Graphe.it edizioni, 2026. L’intervista è stata curata da Giordano Cavallari.

– Caro Francesco, cosa sappiamo, in senso storico, della “Imitazione di Cristo”?

L’Imitazione di Cristo, per opinione comune degli studiosi, viene composta in un arco temporale che si situa tra la fine del XIII e l’inizio del XV secolo, in un ambito europeo segnato da epidemie, carestie, guerre civili e profonde tensioni religiose. È un periodo in cui il cristianesimo è vissuto non solo come dottrina a cui aderire formalmente, ma in primo luogo come impegno personale, all’insegna di un’etica avvertita quale sine qua non per la vita comunitaria.

L’opera si inserisce nel filone della Devotio moderna, corrente spirituale che promuove una religiosità quotidiana, centrata sulla disciplina, l’umiltà, la misura e – non certo da ultimo – sulla contemplazione.

La paternità del testo, tradizionalmente attribuita a Tommaso da Kempis, è oggi molto discussa, anzi studi recenti indicano Giovanni Gerseno, abate di Vercelli, quale autore più plausibile. L’analisi filologica dei codici italiani anteriori al da Kempis – come il De Advocatis, che io ho preso in considerazione –, mostra testi molto analoghi tra loro, tranne qualche rara disparità di carattere lessicale. Quello di Gerseno è contraddistinto da un latino lineare, sobrio, molto vicino all’italiano, e comunque diverso dal latino nord-europeo accademico.

La diffusione dell’opera, in ogni caso, fu enorme: centinaia di manoscritti e traduzioni testimoniano una lettura assidua in conventi, scuole, monasteri e anche in ambienti laici. Nonostante le varie fasi successive di secolarizzazione, essa non è mai stata del tutto dimenticata, avendo continuato a influenzare la riflessione morale e spirituale. Va però preso atto che, negli ultimi decenni, questo testo è stato via via sempre meno accostato anche dai più ferventi cristiani. Diciamolo fuor dai denti: un tempo era il libro più letto dopo la Bibbia, mentre oggi la maggior parte della gente non ne conosce nemmeno il titolo.

– Perché è un testo che dovrebbe o potrebbe tornare d’attualità, come sostieni già dal titolo?

Il successo può derivare dalla combinazione di profondità morale, semplicità stilistica e applicabilità pratica degli insegnamenti proposti. Non si tratta di uno scritto teologico concettoso; esso propone strumenti concreti per gestire le emozioni, riflettere sulla propria condotta e coltivare virtù morali.

I lettori vi trovano indicazioni utili per vivere una vita coerente e autentica, e la struttura meditativa suggerita aiuta chiunque – indipendentemente dalla sua formazione culturale o religiosa – alla contemplazione. Il linguaggio impiegato, sobrio e diretto, permette altresì di arrivare al cuore del lettore senza ostacoli linguistici.

– Ma c’è qualcosa che, tuttavia, resta inattuale?

Uno dei tratti più inattuali, almeno in apparenza, è la forte impronta ascetica del testo. L’insistenza sulla rinuncia, sull’umiliazione di sé, sulla diffidenza verso i beni del mondo e sulla vigilanza interiore, può risultare estranea a una cultura contemporanea che valorizza l’autorealizzazione in senso individualistico e narcisistico.

Inoltre, laddove l’insegnamento di Gerseno prevede la detronizzazione dell’ego e la discrezione/moderazione, il nostro tempo promuove visibilità, affermazione e narrazione pubblica del sé a tutti i costi. Questo crea una frattura evidente tra i valori e il modo di porsi tradizionale – specie rispetto ad una condotta impregnata dal cristianesimo – e gli pseudo-valori promossi da una certa mentalità moderna contraddistinta da disincanto, esibizionismo e consumismo.

Un altro elemento di inattualità riguarda il lessico spirituale tipico dell’opera. Formule come “vanità delle cose terrene” e “disprezzo del mondo” possono essere facilmente fraintese oggi, e viste come un invito all’alienazione sociale. Mentre nel Medioevo tali espressioni avevano un significato spirituale preciso: indicavano il distacco dalle illusioni e dagli attaccamenti disordinati.

Tuttavia, in un’epoca che tra i valori – se non altro teoricamente o formalmente – privilegia l’impegno civile, la responsabilità sociale e la partecipazione collettiva, questo linguaggio può apparire eccessivamente monastico, quasi antistorico.

***

– Perché, nell’introduzione, sostieni che l’Imitazione di Cristo è un’opera anche per i “non religiosi”, o i “non credenti” o i “diversamente credenti”?

Sì, io sostengo a spada tratta nella mia introduzione che l’Imitazione di Cristo possa essere letta anche dagli atei, dai non-religiosi e – detto in linguaggio politicamente corretto – dai “diversamente credenti”. Questo per una ragione fondamentale: il suo nucleo più profondo non è esclusivamente confessionale, ma antropologico ed esistenziale.

Anzitutto, il testo non è un trattato dogmatico, né un’opera di teologia sistematica. Non argomenta articoli di fede in senso scolastico, non costruisce dimostrazioni dottrinali, non presuppone competenze teologiche. È, piuttosto, un’opera di formazione interiore, costruita come un dialogo dell’anima con quello che è – secondo Meister Eckhart – il suo fondo: lo spirito; alla ricerca di un’autenticità/verità che può essere interpretata in senso religioso, ma anche laicamente quale ottimale modalità esistenziale.

Il testo affronta temi come l’inquietudine, la ricerca di senso, il confronto con la finitudine e il desiderio di realizzarsi al meglio. Anche chi non si identifica con la fede cristiana può trarne vari insegnamenti, quali: la gestione delle emozioni, la disciplina quotidiana, l’autoconsapevolezza e la costruzione di una vita coerente.

Il testo diventa così una guida pratica all’autoanalisi e alla crescita spirituale, accessibile a chiunque cerchi equilibrio e profondità, indipendentemente da una specifica collocazione fideistica.

– Il tuo libro fa un’analisi molto puntuale, quasi un’esegesi, capitolo per capitolo, del testo. Ti chiedo di fare qualche esempio di analisi “in controluce”.

Certo! Rispetto, ad esempio, a serenità versus ansiosa irrequietezza: nel mondo contemporaneo l’ansia deriva soprattutto da confronto sociale e frenesia. Il nostro testo insegna che la serenità interiore può scaturire da vari fattori, tra i quali la coerenza con sé stessi, il controllo delle passioni; ma anche il semplice trovare momenti di silenzio, di isolamento dal tumulto del mondo nella quiete.

Riguardo a gioia versus tristezza, Gerseno distingue la tristezza sterile dalla gioia autentica, radicata in una vita condotta con integrità, e non-dipendente dalle circostanze esterne.

Su apatia e prassi quotidiana, il nostro testo ci fa prendere atto di come l’accidia moderna può venir contrastata dalla disciplina riposta nelle piccole azioni quotidiane: come la cura di sé, dei rapporti interpersonali e dell’attenzione responsabile verso le attività/mansioni lavorative.

Sul classico tema: rinuncia versus tentazione, Gerseno osserva che pure quest’ultima può divenire occasione di conoscenza di sé, mentre la rinuncia consapevolmente accolta libera dagli attaccamenti illusori, insegnando come gestire desideri e impulsi.

Infine: vita versus morte. Il testo cristiano non vede l’exitus come annichilamento ma come un transito verso un’altra forma di esistenza futura. Con ciò, la coscienza della finitudine induce a vivere il presente pienamente e responsabilmente, il che dovrebbe favorire genuinità ed eticità in ogni scelta.

Il distacco qui descritto, poi, non è indifferenza, ma libertà interiore. Chi lo pratica può partecipare al mondo con maggiore autenticità, senza esserne schiavo. Il perfezionamento individuale non esclude l’azione sociale, ma la rende più genuina e responsabile. L’opera ci insegna a essere presenti e coerenti nella vita quotidiana, promuovendo relazioni vere e azioni significative, basate sulla consapevolezza e sulla sincerità.

Oltre alla dimensione spirituale, le indicazioni dell’opera hanno applicazioni utili: dalla gestione dello stress alla resilienza psichica, dalla cura dei rapporti con il prossimo al discernimento etico nelle scelte professionali e personali. La pratica del distacco permette di evitare reazioni impulsive, favorisce riflessione e consapevolezza, e rende ogni azione più significativa.

L’opera diventa così una guida pratica per la vita moderna, che auspico possa venir letta, insisto, pure da quanti religiosi non sono.

– Nel libro non manchi di cogliere le convergenze del testo medievale con autori, anche non cristiani, contemporanei: alla ricerca di una “verità” umana universale?

Sì, sono numerose le convergenze. Il testo mostra analogie sorprendenti con filosofi, mistici e pensatori moderni. Nel mio saggio io cito parallelismi con poeti quali Hölderlin, Hofmannstahl, Eliot, Rilke; con filosofi come Hegel, Schopenhauer, Heidegger; nonché con figure di grande rilievo spirituale come Etty Hillesum, Bede Griffiths, o maestri di meditazione nostri contemporanei, che si muovono in ambito buddhista, come Neva Papachristou o Corrado Pensa.

L’Imitazione di Cristo, insomma, si colloca come un ponte tra la spiritualità medievale e la ricerca contemporanea di equilibrio e saggezza. Riproporre la lettura dell’Imitazione di Cristo oggi non è dunque per nulla un atto di proselitismo, ma un invito alla riflessione, per favorire un dialogo proficuo tra chi è interessato alla ortoprassi cristiana, e chi, pur non aderendo per fede a quanto propongono i testi sacri evangelici, vuole comunque esplorarne meglio il messaggio.

***

– Leggere l’Imitazione di Cristo, serve a radicarci in una spiritualità tipicamente cristiana, ovvero a coltivare la fede in un “divino” che è universale?

Forse dovremmo davvero renderci conto, con la humilitas tanto amata da Gerseno, che la spiritualità ha sempre assunto varie forme/formule; infatti – se interpretiamo in senso paradossalmente aconfessionale quanto dice Gesù: “Lo Spirito soffia dove vuole” (Gv 3,8) – possiamo desumerne che tutte le tradizioni religiose hanno un loro modo di esprimere quello che viene chiamato, un po’ ovunque, il divino.

Ma qui non si tratta di cogliere nuove o diverse ottiche interpretative. Se la rilettura contemporanea di quest’opera può rivelarsi, anche nel terzo millennio, un valido strumento per una effettiva sequela di Gesù, essa altresì ci permette di aprirci nei confronti di quella dimensione ineffabile a cui ho alluso.

Va, infine, sottolineato che l’approccio di tipo mistico in questo trattato è centrale. Il testo insiste continuamente sul necessario ritorno all’interiorità per fare in modo che lo Spirito si riveli. Non si tratta di ottenere estasi straordinarie, ma appunto di sperimentare la presenza divina nell’anima. In estrema sintesi, la via mistica qui proposta è eminentemente ascetica: svuotarsi di sé per fare spazio all’Altro.

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7 Commenti

  1. Salvatore 12 marzo 2026
  2. Maria teresa. Molineris 12 marzo 2026
  3. Nicola 12 marzo 2026
  4. Trofrasta 12 marzo 2026
  5. Fiorella 12 marzo 2026
    • Pietro 12 marzo 2026
  6. Giuseppe 12 marzo 2026

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