
«Comprendere è comprendersi davanti al testo», dice Paul Ricoeur. Nel leggere L’inferno… che tristezza! (Maurizio Botta, L’inferno… che tristezza! Su fede e buonumore, ESD, Bologna 2025, pp. 288, € 19,00) bisogna mettersi in gioco. Le domande che lo attraversano non nascono da curiosità astratte, ma da un’urgenza reale.
L’autore non costruisce una teoria: apre un dialogo vivo e acceso, in cui il lettore si riconosce, di volta in volta, nelle obiezioni, nelle resistenze, nelle svolte. La scintilla, spesso, non è la risposta, ma la domanda che si riapre. È la terapia più urgente del nostro tempo, perché oggi la domanda di senso tende a spegnersi nella “coscienza anonima”, nel vivere secondo ciò che “si dice” e “si fa”, finché nessuno risponde più davvero della propria vita.
Per questo il libro è, prima di tutto, un’educazione alla domanda: senza di essa la vita scorre nell’impersonale e l’interiorità si assottiglia. E qui arriva l’intuizione più tagliente: quando ciò che è serio viene trattato in modo ridicolo, ci si mette un’armatura, impermeabile persino alla grazia. L’ironia diventa difesa e la superficialità una protezione. Questa è già una porta dell’inferno: perché rende impossibile lasciarsi toccare dalla serietà della vita e farsi coinvolgere dalla grazia.
Quattro parole di orientamento
È difficile restituire in poche righe la vastità dei temi e delle domande attraversate dal libro. Si può però indicarne la bussola, come fa l’introduzione: «Un libro di conoscenza, obbedienza, fedeltà, misericordia». Quattro parole che non chiudono il discorso ma lo orientano.
Perché conoscenza? Non quella dell’erudizione o, peggio, dell’accumulo di dati, ma la conoscenza come sguardo. Si tratta di assaporare la vita, sentirne il peso e la luce. Attingerne il significato. È sapienza più che informazione: non una postura “sopra” le cose, ma dentro le cose. È questa la vera intelligenza (intus-legere, leggere dentro) accordata al cuore e agli affetti; non una ragione che riduce la ricchezza del reale a mera “cosa” dominabile e controllabile.
Perché obbedienza? Parola impopolare e, proprio per questo, da salvare dal fraintendimento di oggi. Qui non è servilismo: è ob-audire, “tendere l’orecchio”. È intensità dell’ascolto. E l’ascolto, quando è vero, fa una cosa potente: rompe le mura dell’ego. Se ascolto davvero, smetto di usare il mondo come rumore di fondo e l’altro come specchio. Ob-audire non significa rinunciare a sé, ma è anzi condizione per maturare, perché non esiste un “io” autentico senza una reale disposizione al “tu”. In questa direzione, il libro ci riconduce all’originarietà del “noi” che precede l’io, lo fonda e lo educa (tra Scrittura e testimonianze concrete).
Perché fedeltà e misericordia? La fedeltà riguarda la volontà. È la virtù del tempo, quella che non scappa, non si svende, né si sostituisce, ma persevera nel bene nonostante gli ostacoli.
La misericordia è la forza di non ridurre l’altro al suo errore, né sé stessi alla propria ferita. Non cancella la verità: la attraversa con amore. È lo stile di un cuore pacificato: non perché non soffra, ma perché non lascia che la ferita diventi padrona. Abita il limite, lo indaga, ne porta il peso senza fuggire. Solo così un “io” può uscire dall’ego e diventare persona.
Il libro scardina un grande equivoco: la legge non è il nemico della vita, ma può esserne un potente alleato, facendosi grammatica del desiderio, ciò che la salva dal capriccio e dall’autodistruzione. È un punto delicato, attualissimo, e Maurizio Botta lo provoca con un’ironia tagliente: oggi, ai ragazzi – e spesso anche agli adulti – la santità sembra una faccenda triste. «La santità appare come una faccenda triste per persone tristi». Non a caso l’autore cita Giacomo Biffi: a volte “basta un professore” – una frase apodittica, una caricatura della storia della Chiesa – per far vergognare un ragazzo e incrinare la fede; per questo non basta “avere ragione”: bisogna imparare a pensare e argomentare. Anche questa è educazione all’ascolto.
Legge e libertà si elidono?
Perché accade questo fraintendimento quando si parla di leggi o di precetti? Perché siamo stati educati a pensare che legge e libertà stiano “sul ring”: mors tua vita mea, o l’una o l’altra. Ma questa è una scacchiera truccata; se accetti di giocare lì sopra, la pace non la conosci più.
Da qui il libro rivela il nervo scoperto di certa modernità: l’illusione di una libertà assoluta, senza limiti, che non educa ma consuma. Abbiamo disimparato ad abitare il limite – fallimento, mancanza, nudità e fragilità (‘arummìm) – e così anche il desiderio diventa febbre; pretende di saturare tutto e finisce per spegnersi.
È la versione contemporanea del volo di Icaro, o – più radicalmente – della dinamica drammatica narrata nella Genesi: vedere nel limite la castrazione e quindi rifiutarlo, fuggirvi, perdendo sé stessi e la relazione con l’Altro; come se l’io potesse fondarsi da solo. È il monoteismo del Sé, cioè un narcisismo autocratico che promette liberazione e produce prigione: questa è la gamba di argilla su cui rischiamo di edificare le relazioni.
Qui emerge una distinzione preziosa: il problema non è mettere l’uomo “al centro” (nessuno può uscire dalla propria coscienza), ma renderlo centro dispotico. Ciò avviene quando la coscienza diventa tiranna e l’uomo si pone al vertice di una piramide per disporre di tutto, persone comprese.
Il cristianesimo, invece, propone un antropocentrismo umile: l’uomo è al centro perché è dentro un disegno d’amore, non perché è padrone del mondo. Quando questo sguardo si perde, nasce l’uomo “calcolatore”: efficiente, ma impoverito; preciso, ma disaffezionato.
Sono questi gli esiti più amari: la morte dell’amicizia, della politica, della civitas, perché l’altro è una minaccia, un pericolo – in un’espressione, dalla “morte di Dio” alla “morte dell’uomo”. Ed è proprio qui che è naturale parlare di inferno, purgatorio e paradiso non solo come realtà ultime ma come realtà prossime: come modalità di vivere la relazione, di attingere il significato.
Inferno, purgatorio e paradiso
L’inferno come solitudine del Sé viene riletto come l’esito estremo del narcisismo: una “solitudine abissale” in cui l’individuo resta ostinatamente chiuso nel proprio errore – il cuore indurito delle Scritture (sherirùt lèv). È lo stato di chi rifiuta la “circolarità dell’amore” per restare prigioniero di un “io malato” che non sa più chiedere aiuto.
Il purgatorio è ascesi, catarsi, purificazione e cura. Il purgatorio non è una punizione esterna, ma un fuoco interiore che può iniziare già in questa vita. Psicologicamente, rappresenta il faticoso processo di “disimparare” il proprio egoismo. L’autore lo descrive come un «tornare a saper parlare»: passare dai suoni inarticolati del dolore infernale alla capacità di dire “grazie” e “ti amo”. È la “fisioterapia dell’anima” che cura i danni prodotti da una vita vissuta solo per sé stessi. In termini teologici è la fatica dell’Esodo, per uscire (yatsà) dalla schiavitù dell’anonimato e dell’ego.
L’approdo finale, il paradiso, coincide con l’abbandono del “piccolo io” per entrare nella realtà trinitaria, dove non esiste più un io isolato ma solo un “tu” e un “noi”. La vera libertà non è l’assenza di limiti, ma la dipendenza consapevole da un Amore (hèsed) divino che ci precede e ci fonda. Solo varcata questa soglia, l’uomo potrà riconoscersi davvero custode di un destino d’amore nascosto ed eterno: la santità non apparirà più – erroneamente – come qualcosa di triste o di rigido, ma come il massimo dell’intensità e della dinamicità, un’indescrivibile vertigine dell’anima che toglie il fiato, o meglio, lo restituisce: anzi, dona uno spirito nuovo (rùach chadashàh).
Quando ci si accorge di questo, non si torna più indietro: la conversione diventa irreversibile, perché ciò che prima sembrava norma esteriore viene riconosciuto come grazia operante e grammatica del cuore, necessità dello spirito – non perché vincoli con la forza, ma perché disvela all’uomo il suo desiderio intimo e incessante (nec-cessat), il fondo segreto della sua stessa anima.
Maurizio Botta, L’inferno… che tristezza! Su fede e buonumore, ESD, Bologna 2025, pp. 288, € 19,00, EAN: 9788855451215.





