
Il ministro israeliano Itamar ben Gvir sfoggia il simbolo del cappio durante la discussione della legge
Adottando lunedì 30 marzo una legge che introduce la pena capitale per i palestinesi riconosciuti colpevoli di atti di terrorismo in Cisgiordania occupata, la Knesset mina profondamente lo Stato di diritto e suscita forti critiche in Europa. La Croix, 31 marzo 2026.
Con 62 voti favorevoli contro 48 contrari, il Parlamento israeliano ha approvato, lunedì 30 marzo, una legge che istituisce, di fatto, la pena di morte come sanzione ordinaria per i palestinesi riconosciuti colpevoli di omicidi commessi nel contesto di atti qualificati come terrorismo in Cisgiordania occupata.
Si tratta di una svolta nella storia dello Stato ebraico che, dopo l’esecuzione del criminale nazista Adolf Eichmann nel 1962, aveva rinunciato all’uso della pena capitale nel proprio sistema giudiziario civile. Questa decisione, promossa dall’estrema destra religiosa, rappresentata dal ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, suscita preoccupazione anche all’interno delle stesse istituzioni israeliane.
Una legge costruita su misura
Con questo provvedimento, la pena di morte si applicherà alle persone riconosciute colpevoli di omicidio commesso con l’intento di «negare l’esistenza dello Stato di Israele», una formulazione che, di fatto, esclude gli estremisti ebrei autori di attacchi contro palestinesi.
Come sottolineano diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Adalah, il dispositivo appare concepito per introdurre una pena capitale rivolta specificamente ai palestinesi. Alcuni giuristi israeliani, a partire dal consigliere legale del ministero della giustizia, hanno avvertito che questa legge contrasta con i trattati internazionali sottoscritti da Israele.
Non meno preoccupante è l’aspetto procedurale del testo. I palestinesi della Cisgiordania occupata saranno, di fatto, giudicati da tribunali militari israeliani, un sistema da tempo criticato dalle organizzazioni per i diritti umani per le sue carenze strutturali. «I tribunali militari presentano un tasso di condanna degli imputati palestinesi superiore al 99% e sono noti per non garantire le condizioni di un giusto processo», spiega Anne Denis, responsabile della commissione per l’abolizione della pena di morte di Amnesty International Francia.
In tale contesto, la condanna a morte potrà essere pronunciata a maggioranza semplice dei giudici, e non più all’unanimità; l’esecuzione per impiccagione dovrà avvenire entro novanta giorni dalla sentenza definitiva. Non sarà prevista alcuna possibilità di grazia per i condannati da questi tribunali militari. Una disposizione che Amnesty International definisce, in un comunicato, «una delle più estreme al mondo» in materia di pena capitale.
Erosione continua dei contrappesi
Questo voto si inserisce in una traiettoria più ampia.
Dall’attacco del 7 ottobre 2023 e dalla guerra di Gaza che ne è seguita, il Governo Netanyahu, sotto la pressione della sua componente più radicale, ha progressivamente eroso i contrappesi istituzionali. Le regole di ingaggio dell’esercito in Cisgiordania sono state allentate fino a consentire l’uso letale delle armi anche contro lanciatori di pietre, mentre quasi un centinaio di detenuti palestinesi sono morti in detenzione da allora.
Con questa legge, Israele suscita critiche anche tra alcuni dei suoi alleati storici. Regno Unito, Francia, Germania e Italia hanno messo in guardia contro una normativa che rischia di «compromettere gli impegni di Israele in materia di principi democratici».
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez si è spinto oltre, definendo la misura «un ulteriore passo verso un regime di apartheid». Da parte sua, Washington ha scelto di rispettare «il diritto sovrano di Israele».
Sono già stati presentati ricorsi davanti alla Corte suprema israeliana, e alcuni giuristi ritengono che questa istituzione potrebbe invalidare le disposizioni più discriminatorie della legge. Si preannuncia dunque una battaglia giudiziaria complessa, in un Paese in cui il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte cercato, negli ultimi anni, di ridurre le prerogative della stessa Corte.






Sempre più inquietante, davvero