
A ottant’anni dalla morte di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), prete, storico e teologo, uno dei più importanti esponenti del “modernismo” cattolico, riproponiamo la testimonianza di uno dei suoi più cari discepoli, Ernst Benz (1907-1978). Professore a Marburg (Germania), egli aveva conosciuto, frequentato e collaborato con Buonaiuti. Nel testo ripercorre da amico e testimone la vicenda umana e intellettuale dello storico e teologo italiano. Questa testimonianza è apparsa su una pubblicazione del 1968, curata da Francesco Sciuto che raccoglie sette memorie di amiche e amici: Ricordi su Ernesto Buonaiuti (Edigraf Catania e distribuito da Bottega d’Erasmus di Torino).
La mia conoscenza personale con il professor Ernesto Buonaiuti risale al 1927. In quell’anno, grazie a una borsa di studio della Fondazione accademica nazionale tedesca, mi iscrissi alla Facoltà di filosofia dell’università di Roma, dove frequentavo principalmente lezioni di filosofia classica, filologia, studi religiosi e archeologia. A quel tempo, il nome del professor Buonaiuti mi era completamente sconosciuto. Abitavo proprio accanto al Pantheon, la cui cupola si ergeva di fronte alla finestra della mia camera.
Avendo deciso di perfezionare il mio italiano il più rapidamente possibile, cercavo soprattutto la compagnia di studenti italiani. Un membro del seminario del professor Pettazzoni mi informò che, oltre a Pettazzoni, all’Università di Roma c’era stato un professore di storia della Chiesa di nome Ernesto Buonaiuti, che era entrato in conflitto con il Sant’Ufficio e, di conseguenza, aveva dovuto interrompere l’insegnamento all’università.
Questo studente era Pilo Albertelli, entrato poi nella storia italiana come una delle vittime delle Fosse Ardeatine, dove fu fucilato come ostaggio dalle autorità di occupazione tedesche nel 1944. Pilo Albertelli mi disse che il professor Buonaiuti continuava a tenere lezioni private a casa sua e mi invitò ad assistere a queste lezioni private.
Il gruppo semi-clandestino
Dato che tenevo molto a stabilire contatti personali negli ambienti universitari italiani, accettai volentieri l’invito di Pilo Albertelli e un giorno andai a casa di Ernesto Buonaiuti.
A quel tempo, Buonaiuti viveva ancora in Via Alberoni 7, in una modesta villa. Quando suonai il campanello, sua madre, che, come una seconda Monica (la mamma di sant’Agostino, ndr), aveva avuto un ruolo assai importante nella vita di Buonaiuti, soprattutto durante gli anni più difficili, mi aprì la porta e mi condusse nel suo studio, dove alcuni studenti stavano già attendendo.
Per la prima volta, sperimentai il calore del suo incontro, nel quale mi offrì immediatamente un’amicizia aperta e paterna. Buonaiuti mi accolse con vivacità, chiedendomi subito dei suoi amici di Marburgo, in particolare del professor Rudolf Otto e del professor Heiler, e si informò a fondo sulla situazione teologica in Germania, argomento di cui io, all’epoca studente di filologia classica e filosofia, avevo ben poca conoscenza.
Iniziò, quindi, una lezione sull’apostolo Paolo, che, inizialmente, mi colpì meno per il contenuto che per il modo vivace e personale con cui presentava le sue idee, approfondendole attraverso continue domande ai presenti. Non avevo mai assistito prima a un rapporto così immediato. Lo svolgimento di un dibattito intellettuale su questioni religiose in formato di domande e risposte era senza precedenti. Allo stesso tempo, l’impressione travolgente di trovarmi di fronte a una personalità che possedeva una conoscenza teologica e, soprattutto, storica, ecclesiastico-culturale e religiosa così profonda, era per me del tutto nuova.
La sua erudizione era, al tempo stesso, radicata in una profonda esperienza religiosa personale e orientata all’applicazione pratica. Buonaiuti fu il primo vero cristiano che incontrai, e da allora non ne ho incontrati molti altri.
Un maestro e un vero cristiano
Questa prima impressione mi spinse a tornare alle lezioni di Buonaiuti il più spesso possibile. Questo desiderio fu ulteriormente intensificato dal fatto che la cerchia che lo circondava si differenziava, per un aspetto cruciale per me, da quella degli studenti che frequentavano i seminari regolari all’università di Roma.
Le lezioni di discipline umanistiche all’università a Roma si tenevano ancora nella vecchia Sapienza, un severo palazzo nel centro storico con i suoi cortili circondati da colonnati aperti. Mentre l’architettura classica dell’edificio conferiva un carattere più ordinato alle lezioni e favoriva un certo senso di solidarietà tra professori e studenti, il gruppo che si riuniva attorno a Ernesto Buonaiuti nel suo appartamento privato era caratterizzata da un rapporto maestro-allievo completamente diverso, autentico e personale.
Il carisma religioso di Ernesto Buonaiuti trasformò rapidamente questa cerchia di studenti in una comunità che si aggrappava al suo maestro con profonda venerazione. Ciò era particolarmente evidente per il fatto che questa comunità non si limitava alle lezioni, ma continuava con le passeggiate domenicali quasi settimanali con Ernesto Buonaiuti.
Uno dei maggiori arricchimenti dei miei studi a Roma fu la possibilità di esplorare i dintorni della città durante le passeggiate domenicali con Ernesto Buonaiuti e la sua cerchia di studenti e amici.
In sua compagnia, scoprii i Colli Sabini, Tivoli, Palestrina, i Colli Albani, Frascati, Albano, Velletri, così come le Paludi Pontine, fino a Terracina. Anche una gita a Nettuno e a Monte Circeo rimane un ricordo indelebile.
Sorprendentemente, non andai mai con Buonaiuti a San Donato, dove aveva allestito una piccola casa come luogo di ritiro per seminari ed esercizi spirituali con i suoi seguaci e studenti. Tuttavia, conservo ancora alcune cartoline con fotografie di San Donato, che aveva realizzato lui stesso, sulle quali mi inviava i suoi sinceri saluti da quegli incontri a Roma.
Tutte quelle escursioni crearono un’atmosfera di calorosa amicizia, che sentii tanto più profondamente in quanto mio padre era morto poco prima che iniziassi i miei studi.
Solo gradualmente giunsi a comprendere la situazione di Ernesto Buonaiuti.
La scomunica
Al mio arrivo, il Sant’Ufficio aveva già pronunciato una severa scomunica nei suoi confronti, proibendogli di indossare i paramenti sacerdotali e dichiarandolo “vitandus” (da evitare), condannandolo così al completo isolamento dagli ambienti cattolici ufficiali. La conseguenza, naturalmente, fu che i suoi seguaci si strinsero attorno a lui con ancora maggiore forza, ma, al tempo stesso, si esposero anche al rischio di una possibile persecuzione ecclesiastica ufficiale. A quel tempo, Buonaiuti aveva già interrotto ogni legame con il fascismo.
Dopo la sua scomunica, l’allora ministro della cultura del governo fascista, Pietro Fidele, gli aveva suggerito di astenersi dal tenere ulteriori lezioni e di limitarsi allo studio accademico. Buonaiuti, tuttavia, manteneva una cattedra statale di Storia della Chiesa presso l’università di Roma, che non era soggetta alla giurisdizione ecclesiastica. Ciononostante, il Sant’Ufficio aveva già informato il ministro della cultura che non poteva tollerare l’insegnamento di storia della Chiesa da parte di un professore formalmente scomunicato.
Ostaggio del Concordato e il no al fascismo
Il caso Buonaiuti giocò un ruolo cruciale nei negoziati tra lo stato fascista e la curia vaticana volti a riorganizzare i rapporti tra il Vaticano e il governo fascista e che sarebbero culminati nei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929.
Lo stesso Buonaiuti mi raccontò più volte che il ministero della cultura fascista aveva preparato un intero fascicolo su di lui, nel caso in cui lo Stato fascista avesse avuto l’opportunità di esercitare pressioni politiche sul Vaticano in merito a questioni religiose durante alcune situazioni critiche nei negoziati preliminari per i Patti Lateranensi.
Il governo fascista era disposto, in determinate circostanze, a usare il caso Buonaiuti per difenderlo dal Vaticano, presentandosi come un evidente paladino della libertà accademica.
Buonaiuti si sentiva estremamente a disagio in questo ruolo di pedina tra lo Stato fascista e il Vaticano, e pose fine definitivamente a questo gioco nel novembre del 1931, rifiutandosi, come uno dei dodici professori “integerrimi”, di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista, che all’epoca era richiesto a tutti i professori universitari.
Da studente straniero, non riuscivo a cogliere i dettagli di questo complesso gioco che si svolgeva dietro le quinte. Ciò che mi colpì, tuttavia, fu che, dalla primavera del 1928 in poi, notai improvvisamente un vivo interesse nei miei confronti da parte della polizia italiana: un uomo dall’aspetto sgradevole in abiti civili mi faceva visita nel mio alloggio vicino al Pantheon e si informava sulle mie conoscenze romane, rivelando una notevole conoscenza della mia routine quotidiana a Roma.
Un altro uomo, vestito con gli abiti civili, vistosamente banali, da spia, mi accompagnava in modo così appariscente in molti dei miei spostamenti che iniziai a osservarlo attentamente, cosa a cui alla fine si abituò. Solo gradualmente mi resi conto che questa particolare attenzione era legata alle mie visite alla casa di via Alberoni, il cui circolo, soprattutto tra i giovani, attraeva un certo numero di liberal-progressisti che interpretavano le idee di Buonaiuti sulla “vita associata” in senso socialista. Tra questi figuravano, tra gli altri, Pilo Albertelli e Ambrogio Donini, l’allievo prediletto di Buonaiuti, che già allora si avviava a diventare un militante antifascista.
Gioacchino da Fiore e la “vita associata”
Poiché Buonaiuti, dopo essere stato costretto a interrompere le sue lezioni, si dedicò all’edizione degli scritti di Gioacchino da Fiore, ciò ebbe per me una conseguenza molto significativa. Avendo io stesso diversi progetti di ricerca da svolgere, che richiedevano lo studio di manoscritti custoditi nella Biblioteca vaticana e in altre biblioteche italiane, Buonaiuti mi chiese di condurre per lui degli studi sui manoscritti di Gioacchino da Fiore, in particolare nella Biblioteca vaticana, dato che gli era stato negato l’accesso.
Una parte consistente della vasta corrispondenza con Buonaiuti che tuttora conservo riguarda il compito di localizzare, fotocopiare o collazionare manoscritti di Gioacchino da Fiore e dei successivi esponenti degli Spirituali francescani, un lavoro che mi fu richiesto di svolgere per lui.
Fu proprio questo impegno con Gioacchino da Fiore e gli Spirituali francescani che spinse ripetutamente Buonaiuti a spiegarmi le preoccupazioni intellettuali del momento che lo legavano a questo importante movimento riformatore all’interno del cattolicesimo medievale. Attraverso numerose conversazioni personali e discussioni seguite a molte lezioni private tenute nella sua cerchia di studenti e amici su Gioacchino da Fiore, mi spiegò le sue idee particolari sul rinnovamento spirituale della Chiesa cattolica e la sua concezione della “vita associata”.
L’influenza della sua persona, del suo pensiero e del suo esempio su di me divenne così profonda che, alla fine, decisi che, dopo aver completato gli studi di Filosofia classica e aver conseguito il dottorato presso la Facoltà di filosofia di Tubinga sul tema Il concetto di morte nella filosofia stoica, avrei dovuto studiare teologia e conseguire l’abilitazione in storia della Chiesa. Le parole a me rivolte – «Ernesto, tu devi diventare teologo» – risuonano ancora sorprendentemente nelle mie orecchie.
La riforma della Chiesa degli Spirituali francescani
Significativamente, la sua corrispondenza, che conservo tuttora, affronta ripetutamente questo argomento. Sperava in un mio ritorno a Roma per poter lavorare come suo assistente permanente alle edizioni delle opere di Gioacchino da Fiore. Un soggiorno più lungo non mi fu possibile a causa dei miei studi teologici presso la Facoltà di teologia all’università di Berlino e della mia abilitazione in storia della Chiesa all’università di Halle.
Tuttavia, il mio lavoro come assistente presso il Dipartimento di patristica dell’Accademia di Berlino, sotto la direzione del professor Erich Klostermann di Halle, al quale fui assegnato per la preparazione dell’edizione di Origene, mi offrì quotidianamente l’opportunità, insieme a diversi viaggi per studiare i manoscritti di Origene in biblioteche romane e di altre biblioteche italiane, di condurre studi manoscritti per Ernesto Buonaiuti su Gioacchino da Fiore e sui principali esponenti degli Spirituali francescani, cosicché rimasi in costante contatto con lui anche in seguito.
Il lavoro che svolsi per Buonaiuti sui manoscritti di Gioacchino da Fiore, così come le numerose conversazioni avute con lui su questioni teologiche, furono per me di notevole importanza. Le idee fondamentali della riforma gioachimita fornirono l’impulso immediato per il mio libro Ecclesia Spiritualis – L’idea della Chiesa e la teologia della storia nella riforma francescana.
Lo stesso Buonaiuti pubblicò alcuni dei miei lavori preparatori su questo argomento nelle sue “Ricerche Religiose”, e altri saggi apparvero sulla Zeitschrift für Kirchengeschichte (Rivista di Storia della Chiesa) dopo che il mio professore a Berlino, Erich Seeberg, titolare della cattedra di storia della Chiesa, accettò il mio lavoro su Gioacchino da Fiore come tesi di abilitazione.
Buonaiuti accompagnò anche la mia successiva carriera accademica nel campo della storia della Chiesa, alla quale mi aveva così fortemente indirizzato, con i suoi più calorosi auguri e consigli.
Critico di Lutero e di Kant
La forte influenza che esercitò su di me come cristiano e come teologo non mi impedì di non essere d’accordo con lui su diversi punti delle sue convinzioni teologiche.
Un aspetto del suo carattere che mi colpì sempre per la sua stranezza, contro il quale mi ribellai ripetutamente a causa della mia educazione religiosa, e sul quale non riuscii mai a influenzare positivamente il suo atteggiamento, fu la sua visione radicalmente negativa di Lutero.
La sua immagine di Lutero si basava interamente sul trattato luterano De servo arbitrio e sulla sua posizione radicale contro l’umanesimo pelagiano di Erasmo. Basandosi su quest’opera, Buonaiuti etichettò semplicemente il riformatore tedesco come uno stoico fatalista che sacrificava la libertà umana a una cupa concezione del destino, dietro la quale Buonaiuti sospettava si celasse una tradizione germanico-pagana ancora più oscura.
La figura di Lutero rivestiva particolare rilevanza nella cerchia di Buonaiuti all’epoca in cui iniziai i miei studi poiché, in seguito alla sua scomunica, aveva pubblicato a Bologna nel 1926, un libro dal titolo Lutero e la riforma in Germania.
Questo libro conteneva essenzialmente il contenuto delle lezioni che aveva tenuto su questo argomento all’università di Roma, davanti a un pubblico insolitamente numeroso. Tuttavia, anche questo libro non gli valse la riabilitazione da parte del Sant’Ufficio; il suo acerrimo avversario, il frate francescano Agostino Gemelli, ne assicurò la rimozione dalle librerie.
È evidente che Buonaiuti nutriva un profondo complesso anti-tedesco che si estendeva a Kant e ai filosofi dell’idealismo tedesco. Kant, insieme a Lutero, era un bersaglio frequente delle sue lezioni. Buonaiuti sottolineava instancabilmente l’impatto catastrofico che la concezione cristiana del male di Kant aveva avuto sulla cultura europea, la quale, attraverso una “devianza idealistica”, era stata condotta in uno stato di totale confusione intellettuale.
Buonaiuti stesso intendeva il proprio contributo alla teologia contemporanea come un tentativo di liberare il cristianesimo dalla sua disastrosa fissazione sull’antimodernismo, da un lato, e dal suo sviluppo fuorviante lungo le linee dell’idealismo germanico, dall’altro.
Anche in questo caso, si rivelò difficile dissuaderlo dalla sua condanna generale sottolineando la tradizione cristiana in Kant, Fichte e Hegel, poiché insisteva sul fatto che la concezione kantiana del male assoluto non avesse nulla a che vedere con la concezione cristiana del male.
Le parole che Buonaiuti incluse nella sua autobiografia Pellegrino di Roma (Roma 1945, p. 175): «Kant ha distrutto la morale cristiana, e solo il cristianesimo degenerato di oggi è in grado di considerarlo un cristiano», gliele avevo sentite ripetere più volte negli anni successivi al 1927.
Inno alla gioia di Beethoven come atto liturgico
Questo atteggiamento critico nei confronti della tradizione intellettuale tedesca, tuttavia, nel caso di Buonaiuti si limitava a Lutero e ai filosofi dell’idealismo tedesco. Si sentiva invece profondamente legato alla musica tedesca. Soprattutto, amava Beethoven, e tra le sue opere, più di ogni altra cosa, la nona sinfonia. Dopo il crollo della liturgia sotto la Controriforma, che egli associava alla restrizione della fede cattolica e delle forme di pietà introdotte dai gesuiti, Beethoven gli apparve come la reinvenzione carismatica di una liturgia cristiana, in cui vedeva la più alta espressione di un inno di lode e giubilo all’avvento del Regno di Dio. Una volta, durante una mia visita, lo trovai seduto tranquillo nella sua stanza con la sua armonica, intento a cercare di richiamare alla mente le eterne melodie della nona sinfonia con quello strumento inadeguato.
Questa scena mi colpì profondamente mentre preparavo la traduzione tedesca delle sue lezioni, le Eranos Vorlesungen (casa Eranos nel Canton Ticino ndr.), pubblicate col titolo “Die exkommunizierte Kirche” nel 1966 dalla Rhein-Verlag di Zurigo.
In esse, Buonaiuti conclude la sua lezione del 1935 su “Simboli e riti nella vita religiosa di alcuni ordini”, dopo un doloroso lamento sul declino e la profanazione della vita comunitaria religiosa, con queste parole: «Nell’angosciata e ansiosa attesa che il cattolicesimo trovi le vie verso una nuova metanoia radicale, alla ricerca di qualcosa di pari alla liturgia del dramma greco o alla liturgia del misticismo salmodico della pietà benedettina, dobbiamo rivolgerci all’impareggiabile maestro moderno… che ha fatto risuonare in tutti gli antichi motivi religiosi del destino e della libertà: Ludwig van Beethoven. Non è un caso che, quando Beethoven volle condividere con una persona cara l’estasi mistica che lo aveva colto la notte in cui completò le pagine più mistericamente sublimi della sua musica, usò il linguaggio ricercato degli antichi culti misterici, precursori dei sacramenti benedettini. Scrisse: “Vengo da un’orgia”».
Verificare questa citazione mi ha richiesto, inaspettatamente, molto tempo e un’ampia corrispondenza con diversi illustri storici della musica. Nonostante tutti gli sforzi, una simile citazione sembrava impossibile da comprovare. Infine, ho trovato la soluzione, per così dire, nel giardino vicino alla mia casa di Marburgo. Lì si trovano la casa Bettina von Arnim e la torre delle antiche mura cittadine, sotto le quali si svolgevano tante romantiche celebrazioni e conversazioni del circolo di Bettina.
C’è una lettera di Beethoven a Bettina von Arnim in cui scrive: «Sono tornato solo stamattina alle 4 da un baccanale». Purtroppo, questa lettera probabilmente non è un documento di Beethoven, ma un’invenzione letteraria di Bettina, frutto dell’immagine idealizzata di Beethoven come genio tipica dell’epoca romantica. Anche il «baccanale» menzionato non ha alcun legame evidente con la composizione dell’inno finale nella nona sinfonia.
Buonaiuti, a quanto pare, lesse questa frase dalla lettera a Bettina in un’opera italiana in cui «baccanale» era tradotto con «orgia», e interpretò il termine nel suo significato mistagogico originale, che risuonava in lui nella musica del suo amato maestro.





