
Exhausted Student – Foto di Robert N. Clinton.
Un aggettivo – nevrastenico – qualche lustro fa era di uso comune, in senso spregiativo: era volto a evidenziare la prima parte del vocabolo, riferendolo a una persona “troppo nervosa”, facilmente irritabile. In realtà, nella letteratura psicoanalitica classica – nelle opere di Freud in primo luogo – l’accento era sulla seconda parte: astenia, stanchezza (più o meno) patologica.
Oggi, a tal fine, è assai più impiegato il termine psicoastenia.
E spesso, soprattutto da parte delle nuove generazioni, si tende a distinguere fra “stanchezza fisica” e “stanchezza mentale”. Né mancano forme di revival di antichi costrutti, quali “l’esaurimento nervoso”, in relazione ad esempio a più recenti ipotesi eziopatogenetiche quali quella del “primato della mania” (il neurone, ipereccitabile in alcuni individui, affetti da disturbi dello “spettro bipolare”, conoscerebbe poi una fase di ipoeccitabilità, risultando “refrattario” agli stimoli: condizione, questa, che rappresenterebbe la base neurofisiopatologica del momento depressivo).
Non solo: si tende sempre più di frequente a confondere la stanchezza con lo stress (inteso come distress). Due condizioni distinte, pur se non di rado sovrapposte.
L’esperienza clinica, in realtà, suggerisce che alcuni pazienti, nel descrivere la “propria” astenia o il “proprio” stress pongono l’accento, in particolare, sui sintomi fisici (“mi si chiude lo stomaco”), altri su quelli mentali (“non riesco a concentrarmi”). L’insonnia, forse, costituisce il principale anello di congiunzione tra le due sfere, coinvolgendo il corpo, cervello compreso, privato di un’indispensabile “sosta”, e la mente, che magari si perde in mille rivoli, inseguendo idee astruse (la famigerata “ruminazione mentale”).
Non solo. Anche le malattie fisiche possono alimentare angosce ipocondriache o preoccupazioni esagerate, che risultano “snervanti” e accentuano la debilitazione psicofisica conseguente alla patologia primitiva.
Insomma, l’universo dei movimenti psicosomatici e somatopsichici non corrisponde ad astruse interpretazioni psico(pato)logiche, bensì a una realtà piuttosto evidente. E il sintomo “stanchezza” ne rappresenta, a nostro avviso, il fenomeno probabilmente più vistoso.
È ormai assodato e ampiamente dimostrato che esiste un’influenza bidirezionale tra mente e corpo. Bidirezionale sta a significare che è tanto possibile l’influenza della mente sul corpo (l’ansia somatizzata ne rappresenta un esempio piuttosto comune ed evidente), quanto il contrario ovvero il corpo che influenza la mente.
Ciò che accade nel corpo ha un impatto profondo sulla psiche e sui nostri vissuti. In primis ci può venire in mente l’impatto della stanchezza o dell’insonnia sul nostro benessere emotivo, dunque sulla mente. Ma pensiamo anche all’impatto di alcune condizioni ben più importanti che possono affliggere il nostro corpo. Gravi malattie, malattie croniche, situazioni in cui è messa a repentaglio la vita, eventi traumatici che mettono a rischio il corpo o la vita stessa.
Parlando di trauma, “il corpo accusa il colpo”, come dice Bessel van der Kolk. Ovvero, nell’elaborazione del vissuto traumatico sono importanti tanto la mente e il cervello quanto il corpo stesso.
Se pensiamo alle condizioni di malattia fisica, pure le influenze sulla mente sono notevoli. Si parla di “vissuto di malattia” ovvero l’insieme di reazioni emotive e cognitive della persona rispetto alla sua malattia ed il significato che a questa viene attribuito.
Un’altra considerazione riguardo questa stretta e reciproca influenza fa riferimento ai processi di interpretazione e di valutazione cognitiva (il sintomo fisico che in chiave ipocondriaca viene “interpretato” come possibile minaccia e di conseguenza si sperimentano intensi vissuti di ansia o panico).
Insomma, dobbiamo ricordare che la mente abita il corpo, è radicata in esso. Non si tratta di un ospite saltuario o relegato in una zona.
E dunque, parlando di stanchezza, questa si può ben configurare come interessante punto di incontro tra la mente ed il corpo.
Riconnetterci con il nostro corpo può rappresentare un’occasione preziosa di riconnessione con noi stessi, ascoltando certi segnali che tanto la mente quanto il corpo quotidianamente ci inviano.





