
Diverse attenzioni nel Golfo richiamano direttamente o in direttamente la Santa Sede. È abbastanza semplice capire come mai il presidente iraniano abbia scritto a papa Leone XIV una lunga lettera sulla guerra che coinvolge il suo Paese, nella quale cita Bibbia e Corano.
Meno evidente, forse solo ipotetica, è l’attenzione dei sauditi al Vaticano in quello che molti osservatori chiamano il loro proposito di “una Helsinki per il Golfo”. Il riferimento è a quell’Atto conclusivo di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa molto caro alla diplomazia vaticana, fautrice di questa non semplice distensione e che i sauditi vedrebbero come un esempio per un futuro diverso per l’area del Golfo, dove vorrebbero un patto di non aggressione tra chi si affaccia sul Golfo dal lato arabo e l’Iran.
Le premesse
Il discorso ha rilievo perché emerge dopo che i sauditi hanno fatto sapere che, proprio come i loro vicini e rivali degli Emirati Arabi Uniti, hanno reagito militarmente agli attacchi iraniani.
Ma se per gli Emirati si ritiene che l’azione militare in risposta a un attacco iraniano così pesante da non avere possibili paragoni con gli altri compiuti da Teheran nella regione del Golfo – solo contro gli Emirati sono stati lanciati 551 missili balistici, 29 missili da crociera e 2265 droni fermando il conto al 10 maggio trascorso – è rilevante che Abu Dhabi, secondo i report più qualificati, abbia incluso nella risposta una condivisione di intelligence con Israele e gli Stati Uniti, indicando che qui gli accordi di Abramo sono passati dalla normalizzazione politica al coordinamento operativo.
La notizia divulgata da parte israeliana di una visita segreta del premier Netanyahu negli Emirati durante la guerra conferma la valutazione.
Secondo l’agenzia di stampa Reuters la logica seguita dai sauditi con la loro azione militare non sarebbe la stessa, ma orientata a ristabilire la deterrenza. Per il Financial Times le autorità iraniane sarebbero state informate da Riyadh, per quella che il giornale definisce “ricerca di un modus vivendi”.
Gli attacchi sauditi più intensi non hanno colpito direttamente l’Iran, ma alcune milizie loro alleate in Iraq, dalle quali i sauditi sono stati colpiti. Riyadh, che ha investito molto sul disgelo con l’Iran mediato dai cinesi nel 2023, rimarrebbe su questo difficile sentiero, preoccupata dalle conseguenze di una persistente e prolungata instabilità.
Se gli emiratini sono stati frontalmente attaccati, mettendo a rischio il loro modello, non altrettanto si può dire per i sauditi. Ecco allora l’idea di una Helsinki del Golfo, che piacerebbe molto agli europei, che starebbero cercando di convincere gli altri paesi della regione a seguirla.
Helsinki
Come si ricorderà il processo di Helsinki ebbe compimento dopo anni di negoziati nel 1975, in un’Europa ancora divisa dalla guerra fredda e dai blocchi, ma riuscì nell’intento di allontanare l’escalation. Ricordare il pomo della discordia può aiutare a capire i problemi con la proposta saudita.
Come ha scritto Daniele Pasquinucci su Il Mulino “nell’agosto del 1975, venne firmato l’Atto finale di Helsinki, momento conclusivo della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), avviata nel novembre 1972 con i colloqui preparatori multilaterali (Multilateral Preparatory Talks). L’Atto coinvolse 35 Paesi: gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, il Canada e tutti gli Stati europei, con l’eccezione dell’Albania. Il documento ricevette severe critiche in Occidente, poiché sembrava legittimare l’egemonia coercitiva esercitata dall’Urss sull’Europa orientale.
In effetti, la preservazione dello status quo oltre la Cortina di ferro era una priorità per il Cremlino. Il presupposto alla base della politica estera sovietica a metà degli anni Settanta era infatti l’inviolabilità delle frontiere e la non ingerenza negli affari interni, principi fondamentali che nemmeno nell’ambito della Csce si potevano mettere in discussione, come chiarì Leonid Brežnev in una nota inviata nel gennaio 1974 al presidente francese Georges Pompidou”.
Grazie alla tenace azione diplomatica vaticana, fu approvato l’articolo 7 dell’Atto Finale. Questo articolo stabiliva per la prima volta che gli Stati firmatari (inclusi quelli del Patto di Varsavia) si impegnavano a rispettare la libertà di pensiero, di coscienza, di religione e di credo. Nulla andava preso alla lettera, ma l’orizzonte era meno cupo.
Quale Helsinki per il Golfo?
Ma sarebbe importante, per capire, sapere se la Helsinki a cui penserebbe Riyadh sia regionale o solo locale. Non è dato sapere come Riyadh immagini un simile accordo che ovviamente afferisce alla realtà del Golfo, ma sembra contemplare la reciproca integrità e la non attuabilità di attacchi in cambio di reciprocità. Teheran in questa ipotesi dovrebbe abbandonare tutti i suoi clienti, o “alleati” o no? La questione non è chiarita.
Ha scritto il sito al Monitor il 14 maggio scorso: “Il Financial Times ha riferito che la leadership del regno sta valutando la possibilità di un patto di non aggressione tra i paesi arabi e l’Iran, sul modello degli Accordi di Helsinki del 1975 tra l’Occidente e l’Unione Sovietica. L’impostazione è significativa. Gli Accordi di Helsinki erano stati concepiti per ridurre la probabilità di un’escalation con un avversario più potente che non può essere completamente sconfitto, e comportavano la promozione di legami economici. Ciò suggerisce che Riyadh stia perseguendo i propri interessi per garantire una de-escalation con l’Iran, piuttosto che agire in sincronia con la campagna di massima pressione dell’amministrazione Trump”.
Quando si dice “paesi arabi” ci si riferisce a quelli rivieraschi, del Golfo, o a tutti? Il punto è molto rilevante e l’impressione più logica potrebbe essere quella estensiva, visto che le milizie filo iraniane hanno colpito anche ora i sauditi dall’Iraq.
A questo poi va aggiunta la lettura anche del mutevole orizzonte arabo, segnato da rivalità che oggi si vedono a occhio nudo anche in quello che è stato a lungo il Consiglio di Cooperazione del Golfo, un’alleanza politico territoriale tra tutte le monarchie del Golfo, molto più compatta e coesa rispetto all’evanescente Lega Araba: facile anche qui parlare di fratture che capovolgono quelle del passato, a dimostrazione della loro contenuta consistenza.
Tra posizioni chiaramente divaricate, per qualcuno vi sarebbe nel mezzo una strana area grigia costituita da sauditi e qatarini che temono la destabilizzazione e gli strappi, ma che in passato sono stati acerrimi rivali quando Riyadh mise Doha al centro di un tentato blocco commerciale accusandola di intelligence con i temuti iraniani. Falchi e colombe però seguono anche dinamiche di leadership nazionale.
Difficile dire adesso come i colloqui a Pechino abbiano impattato con queste visioni. Ma è davvero difficile illudersi che il presidente iraniano scrivendo al papa abbia voluto implicitamente ricordare il ruolo della Santa Sede nel processo di Helsinki.





