
Il vescovo di Firenze, mons. Gherardo Gambelli, ha celebrato la messa In Coena Domini del Giovedì Santo nel carcere di Sollicciano, una «periferia esistenziale» prioritaria e a lui cara per il suo precedente servizio come cappellano. Riprendiamo di seguito la sua omelia
Iniziamo con questa celebrazione il Triduo pasquale, memoriale della passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Ogni volta che facciamo memoria noi riviviamo l’esperienza della salvezza. L’ascolto della Parola di Dio e la grazia dei sacramenti ci permettono di ricevere lo Spirito Santo, quel dono che Gesù ci consegna dalla croce e che ci permette di vivere in pienezza la nostra esistenza, di rialzarci dalle cadute, di diventare liberi interiormente, deponendo la rabbia, il rancore, l’odio e tutti gli altri peccati.
***
L’evangelista Giovanni, invece di presentare il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù, ci offre la narrazione del gesto della lavanda dei piedi per metterci in guardia davanti al pericolo di un rito fatto di parole vuote. Proprio per questo Gesù insiste molto sull’importanza di «capire»: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri».
Precedentemente si era rivolto a Pietro con parole simili: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». «Capire dopo» significa per Pietro, come per ognuno di noi, superare ciò che ci impedisce di accogliere l’amore di Gesù nella nostra vita. Non si tratta tanto dei nostri peccati, ma piuttosto della presunzione di sentirci giusti o della disperazione per i nostri sensi di colpa.
L’evangelista Luca ci dice che, dopo il terzo rinnegamento da parte di Pietro, Gesù si volta e lo vede (Lc 22,61-62). Allora il discepolo scoppia in pianto, iniziando a capire fin dove arriva l’amore del Signore, provando quella sana vergogna che lo aiuta a ritrovare la fiducia e la speranza nella vita.
La guarigione dai nostri peccati di egoismo, invidia, orgoglio si compie nella capacità di uscire da noi stessi e andare verso gli altri. «Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri». Quando abbiamo il coraggio di uscire da noi stessi per pensare agli altri e prendercene cura, ci disponiamo a ricevere le grazie più grandi del Signore nella nostra vita.
***
Papa Leone nell’Esortazione Apostolica Dilexi te, parlando di alcuni ordini religiosi, nati nel Medioevo per assistere i prigionieri, ci ricorda in che modo ancora oggi possiamo vivere la fedeltà al Vangelo:
«La spiritualità originale di questi Ordini era profondamente radicata nella contemplazione della Croce. Cristo è per eccellenza il Redentore dei prigionieri e la Chiesa, suo Corpo, prolunga questo mistero nel tempo. I religiosi non vedevano il riscatto come un’azione politica o economica, ma come un atto quasi liturgico, l’offerta sacramentale di sé stessi. Molti davano i loro propri corpi per sostituire i prigionieri, adempiendo letteralmente al comandamento: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). La tradizione di questi Ordini non si è conclusa. Al contrario, ha ispirato nuove forme di azione di fronte alle schiavitù moderne: il traffico di esseri umani, il lavoro forzato, lo sfruttamento sessuale, le diverse forme di dipendenza. La carità cristiana, quando si incarna, diventa liberatrice» (DT 61).
Sono convinto che tanti problemi che si vivono qui in carcere potrebbero trovare una soluzione, se ci lasciassimo guidare dalla logica del Vangelo. «Dare la vita per i prigionieri» significa riconoscere la dignità di ogni persona umana, anche di chi ha sbagliato, credendo sempre nella possibilità e nella bellezza di cammini di riscatto.
Nessuno è irrecuperabile. La vera gioia nasce dall’amore autentico, dal servizio reciproco. Per chi ha commesso un errore, ciò significa accettare di lasciarsi correggere accettando vie di riscatto e di crescita, per chi ha il compito di far applicare la legge di non dimenticare l’importanza di essere egli stesso, essa stessa, un modello esemplare nel rispetto e nell’osservanza dei valori civili.
Possiamo chiederci infine qual è il segreto di Gesù che gli permette di amare fino alla fine, di restare libero, di non lasciarsi corrompere dalle autorità, di non perdere la speranza davanti ai rinnegamenti, ai tradimenti, agli abbandoni da parte dei suoi amici?
Una risposta possiamo trovarla in quelle frasi del Vangelo di oggi in cui ricorre il verbo «sapere»: «Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre», «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava». Gesù sa che la sua vita e la storia del mondo sono nelle mani del Padre suo e questo gli permette di disobbedire alla paura della morte.
Anche noi possiamo esercitarci in questa forma di disobbedienza, stando attenti a quei segni che Dio Padre ci dona nella vita di ogni giorno per aiutarci a credere che Gesù è sempre con noi fino alla fine dei tempi.
***
Concludo con una bella storia. Un povero naufrago arrivò sulla spiaggia di un’isoletta deserta aggrappato ad un piccolo relitto della barca su cui stava viaggiando, dopo una terribile tempesta. L’isola era poco più di uno scoglio, aspro e inospitale. Il pover’uomo cominciò a pregare. Chiese a Dio, con tutte le sue forze, di salvarlo e ogni giorno scrutava l’orizzonte in attesa di veder sopraggiungere un aiuto, ma non arrivava nessuno. Dopo qualche giorno, si organizzò. Sgobbando e tribolando fabbricò qualche strumento per cacciare e coltivare, sudando sangue riuscì ad accendere il fuoco, sì costruì una capanna e un riparo contro le violente bufere. Passò qualche mese. Il pover’uomo continuava la sua preghiera, ma nessuna nave appariva all’orizzonte. Un giorno, un colpo di brezza sul fuoco spinse le fiamme a lambire la sua stuoia. In un attimo tutto s’incendiò. Dense volute di fumo si alzarono verso il cielo. Gli sforzi di mesi, in pochi istanti, si ridussero a un mucchio di cenere. Il naufrago, che invano aveva tentato di salvare qualcosa, si buttò piangendo nella sabbia. «Perché Signore? Perché anche questo?». Qualche ora dopo, una grossa nave attraccò vicino all’isola. Vennero a prenderlo con una scialuppa. «Ma come avete fatto a sapere che ero qui?», chiese il naufrago, quasi incredulo. «Abbiamo visto i segnali di fumo», gli risposero.
Il gesto della lavanda dei piedi che ora compiremo possa essere per ognuno di noi quel segnale di fumo che ci aiuta a ricordare che l’amore di Dio è sempre fedele e si manifesta più chiaramente nella nostra vita quando impariamo ad osservare la sua parola, cioè a lavarci i piedi gli uni gli altri.





