
Foto di Alazar Kassahun, via Unsplash
I Paesi africani reagiscono in maniera diversificata all’attacco degli Stati Uniti contro l’Iran, divisi tra condanne (piuttosto isolate) e prudenza diplomatica per non compromettere equilibri interni e alleanze strategiche. Sullo sfondo crescono i timori per effetti economici, instabilità politica e nuove tensioni. Pubblicato sul sito della rivista Confronti, 8 aprile 2026
La preoccupazione induce alla riflessione e al ricorso a parole felpate per non compromettere equilibri strutturalmente precari. Insomma, per ora l’Africa resta sostanzialmente «alla finestra» di fronte all’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro l’Iran. I contraccolpi registrati dalla stampa italiana si riferiscono essenzialmente alle migliaia di voli cancellati diretti in Medio Oriente via continente e al buco di 137 milioni di dollari provocato solo nella prima settimana di conflitto nelle casse della Ethiopian Airlines, la più grande compagnia aerea africana.
Ogni nazione si sta posizionando in base alla difesa dei propri interessi, in larga parte occhieggiando all’asse USA-Israele ma tutte attente a non rompere le delicatissime «uova» (leggi «politica interna e regionale») su cui camminano.
Sudafrica e Senegal sono stati gli unici Paesi che hanno condannato apertamente l’intervento. «L’autodifesa preventiva non è consentita dal diritto internazionale», ha tuonato l’esecutivo di Pretoria criticando così l’operato di Trump e Netanyahu. Ancora più duro il premier senegalese Ousmane Sonko: «Siamo in una situazione dove un Paese può arrogarsi il diritto di rapire presidenti, può decidere di colpire altri Paesi, di uccidere i loro leader. È una questione estremamente grave che compromette l’intero equilibrio mondiale».
Il Kenya (fortemente legato all’alleanza Washington-Tel Aviv) ha invece condannato i bombardamenti iraniani nei Paesi del Golfo nel timore di subire potenziali attacchi missilistici. Analoga scelta obbligata per le autorità della autoproclamata repubblica del Somaliland: gli Emirati Arabi Uniti hanno infatti investito massicciamente nel porto di Berbera senza dimenticare che Israele è stato il primo Paese a riconoscere il Somaliland, sollevando l’indignazione di Mogadiscio non intenzionata a perdere una parte del suo territorio. La Somalia ha espresso la solidarietà a sei Paesi arabi colpiti, dimenticando proprio gli Emirati, accusati di aver aiutato Israele nel processo di riconoscimento.
Più complessa la posizione della Nigeria che ha chiesto il rispetto del diritto internazionale senza però esporsi a favore di nessuno dei contendenti, pur avendo strettissimi rapporti commerciali sia con gli Stati del Golfo che con le potenze occidentali. La più popolosa nazione africana ospita infatti una comunità di musulmani sciiti che ha manifestato in piazza per solidarietà all’Iran: c’è il timore che il nuovo fronte di guerra con Teheran possa essere sfruttato per una campagna di reclutamento in un contesto già scosso dal terrorismo jihadista di stampo sunnita.
Non dormono sonni tranquilli neanche le giunte militari di Burkina Faso, Mali e Niger che hanno fatto del contrasto al terrorismo islamista una bandiera comune. L’Iran ha rifornito di armi questi eserciti fino a ieri, ma oggi il flusso potrebbe bloccarsi, innescando una ripresa in grande stile della violenza e costringendo gli esecutivi saheliani a rivolgersi a Russia e Turchia per chiedere droni e altri strumenti di morte.
La riduzione (o sospensione) di forniture militari iraniane riguarda anche le forze armate sudanesi, l’esercito governativo impegnato in una sanguinosa guerra civile contro le Forze di supporto rapido che stanno già sfruttando l’occasione propizia attaccando il Kordofan. Così come potrebbero cessare anche gli aiuti al Fronte Polisario in lotta contro il Marocco per la conquista del Sahara occidentale.
Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi è invece impegnato in un delicatissimo esercizio di equilibrismo politico, tentando di rassicurare i suoi storici alleati (Stati Uniti e Paesi del Golfo) sul nuovo e rafforzato rapporto con Teheran. La sua mediazione per riportare la pace è fallita mentre per il «cessate il fuoco» a Gaza al-Sisi si è piegato sulle condizioni imposte da Israele, tanto da guadagnarsi anche un posto nel Board of Peace, monumento all’egotismo trumpiano.
Le conseguenze della crisi economica inonderanno l’Africa. Le nazioni dipendenti dalle importazioni (Egitto, Kenya) subiranno un aumento dell’inflazione, causato dalle interruzioni delle rotte commerciali, dall’aumento delle merci e dalle minori rendite derivanti dagli scali nei porti. L’aumento del carburante e dei generi alimentari potrebbe innescare rivolte di piazza che i governi (Egitto, Angola, Nigeria, Sudafrica) faticherebbero a contenere anche con l’aumento della spesa pubblica perché impegnati a far fronte alle scadenze nei pagamenti del debito pubblico.
L’Africa è già scossa dal periodo di crisi più grave dopo il Covid da cui non era ancora guarita.





