
Nella mattinata di sabato 14 marzo 2026, presso la parrocchia di San Giuseppe a Via Nomentana, a Roma, si è tenuto un convegno dal titolo Incontro tra visioni. Il femminile nell’esperienza di fede. Al convegno hanno partecipato Isabella Bruckner, teologa, docente del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, e Maurizio Rossi e Anita Prati, redattori di SettimanaNews. Pubblichiamo qui di seguito l’intervento di Anita Prati, dal titolo L’effetto Matilda e la santità.
Sollecitata dal titolo del nostro incontro, che suggerisce di andare a vedere quali forme ha assunto o ha potuto assumere il femminile dentro il dipanarsi concreto delle esperienze di fede, ho pensato di sviluppare la mia riflessione seguendo un tracciato all’apparenza divagante rispetto all’obiettivo. Vi chiedo, perciò, la cortesia e la pazienza di seguirmi in questa proposta di divagazione che prende le mosse da un interrogativo nato fra le pieghe del mio lavoro di insegnante e maturato entro i vissuti vivi della mia quotidianità.
Perché le donne non fanno canone?
Nei libri di storia della letteratura greca adottati nei nostri licei capita, da qualche anno, di trovare antologizzato un epigramma di Antipatro di Tessalonica in cui vengono celebrate nove donne dalla parola divina, i cui nomi sono menzionati con grande familiarità[1]. Di queste nove “Muse terrestri”, una soltanto, Saffo, si è vista assicurata la fama anche presso un pubblico di non specialisti: in forza della sua qualità di eccezione letteraria che va a confermare la regola generale dell’insignificanza della voce femminile, ma più ancora, probabilmente, per i pruriti sollecitati dalla particolarità delle sue scelte sentimentali, Saffo è l’unica poeta della lirica classica a cui, di prassi, venga dedicata un’intera sezione in tutte le storie della letteratura greca.
Ma le altre? Dove sono Mirtide, Corinna, Telesilla, Prassilla, Erinna, Anite, Nosside, Mero? Anite e Nosside riescono, in genere, a spuntare qualche mezza paginetta e un paio di epigrammi in antologia; Corinna, se va bene, si aggiudica un trascurabile trafiletto. Di tutte le altre, compresa Mirtide, la maestra di Pindaro, restano il silenzio o invisibili tracce in qualche minuscola nota a piè di pagina.
Perché di queste autrici non solo non si sono conservate le opere – sorte, invero, condivisa con la maggior parte della produzione letteraria dell’antichità classica –, ma si è perso anche il nome? Perché, a dispetto della pretenziosa titolazione che talvolta viene premessa nelle antologie all’epigramma di Antipatro – Il canone delle nove poetesse –, le donne in realtà non sono riuscite a fare canone, non solo nelle letterature classiche, ma finanche nella letteratura italiana contemporanea? Perché si può uscire da un corso di studi superiori senza aver letto neanche una sola pagina di Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura nel 1926? Perché di Verga bisogna sapere tutto e di Deledda niente? Quali meccanismi, editoriali e culturali, presiedono alla formazione dei canoni – letterari, storici, filosofici, artistici, scientifici, teologici, biblici?
Interrogativi di questo tipo hanno punteggiato a lungo il mio lavoro di insegnante. Poi, fra le pagine di In memoria di lei di Elisabeth Schüssler Fiorenza, ho incontrato l’ermeneutica del sospetto, ossia quella pratica ermeneutica che attiva l’attitudine a subspicere, cioè a guardare sotto la linea del visibile e della superficie dei testi per coglierne il sottinteso e il sottaciuto, portando alla luce i meccanismi di silenziamento, di arretramento sullo sfondo, di distorsione e annullamento delle presenze femminili che vengono agiti, spesso senza che neanche ce ne rendiamo conto, dai codici culturali[2].
Margaret Rossiter e la storia delle scienziate americane
L’ermeneutica del sospetto di Elisabeth Schüssler Fiorenza applica al campo degli studi biblici un metodo di indagine analogo a quello che, qualche anno prima della pubblicazione di In memoria di lei (1983), la storica della scienza statunitense Margaret Rossiter (1944-2025) aveva introdotto negli studi storici di ambito scientifico.
Negli anni ’70, mentre, da giovane dottoranda, era impegnata ad Harvard in un lavoro di ricerca dedicato alla storia della professionalizzazione della scienza negli Usa tra ‘800 e ‘900, Margaret Rossiter si ritrovò ad utilizzare come manuale di riferimento la ponderosa raccolta biografica American Men of Science. Il titolo del manuale era già, di per sé, emblematico: la scienza, diceva quel titolo a chiare lettere, è faccenda di men, non di women. Eppure, si rese conto Rossiter, anche se di donne nel manuale non si parlava mai in modo esplicito, anche se alle donne non venivano mai dedicate apposite sezioni biografiche, anche se tutta l’attenzione era rivolta solo agli scienziati uomini, in realtà fra le pagine di quell’opera voluminosa erano celate numerosissime biografie di donne scienziate. Biografie nascoste, confinate nelle note a piè di pagina, invisibilizzate.
Perché delle donne scienziate non si parla? O perché, se se ne parla, il loro ruolo viene marginalizzato a quello di semplici assistenti o di collaboratrici subordinate? Per rispondere a queste domande, Rossiter iniziò a mettere in atto una vera e propria opera di investigazione nell’invisibile, ricercando tra fonti, pubblicate e inedite, nei registri delle associazioni professionali, perfino nei necrologi. Grazie al suo infaticabile lavoro di ricerca, riuscì non solo a ricomporre il quadro della presenza e della partecipazione delle donne alla storia della scienza americana, ma anche a portare allo scoperto i meccanismi di esclusione e discriminazione messi in atto nei loro confronti.
Nel 1974 era pronto il suo articolo sulle donne scienziate in America prima del 1920. Le porte della scienza si erano aperte anche per le donne, sottolineava Rossiter in quell’articolo, ma alle donne non era concesso di andare che poco oltre l’androne d’ingresso: In mezzo a tutta quella glorificazione dei pionieri c’era una sorta di silenzio indiscusso sulla segregazione palese in corso.
Segregazione. È una parola forte, quella usata dalla storica americana.
Rossiter individuava due forme di segregazione: da una parte la segregazione gerarchica, ossia l’impedimento a raggiungere posizioni apicali, dovuto alle resistenze degli scienziati uomini a permettere l’accesso delle donne all’insegnamento universitario o a impieghi governativi; dall’altra la segregazione territoriale, vale a dire l’attribuzione alle donne scienziate solo di lavori considerati “femminili”, come la sanità, i servizi sociali, l’insegnamento non a livello accademico.
Segregazione gerarchica e segregazione territoriale, osservava Rossiter, pur essendo fenomeni diversi sono, però, fra loro correlati, in quanto rispondono entrambi alla volontà di confinamento e marginalizzazione delle donne. La donna scienziata è vissuta come una vera e propria contraddizione in termini: dato per presupposto che la scienza sia razionalità, oggettività, competitività e la donna sentimento, emotività e non competitività, una scienziata è, in quanto scienziata, innaturale e atipica come donna, e, in quanto donna, atipica e innaturale come scienziato.
Servendosi di una chiara analogia biologica, Rossiter evidenziava come le donne scienziate, per sopravvivere in ambiente ostile, avessero dovuto sviluppare tutta una serie di comportamenti adattivi, ossia abilità concettuali, sociali e pratiche finalizzate a permettere loro la sopravvivenza pur in presenza di palesi meccanismi di azzeramento: l’accettazione del lavoro segregato, in termini gerarchici e territoriali, e del sottoriconoscimento erano una parte fondamentale di questi meccanismi di adeguamento.
Ma Rossiter sottolineava anche un altro fatto significativo: la marginalizzazione della presenza delle donne scienziate si era potuta attuare anche per mezzo di una loro deliberata cancellazione in ambito editoriale. Restava pur sempre valida l’ingiunzione periclea riportata da Tucidide nelle sue Storie (II, 45, 2): l’elogio migliore per una donna è che di lei, nel bene e nel male, non si parli mai.
Proprio in opposizione alla strategia del silenziamento, tra il 1982 e il 2012 Margaret Rossiter pubblicò un’opera monumentale in tre tomi dedicata alla storia delle scienziate americane dal 18° secolo agli anni 2000, dal titolo Women Scientists in America. Anche il repertorio biografico da cui la giovane ricercatrice aveva mosso i suoi primi passi, in quegli anni apportò un’emblematica aggiunta alla propria titolazione, divenendo American Men and Women of Science.
Ma veniamo all’effetto Matilda.
L’effetto san Matteo e l’effetto Matilda
L’espressione effetto Matilda si riferisce ad un fenomeno osservato, descritto e nominato per la prima volta da Margaret Rossiter in un articolo pubblicato nel 1993 sulla rivista Social Studies of Science. L’articolo presentava una titolazione singolare in quanto, con una proposta grafica dal taglio sottilmente ironico, il nome proprio Matilda andava a sostituire il nome proprio Matteo, opportunamente barrato ma ancora leggibile: The Matthew Matilda Effect in Science.
L’espressione Matthew effect era stata coniata dal sociologo statunitense Robert K. Merton (1910-2003), in uno studio pubblicato nel 1968 sulla rivista Science. La locuzione era mutuata da due passi del vangelo di Matteo. Nel capitolo 13, dedicato ai discorsi in parabole, dopo la parabola del seminatore, alla domanda dei discepoli che chiedono “Perché parli loro in parabole?”, Gesù risponde:
A chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
Affermazione analoga si trova anche al capitolo 25, a conclusione della parabola dei talenti.
Chi più ha, più ottiene: questo, in sintesi, il succo dell’affermazione evangelica. Merton si servì di questo assunto per mettere in luce il fenomeno dei cosiddetti “vantaggi cumulativi”. In sostanza, rilevava il sociologo, chi possiede prerequisiti significativi in termini di competenze, fama e denaro e si trova, dunque, in una posizione iniziale vantaggiosa rispetto ad altri, riesce a spuntare opportunità più favorevoli e ad accumulare vantaggi in misura maggiore, anche a parità di risultati, rispetto agli altri, proprio in forza della migliore dotazione di partenza.
Detto altrimenti, il vantaggio iniziale determina successivi effetti di ripartizione non proporzionati alle obiettive abilità: gli scienziati che conseguono successi nei primi anni di carriera hanno, in seguito, maggiore probabilità di vedere pubblicate le proprie opere; i ricercatori più famosi ricevono maggiori riconoscimenti per il lavoro svolto rispetto a ricercatori sconosciuti, pur in presenza di abilità, meriti e contributi simili; chi è riuscito ad occupare posizioni di vertice nell’ambito delle professionalità scientifiche accentra e personalizza i meriti del lavoro d’equipe, a discapito di collaboratori poco conosciuti, destinati a rimanere nell’oscurità.
Merton non mancava di rilevare l’aspetto patologico e la disfunzionalità di un simile, iniquo, sistema di riconoscimento del valore, che compromette la possibilità di sviluppo dei singoli percorsi professionali.
Nel suo articolo The Matthew Matilda Effect in Science, pubblicato a distanza di venticinque anni da quello di Merton, Margaret Rossiter riprese le considerazioni del sociologo estendendole alle proprie osservazioni sulla condizione delle scienziate nella storia e parlando, a tal proposito, di “effetto Matilda”.
Nel caso delle donne scienziate, osservava Rossiter, il fattore critico non era rappresentato dalla maggiore o minore notorietà, ma dal loro essere donne. La storia della scienza è costellata di episodi che evidenziano come, in forza di una discriminazione non casuale ma sistemica, il risultato del lavoro di ricerca compiuto da una donna è stato, in tutto o in significativa parte, attribuito ad un uomo. La situazione è penalizzante soprattutto nel caso delle coppie sposate: mentre il marito compare come autore di lavori scientifici e come artefice di scoperte, le mogli, vittime della distorsione nell’attribuzione del talento, si adattano al ruolo di partner sempre invisibili, per quanto indispensabili.
Emblematico è il caso della coppia Pierre Curie (1859-1906) e Marie Sklodowska (1867-1934). Nel 1903 il comitato del Nobel era intenzionato a premiare Pierre Curie ed Henri Becquerel (1852-1908) per la scoperta e le ricerche sulla radioattività, passando completamente sotto silenzio il ruolo fondamentale e pionieristico di Marie Sklodowska, coniugata Curie. Venuto a conoscenza della sua candidatura al Nobel, Pierre prese carta e penna e scrisse all’Accademia Reale di Svezia, spiegando che la scoperta della radioattività era frutto della collaborazione con la moglie e che, pertanto, egli non avrebbe potuto accettare l’onorificenza se nel premio non fosse stata inclusa anche lei.
Solo grazie al gesto del marito, Marie Curie si vide attribuito, nel 1903, il Nobel per la fisica, prima donna ad ottenere quel riconoscimento. Ma quante altre mogli sono state oscurate dall’ombra coniugale, quante donne si sono accontentate e adattate al ruolo silente della grande donna che, si sa, sta sempre alle spalle di ogni grande uomo?
A conferma della validità delle osservazioni di Margaret Rossiter, lo stesso Merton si ritrovò a dover riconoscere, a distanza di anni, il proprio debito nei confronti della sociologa Harriet Zuckerman, divenuta in seguito sua moglie, il cui studio sulle biografie e le carriere dei premi Nobel americani dal 1907 agli anni ’70 aveva fatto luce sulle dinamiche autorinforzanti della cultura accademica americana.
Zuckerman aveva dimostrato, dati alla mano, che gli scienziati che avevano ricevuto il Nobel si erano venuti a trovare in posizione favorita, a scapito di colleghi meno famosi, rispetto alla possibilità di ottenere ulteriori vantaggi in termini di risorse, fondi di ricerca, riconoscimento, visibilità. Il lavoro della sociologa era stato determinante per lo sviluppo della teoria dei vantaggi cumulativi, detta “effetto san Matteo”; perciò, come Merton stesso ammise in un secondo momento, l’articolo uscito su Science nel 1968 a firma del solo Robert K. Merton avrebbe invece dovuto uscire con paternità congiunta Merton-Zuckerman.
Il fatto che il contributo decisivo di Harriet Zuckerman sia stato taciuto dal collega e marito Robert Merton è un paradossale e chiaro esempio di effetto Matilda. Ma perché proprio Matilda?
Matilda Joslyn Gage
Proprio alla luce della paradossale ma paradigmatica vicenda di Merton e della moglie Harriet, Margaret Rossiter aveva pensato, in un primo momento, di denominare “effetto Harriet” questo fenomeno di sistematica sottovalutazione e/o negazione dei contributi delle donne nella ricerca scientifica. La scelta, però, ricadde poi su “Matilda”, in omaggio a Matilda Joslyn Gage (1826-1898), donna di pensiero e di azione statunitense che, per prima, nel XIX secolo, aveva documentato i meccanismi di invisibilizzazione e misconoscimento del primato intellettuale delle donne in ambito scientifico.
Protagonista delle lotte emancipazioniste e pioniera, con Elizabeth Cady Stanton, degli studi biblici confluiti nella Bibbia delle donne[3], Matilda Joslyn Gage fu attiva anche nei movimenti per i diritti dei nativi americani e nel movimento abolizionista. Scrittrice feconda, pubblicò numerosissimi libri e articoli, tra cui il saggio Woman as Invenctor, del 1870, in cui descrisse fenomeni simili a quelli che Rossiter avrebbe analizzato nel secolo successivo, evidenziando la sistematica negazione del contributo delle donne allo sviluppo della tecnologia.
L’omissione e l’esclusione delle donne scienziate dalla narrazione e dai riconoscimenti ufficiali non è casuale, ma deliberata e sistemica – questo è l’assunto dell’effetto Matilda. Infiniti sono i casi di scienziate ignorate, dimenticate, deprivate del merito. Fra le tante storie di ordinario effetto Matilda, possiamo qui ricordarne almeno due, una estratta dalle nebbie di un lontano Medioevo e l’altra figlia della nostra contemporaneità.
Storie di ordinario effetto Matilda: Trotula de Ruggiero e Rosalind Franklin
La Scuola Medica Salernitana godette di grande fama già a partire dal IX secolo, distinguendosi come polo d’avanguardia che, come attestano numerose fonti, attraeva vere e proprie “migrazioni sanitarie” da Oltralpe e da tutto il Mediterraneo.
L’eccellenza della scuola era legata non solo alla presenza di dotti greci, arabi ed ebrei, ma anche al fatto che a Salerno operavano come mediche ed insegnanti numerose donne, le cosiddette mulieres Salernitanae, esperte nella cura delle malattie femminili e nella medicina di genere.
Fra queste mulieres Salernitanae, la più famosa e l’unica di cui, pur in assenza di dati biografici sicuri, si siano conservati gli scritti, fu Trotula de Ruggiero, attiva attorno al 1050. Sono più di un centinaio i manoscritti medievali che custodiscono l’opera della sanatrix salernitana, a testimonianza della fama dell’autrice e della popolarità dei suoi insegnamenti e dei suoi metodi di cura: la Summa qui dicitur Trotula è considerata l’opera di medicina dedicata specificatamente alla salute femminile più diffusa nell’Europa medievale, tra il XII e il XV secolo. Tradotta anche in varie lingue volgari, la Summa presenta un interesse particolare in quanto propone un approccio alla medicina di carattere non solo pratico ed empirico, ma anche teorico e speculativo.
Il nome di Trotula compare nei manoscritti in diverse varianti: Trota, Trottula, Trotta, Trocta, Troctula, e perfino Trottus. Interessante questa declinazione al maschile, chiaro indizio del fatto che, ad un certo punto, l’eredità di Trotula cominciò ad essere messa in discussione. Con la progressiva istituzionalizzazione del sapere medico nelle università, la figura storica di Trotula iniziò, infatti, a svaporare nella leggenda: gli uomini di scienza non potevano ammettere che una donna potesse essere depositaria di tante e così approfondite conoscenze; perciò, l’opera di Trotula venne attribuita ad una paternità maschile.
Solo grazie a recenti lavori di ricerca, si è potuto tornare a restituire spessore storico alla figura di questa donna che può essere considerata, a tutti gli effetti, come la prima ginecologa specializzata nella cura delle malattie femminili.
L’importanza della ricerca storica al fine di restituire verità alla vicenda di tante donne fagocitate nel cono d’ombra maschile, è evidente anche per Rosalind Franklin (1920-1958).
L’elaborazione del modello strutturale del DNA da parte dei due ricercatori di Cambridge James Watson e Francis Crick fu resa possibile da una fotografia della doppia elica del DNA, la celebre Photo 51, ottenuta dalla scienziata Rosalind Franklin con la diffrazione a raggi X. Fu proprio grazie alla visione della fotografia, mostrata a Watson e Crick da un collaboratore della Franklin, Maurice Wilkins, senza preventivo consenso della scienziata, che i due ricercatori, nella primavera dal ’53, pubblicarono un articolo in cui davano conto della loro teoria della struttura elicoidale del DNA. Nell’articolo Rosalind Franklin non veniva nominata, così come non venne nominata neanche quando, nel 1962, Watson, Crick e Wilkins pronunciarono il discorso di ringraziamento per il Premio Nobel per la Medicina, che era stato loro attribuito in ragione di quella straordinaria scoperta. Nel frattempo, nel 1958, Rosalind Franklin era morta, neanche quarantenne, per un cancro alle ovaie, causato molto probabilmente dalla prolungata esposizione ai raggi X.
Per ristabilire la verità sulla vicenda di Rosalind Franklin e portare alla luce la portata decisiva del suo contributo ad una delle scoperte più significative del Novecento in ambito biomedico – contributo deliberatamente passato sotto silenzio dalla comunità scientifica nella figura dei suoi rappresentanti maschili -, fu necessario l’impegno di ricerca e di scrittura di due donne, Anne Sayre e Brenda Maddox. È solo grazie al loro lavoro che, oggi, ricordiamo Rosalind Franklin e la sua Photo 51: nel 1975 uscì il saggio biografico Rosalind Franklin and D.N.A. di Anne Sayre e, agli inizi del 2000, il saggio, tradotto anche in italiano, Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del DNA, di Brenda Maddox.
Effetto Matilda e santità
È giunto ora il momento di ricomporre la trama di tanto divagare, parlando di effetto Matilda in relazione alla santità.
Le indagini sociologiche dimostrano che, come l’effetto san Matteo, anche l’effetto Matilda agisce in modo subdolo ai livelli più disparati: non solo scienza, ma anche economia, istruzione, politica, sport, letteratura, filosofia. Lecito, dunque, chiedersi se considerazioni analoghe siano valide anche nell’ambito della religione, della teologia, della santità…
Il rapporto numerico fra santi e sante del calendario è nettamente a favore dei santi maschi, in proporzione di tre a uno, benché la vita reale delle comunità cristiane abbia sempre conosciuto una marcata maggioranza di presenze femminili rispetto a quelle maschili. È indubbio che la schiacciante preponderanza della santità maschile rifletta la struttura storica e gerarchica della Chiesa, imperniata già dai primi secoli sulle figure dei papi, dei vescovi, dei fondatori degli ordini religiosi e dei martiri, senza contare che la minore visibilità pubblica e le minori opportunità educative offerte alle donne nel corso della storia hanno reso enormemente più difficile l’apertura di processi di canonizzazione per sante e beate.
Verrebbe da pensare che, dopo il Concilio Vaticano II e con la possibilità di attribuire anche alle donne il titolo di Dottore della Chiesa (titolo esclusivamente maschile fino al 1970, quando Paolo VI proclamò dottori della Chiesa santa Teresa d’Avila e santa Caterina da Siena), qualcosa abbia iniziato a cambiare; invece, anche le canonizzazioni degli ultimi sessant’anni mantengono il rapporto numerico fra santi e sante all’incirca sugli stessi valori percentuali del passato.
Considerazioni banali, di secondaria importanza, pittoresche perfino? Non credo: mentre le nostre chiese e i nostri oratori sono frequentati (per ora…) più dalle donne che dagli uomini, la Chiesa continua a modellizzare l’imaginario religioso attraverso codici ancora prevalentemente, se non esclusivamente, declinati al maschile. L’umanità è fatta di donne e uomini, insieme. Ma le storie che ci vengono raccontate, con le parole e con le immagini, mettono ancora e sempre al centro personaggi maschili.
San Girolamo e l’effetto Matilda
In chiusura del mio intervento vorrei proporvi un esercizio di lettura che ci permetterà di verificare sul campo gli assunti che ho fin qui sviluppato.
L’esercizio consiste nel rileggere dei passaggi della biografia di san Girolamo, attingendo da alcuni libri di letteratura latina, ad uso dei licei, di recente edizione. San Girolamo, oltre ad essere un notissimo Dottore della Chiesa – uno tra i primi quattro proclamati da papa Bonifacio VIII alla fine del XIII secolo -, è anche un autore molto importante per la letteratura latina, perché, insieme ad Ambrogio e ad Agostino, rappresenta una sorta di ponte fra l’età tardo antica e l’età medievale. Per questo motivo, i libri di letteratura latina adottati nei licei dedicano sempre un numero significativo di pagine alla sua biografia e alle sue opere.
I passi di cui vi propongo la lettura fanno perno su un anno decisivo della biografia di Girolamo, l’anno 382, che vide il trentacinquenne Girolamo, nativo di Stridone, in Istria, ritornare a Roma per la seconda volta, chiamato da papa Damaso. A Roma il santo si fermerà fino al 385, quando partirà per la terra Santa, dove morirà nel 420.
I libri scolastici di cui vi propongo la lettura sono cinque. Cominciamo.
- Maurizio Bettini – Mario Lentano, Nel bosco di Diana, Sansoni 2026, Vol. 3, pag. 648-9:
Per un breve periodo operò a Roma a servizio di papa Dàmaso, che gli commissionò una nuova traduzione in latino della Bibbia, quindi si ritirò definitivamente in Oriente, a Betlemme, studiando e traducendo instancabilmente e continuando a seguire da lontano, attraverso una capillare rete di contatti epistolari, le vicende dell’impero.
Girolamo è qui presentato secondo la canonica iconografia caravaggesca che lo ritrae solitario, immerso nello studio e nella scrittura. Nel 410, quando Roma è preda dei Visigoti di Alarico – prosegue la presentazione -, Girolamo è a Betlemme, da dove, una volta venuto a conoscenza della sorte toccata all’Urbe, scrive una drammatica lettera. Di questa lettera viene citato in traduzione un breve passaggio, ma non si danno riferimenti in merito al suo destinatario (una destinataria, in realtà). Nessun’ombra femminile sembra sfiorare la biografia di Girolamo in questo ritratto. Se non che, nella sezione antologica (pag. 669), dove è riportato uno stralcio dell’Epistola 22, si legge che l’epistola era rivolta a Eustochio, la figlia di Paola, una delle discepole più fedeli di Girolamo.
Mmm… Ermeneutica del sospetto… Due nomi femminili – Eustochio, Paola – e la presenza di discepole attorno all’austero ed emaciato Girolamo.
- Francesco Ursini, Imago mundi, Treccani scuola 2026, Vol. 3, pag. 593:
Nel 383 d.C. si reca a Roma. Il rapporto con papa Damaso è immediatamente positivo e il papa gli commissiona la revisione di traduzioni della Bibbia. Alla morte di Damaso, Girolamo abbandona Roma. In circostanze poco chiare nel 385 d.C. si trasferisce in Oriente, segue la fondazione di monasteri a Betlemme e muore il 30 settembre del 419 d.C.
Anche in questo testo non vi è alcun accenno alla presenza di figure femminili nella biografia del santo. Ma, nella sezione dedicata alle sue opere (pag. 594), si dice che “un elogio di santa Paola (la sua collaboratrice in Terrasanta) è profuso nell’epistola 108, indirizzata alla figlia di lei.”
Torna il nome di Paola, che viene detta sua collaboratrice in Terrasanta, e torna la figlia di Paola – di cui, però, non è riportato il nome.
Nella pagina successiva, quando viene presentato in forma antologica un brano tratto dall’Epistola 127, relativa all’assedio di Roma, l’introduzione al brano dice (pag. 595):
La lettera 127 (Ad Principiam virginem, de vita sanctae Marcellae) è un’epistola scritta da Girolamo da Betlemme nel 413 d.C. a seguito della morte di Marcella, della quale Principia (destinataria dello scritto) è stata figlia ed erede spirituale.
Mmm… Dunque, non solo Paola, non solo la figlia di Paola, ma anche Principia, ma anche Marcella…
- Gian Biagio Conte – Emilio Pianezzola, Il lungo studio e ‘l grande amore, Le Monnier 2025, vol. 3, pag. 722:
Nel 382 tornò a Roma, dove ebbe un grande successo: il papa Dàmaso lo scelse come suo segretario e molte nobili dame lo elessero a proprio consigliere spirituale, costituendo un circolo che si ispirava al suo insegnamento. Alla morte di Dàmaso (384), l’autorità e il prestigio di Girolamo declinarono rapidamente e si diffusero pesanti critiche sugli eccessi del suo ascetismo; nel 385 lasciò quindi la città per l’Oriente, seguito da alcune delle matrone che si erano affidate a lui. Per sua iniziativa furono fondati conventi maschili e femminili, uno dei quali nel 389 a Betlemme, dove Girolamo trascorse l’ultimo periodo della sua vita e dove morì, nel 419 o 420.
Qui, anche se ci prova, la presentazione biografica non riesce ad escludere del tutto le donne, anzi: le donne ci sono e bisogna pure riconoscere che non sono poche (molte nobili dame), benché non meritino di essere nominate e vengano presentate in posizione ancillare, sullo sfondo. Qualche donna segue Girolamo nel suo viaggio in Oriente, si dice, ma qualsiasi cosa abbia fatto là, non conta: ciò a cui viene dato rilievo è solo l’iniziativa di lui. Mmm…
- Eva Cantarella – Giulio Guidorizzi, Hic est, Einaudi 2024, Vol. 3, pag. 584:
Nel 382 d.C. Girolamo rientrò a Roma e conobbe il papa Damaso I, che lo volle come segretario. Su sua esortazione, si dedicò alla revisione delle varie traduzioni latine del Nuovo Testamento, fornendone una più aderente all’originale greco. Fondò inoltre un circolo spirituale femminile, di cui era la guida, per le donne dell’aristocrazia romana (tra le altre, Marcella, Paola e la figlia Eustochio). Alla morte di Damaso, si trasferì definitivamente in Oriente. Grazie alla grande disponibilità economica di Paola, fondò un monastero femminile, uno maschile, un ospizio per i pellegrini e una scuola, in cui insegnava ai monaci a copiare i manoscritti.
Il racconto biografico si fa, in questo libro di testo, un po’ più aperto. Grazie forse alla presenza di una curatrice donna, la storica Eva Cantarella, la narrazione ci permette di allargare lo sguardo. Non dobbiamo frugare fra le pieghe del testo per andare a cercare dei nomi femminili: tra le altre, sono esplicitamente citate Marcella, Paola ed Eustochio, donne dell’aristocrazia romana che, si dice, facevano parte di un circolo spirituale fondato dallo stesso Girolamo. Girolamo è detto fondatore anche di opere monastiche in Terrasanta. L’importanza della presenza di Paola accanto a Girolamo non è passata sotto silenzio – si sottolinea, infatti, che furono i denari di lei a permettere a Girolamo di fondare monasteri a Betlemme. Si dice, infine, che, nella sua scuola di Betlemme, il santo insegnava ai monaci a copiare i manoscritti.
Mmm… Monaci… Maschile inclusivo o maschile-maschile?
- Marzia Mortarino – Mauro Reali – Gisella Turazza, Veteres amici, Loescher 2023, vol. 3, pag. 560:
Nel 382 d.C. tornò in Italia per il concilio di Roma; papa Damaso lo volle allora presso di sé e gli commissionò una nuova traduzione latina della Bibbia. Divenne pertanto un punto di riferimento della Chiesa romana e – per molti cristiani di buona cultura ed elevata estrazione sociale – fu una sorta di guida spirituale. Nel 385 d.C. lasciò Roma, poiché il suo rigorismo ascetico gli aveva provocato molte inimicizie, accentuatesi con la morte di papa Damaso. Passò il resto della sua vita, conclusasi nel 419 d.C., a Betlemme, in Palestina, dove – insieme con la nobile romana Paola, sua amica e protettrice – aveva fondato due monasteri, uno maschile e un altro femminile; qui completò le sue traduzioni, alternandole allo studio, all’insegnamento, alle polemiche teologiche, ma anche ai compiti della vita monastica.
Fra i curatori di questa storia letteraria, due sono donne. Forse, perciò, non è un caso se a Paola viene restituito il ruolo non di semplice discepola e collaboratrice, ma di protettrice, cofondatrice di monasteri e amica.
Mmm… Un santo come Girolamo, e un’amica donna?
L’affetto per la Scrittura
Qualcuno potrebbe obiettare che i testi che abbiamo preso in considerazione sono libri scolastici, incapaci dell’affondo biografico che la vita di un santo meriterebbe. Trattandosi di santità, sarebbe piuttosto il caso di fare riferimento a fonti di ambito ecclesiastico.
Obiezione accolta. Andiamo dunque a riprendere alcuni passaggi della Lettera Apostolica Scripturae Sacrae affectus di papa Francesco, scritta nel 2020, in occasione del XVI centenario della morte di San Girolamo:
Nel 382 Girolamo torna a Roma, mettendosi a disposizione di Papa Damaso che, apprezzando le sue grandi qualità, ne fa un suo stretto collaboratore. Qui Girolamo si impegna in una incessante attività senza dimenticare la dimensione spirituale: sull’Aventino, grazie al sostegno di donne aristocratiche romane desiderose di scelte radicali evangeliche, come Marcella, Paola e la figlia di lei Eustochio, crea un cenacolo fondato sulla lettura e sullo studio rigoroso della Scrittura. (…)
Parlando del secondo soggiorno romano di Girolamo, viene ricordata la sua vicinanza ad alcune donne aristocratiche, che univano al desiderio di radicalità evangelica la lettura e lo studio rigoroso dei testi sacri; si citano i nomi di Marcella, Paola ed Eustochio; Girolamo è presentato come fondatore del cenacolo dell’Aventino.
Questo intenso e proficuo periodo si interrompe con la morte di Papa Damaso. Si vede costretto a lasciare Roma e, seguito da amici e da alcune donne desiderose di continuare l’esperienza spirituale e di studio biblico avviata, parte alla volta dell’Egitto (…) per stabilirsi definitivamente a Betlemme nel 386. (…)
Si ricorda la presenza delle donne – senza specificarne il nome – anche nel viaggio di Girolamo verso l’Oriente, ma si sta ben attenti a distinguere tra amici (maschi) e donne: il fatto che alcune donne lo abbiano accompagnato in un viaggio tanto faticoso e pericoloso, sostenute dal desiderio di proseguire con lui l’esperienza di condivisione spirituale e di studio, non merita di essere rubricato sotto la voce “amicizia” come accade per gli uomini.
Proprio a Betlemme, luogo per lui privilegiato, presso la grotta della Natività fonda due monasteri “gemelli”, maschile e femminile, con ospizi per l’accoglienza dei pellegrini giunti ad loca sancta, rivelando la sua generosità nell’ospitare quanti giungevano in quella terra per vedere e toccare i luoghi della storia della salvezza, unendo così la ricerca culturale a quella spirituale.
Non si fa alcuna menzione del contributo finanziario e della collaborazione di Paola ed Eustochio nella gestione dei monasteri gemelli.
Nello studio Girolamo non trova un effimero diletto fine a sé stesso, ma un esercizio di vita spirituale, un mezzo per arrivare a Dio, e così anche la sua formazione classica viene riordinata nel più maturo servizio alla comunità ecclesiale. Pensiamo all’aiuto dato al Papa Damaso, all’insegnamento che dedica alle donne, specie per l’ebraico, sin dal primo cenacolo sull’Aventino, tanto da fare entrare Paola e Eustochio «nei combattimenti dei traduttori» [15] e, cosa inaudita per il tempo, garantire loro di poter leggere e cantare i Salmi nella lingua originale. [16]
I nomi di Paola ed Eustochio vengono nuovamente citati, in qualità di discepole che da Girolamo hanno appreso la conoscenza dell’ebraico. Il riferimento ai loro due nomi è correlato a due note: la nota 15, che presenta un riferimento al Prologo al Libro di Ester, e la nota 16, che rimanda all’Epistula 108.
L’ermeneutica del sospetto insegna a scavare non solo fra righe, accenni e sottintesi, ma anche nelle note a margine e in quelle a piè di pagina. Doveroso, perciò, seguire l’indicazione della nota 15 che, portandoci al Prologo al Libro di Ester, ci permette di conoscere l’elogio rivolto da Girolamo alle competenze culturali e alle capacità traduttive di Paola ed Eustochio. A queste due donne, che sono dette così esperte nella lingua degli Ebrei da poter essere entrate nelle “battaglie dei traduttori”, il santo affida il compito di controllare, parola per parola, il suo lavoro, facendosi garanti del suo operato e testimoni della fedeltà della sua traduzione. L’Epistula 108, citata nella nota 16, vede Girolamo rivolgere ad Eustochio parole di consolazione per la morte della madre, di cui viene descritta la profonda conoscenza delle Scritture e la grande padronanza della lingua ebraica, tanto che Paola poteva cantare i salmi nella lingua originale senza alcuna inflessione latina.
Le trappole dell’effetto Matilda
Le trappole dell’effetto Matilda sono insidiose, in tutti gli ambiti della vita − religione, teologia e santità comprese. Margaret Rossiter spiegava che le strategie messe in atto per cancellare il contributo delle donne in ambito scientifico riflettono formulazioni analoghe a quelle utilizzate in ambito letterario, dove frasi del tipo Non l’ha scritto lei… L’ha scritto lei, ma di sicuro è stata aiutata… L’ha scritto lei, ma non è un lavoro importante… L’ha scritto lei, ma è un’eccezione… [4] sono strumenti normali e quasi naturali di azzeramento delle voci delle autrici. Non è difficile riconoscere gli stessi meccanismi in azione anche in ambito religioso.
Per cominciare a squarciare il fondale che ingrigisce e fa scomparire nell’indistinto i volti femminili, impoverendo tristemente la nostra stessa visione e comprensione del mondo, bisogna iniziare a raccontare le donne. E per raccontare le donne ci vuole studio e ci vuole dedizione.
Oggi abbiamo la fortuna di avere molti strumenti a nostra disposizione. Mettiamo caso che, sollecitati dai nomi intravisti nella biografia di Girolamo, ci venga voglia di saperne un po’ di più. Potremmo cominciare con il consultare l’Enciclopedia Treccani on line alla voce Eustochio, santa. È una voce del 1932, vecchia di quasi un secolo, eppure ci fa scoprire cose molto interessanti.
Di Eustochio ci dice che fu espertissima nelle lingue classiche, apprese anche l’ebraica, aiutò san Girolamo nella trascrizione di codici biblici e fu da lui sempre considerata come discepola prediletta; menziona il fatto che, con la madre Paola, raggiunse Girolamo ad Antiochia e che con lui si recarono a Betlemme, dove costituirono un cenobio che, nelle sue sezioni femminili, fu diretto da Paola; sottolinea che, fino alla morte, si dedicò allo studio della Scrittura e alle cure del monastero, di cui assunse la direzione una volta mancata la madre. E poi ci offre un’altra, notevole, informazione: Eustochio, dice l’Enciclopedia Treccani, fece parte del cenacolo femminile raccolto nella casa di Marcella sull’Aventino.
Mmm… e dunque chi l’ha fondato, il circolo dell’Aventino? Girolamo, come ci era sembrato di poter capire da tutte le notizie che avevamo letto fino a questo punto, oppure santa Marcella, il cui nome abbiamo fin qui intravisto solo di sfuggita?
Le lettere di santa Marcella sono andate tutte perdute; abbiamo però le lettere che a lei indirizza Girolamo. Come scrive Cristina Simonelli nella voce dell’Enciclopedia delle Donne dedicata a Marcella dell’Aventino[5], le parole di Girolamo costituiscono una sorta di calco che ci permette di ridare spessore alla fisionomia di santa Marcella, ricostruendone il volto e la personalità. Anche se spesso si legge che il Circolo dell’Aventino era stato fondato da Girolamo, in realtà è Girolamo stesso a raccontare, nell’epistola 127, che, mentre si trovava a Roma, venne avvicinato dalla vedova Marcella, che l’invitò con insistenza a partecipare agli incontri di preghiera e meditazione della Scrittura che si tenevano in casa sua, sull’Aventino, appunto.
Ci vuole studio e ci vuole dedizione, per togliere dal grigiore e dal silenzio le storie delle donne, per restituire alle donne il volto e la voce. Eppure, soltanto raccontando le storie delle donne possiamo ritrovare il volto e la voce dell’umanità – e della chiesa, della santità. Che è fatta di uomini e di donne, insieme.
[1] https://www.settimananews.it/saggi-approfondimenti/tradimenti-della-tradizione/
[2] https://www.settimananews.it/cultura/le-vie-della-grammatica/
[3] https://www.settimananews.it/chiesa/pensavo-fosse-gesu-invece-aristotele/
[4] Johnny L. Bertolio, L’ha scritto lei, ma…Perché a scuola non si studiano le autrici, Tlon 2026
[5] https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/marcella-dellaventino






Splendida ed intrigante esposizione. Illuminante. Grazie