In piazza a curare le piaghe dei migranti

di:

trieste

«Facciamo la carità? No, assolutamente no. Noi facciamo la politica più bella che esiste», così ha dichiarato Lorena Fornasir che, insieme al marito Gian Andrea Franchi, è intervenuta all’incontro Frontiere di carta, Frontiere di vita svoltosi sabato 21 marzo a Porto Mantovano (MN).

L’evento era organizzato dal coordinamento caritativo dell’Unità Pastorale Giovanni Bono, in collaborazione con il Tavolo Diocesano del Bene Comune e con il gruppo di Fornelli Resistenti di Mantova. L’appuntamento è stato realizzato nell’ambito della Trama dei diritti, lo spazio culturale promosso dal Centro Servizi Volontariato Lombardia e aperto a tutte le organizzazioni impegnate alla costruzione della cultura dei diritti.

Assuefarsi all’orrore

L’associazione Linea d’ombra, fondata nel 2019 dai due coniugi, opera a Trieste con un gruppo di volontari che si ritrovano, ogni giorno, in Piazza della Libertà (oggi soprannominata “Piazza del Mondo”) per portare soccorso ai migranti della rotta balcanica. Un’iniziativa che – come ha chiarito Lorena – non è carità, bensì un preciso atto politico. «Il nostro stare nella piazza tutti i giorni è un tentativo di resistenza nei confronti di questo inferno in cui viviamo», ha aggiunto Gian Andrea.

Il racconto di Franchi invita a riflettere sul fatto che il mare che circonda l’Italia, quello stesso mare che è meta delle nostre vacanze, è in realtà un enorme cimitero pieno di cadaveri. E tuttavia questo fatto ci lascia pressoché indifferenti.

«È la prima volta nella storia – dice Franchi parlando di Gaza – che c’è un genocidio che tutti possono seguire nel dettaglio: il bambino che muore di fame, il bambino senza gambe, quelle file di piccoli cadaveri avvolti nelle lenzuola. Qualunque dei nostri ragazzi può vedere questa cosa. Non ci rendiamo conto della gravità di questo? Un ragazzino vede il suo coetaneo morto a Gaza e poi, cambiando canale, vede le Olimpiadi di Cortina: è una forma di educazione terribile».

I fondatori di Linea d’ombra, per farsi capire meglio, hanno citato l’esempio di quel contadino tedesco che, durante la guerra, viveva vicino ad Auschwitz. Quando gli chiesero se non si fosse mai accorto di nulla, lui rispose che, all’inizio, si udivano le urla, si vedeva il fumo e si sentiva la puzza; poi però, col passare del tempo, ci aveva fatto l’abitudine.

Nel racconto dei due coniugi triestini noi rischiamo di fare la parte di quel contadino di Auschwitz perché «tutti noi siamo malati di indifferenza, ed è una malattia mortale». A fronte di questa indifferenza dilagante «dobbiamo sentirci complici se non facciamo nulla per resistere, per reagire. Il nostro piccolo tentativo di accogliere i migranti come fratelli è solo una forma di resistenza».

Gian Andrea Franchi compirà 90 anni tra pochi mesi e, nonostante l’età avanzata, è ancora impegnato nella ricerca di un senso da dare alla vita. Dalle sue parole si percepisce che l’impegno verso i migranti è un arricchimento interiore. «Ogni giorno andiamo nella “Piazza del Mondo” a compiere il nostro furto di senso perché sono loro, questi ragazzi, che restituiscono un senso alla nostra vita in questa epoca finale delle nostre due esistenze. Io, vecchio militante comunista dagli anni 60 e 70, non avevo capito qual è l’elemento positivo che tiene insieme le società, quest’elemento che si chiama cura».

Ebbene sì, siamo eversivi

Altrettanto intensa è risultata la testimonianza di Lorena. Riprendendo l’esempio del contadino di Auschwitz, ha detto: «Noi siamo quelli che non vogliono abituarsi a tutto questo, perciò, noi parliamo di resistenza e siamo resistenti nel senso proprio più bello del termine – siamo eversivi – e non solo resistenti. L’eversione, in quest’ottica, è una bellissima parola perché quello che capovolgiamo è la morte con la vita».

Proprio di morte e sofferenza è intriso il racconto di Lorena quando parla dei minori non accompagnati che arrivano dalla rotta balcanica: «bambini di 13 o 14 anni, partiti dall’Afghanistan, che arrivano qui con i segni dei morsi dei cani della polizia bulgara o con il naso spaccato dalla polizia croata e slovena».

Due storie come quelle citate sono state presentate, in apertura dell’incontro, da Ahmad Ziya Barak e Muhammad Naveed. Il primo, partito tredicenne dall’Afghanistan, ha detto: «Oggi ho 22 anni, ma non sembra. Guardandomi allo specchio, gli anni mi sembrano tanti più. Il mio passato mi ha fatto crescere in fretta». Muhammad, emigrato dal Pakistan quando aveva 14 anni, ha raccontato la sua odissea per entrare nell’Unione Europea dopo essere stato respinto per 19 volte al confine greco.

Due storie diverse tra loro ma accomunate dalle stesse cicatrici nell’anima. «Ogni volta che noi raccontiamo le nostre storie – ha detto Barak – facciamo fatica a tornare a quel pezzo della nostra vita del passato, perché ci sentiamo profondamente male: per questo spesso non sappiamo trovare le parole per raccontare».

Le voci di Lorena, Gian Andrea, Barak e Muhammad ci hanno ricordato, dunque, che dobbiamo resistere per non soccombere all’indifferenza di fronte a tutto ciò. Ma esiste anche un altro rischio, reale, quello rappresentato dall’ignoranza e dagli stereotipi. Il fenomeno migratorio, se ascoltiamo i media, ci viene presentato come minaccia e invasione degli stranieri. La narrazione dominante fa leva sulle nostre paure per proporci una realtà che non esiste.

I tanti pregiudizi sui migranti

Contro questo fenomeno ha puntato il dito il prof. Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dell’immigrazione dell’Università di Studi di Milano, responsabile scientifico del Centro studi ethics di migrazioni nel Mediterraneo, direttore della Scuola estiva sociologia dell’immigrazione di Genova.

Nel suo intervento ha presentato una serie di dati – tratti da fonti autorevolissime – che dimostrano una realtà molto diversa dalla situazione percepita. «C’è un senso comune, diffuso e prevalente, su questo argomento, in base al quale gli immigrati proverrebbero dall’Africa o dal Medio Oriente, forse dall’Asia Meridionale. Sarebbero giovani, maschi, di religione musulmana, dannosi per le finanze dello Stato».

Ma la realtà è ben diversa. Gli immigrati in Italia, negli ultimi dieci anni, sono cresciuti del 13,3% (nascite incluse). Si tratta di 5,4 milioni di persone, oltre a circa 300/400mila irregolari stimati. I rifugiati sono una minima parte poiché – come sottolinea il professore – chi fugge, ad esempio da una guerra, molto spesso trova riparo nei Paesi limitrofi. La conclusione alla quale arriva il professore è che, a dispetto delle nostre convinzioni, «gli immigrati sono per quasi la metà europei, il 50% circa sono donne e vengono prevalentemente da paesi di tradizione culturale cristiana».

La relazione di Ambrosini, continuando a sfatare i nostri preconcetti, ha dimostrato che coloro che lasciano il loro paese per emigrare sono persone con un reddito e un livello di istruzione elevati in rapporto alle condizioni del loro paese.

Anche le statistiche sulla criminalità descrivono una realtà molto diversa dall’immagine che arriva dai media. Siamo noi italiani molto spesso che, rendendo più complicata la vita ai migranti – ad esempio ghettizzandoli o impedendo i ricongiungimenti – li spingiamo verso la delinquenza. Un esempio concreto che Ambrosini cita è quello dei luoghi di culto. Le statistiche dimostrano infatti che l’appartenenza attiva a una comunità religiosa è un deterrente contro le attività criminose. In quest’ottica dovremmo favorire i luoghi di culto invece di cercare di chiuderli.

I temi legati alle migrazioni sembrano così grandi e complessi che, molto spesso, rischiamo di sentirci impotenti. Eppure, nella conclusione di Maurizio Ambrosini c’è un appello che ognuno di noi può cogliere: «In base a molti dati di ricerca, chi conosce personalmente degli immigrati, ha meno paura dell’immigrazione. In generale, quelli che hanno più paura degli immigrati sono persone che escono poco di casa, che vedono molto la televisione, che hanno poche frequentazioni sociali».

«La conclusione è che, se noi moltiplichiamo i luoghi, le forme di incontro, le possibilità di conoscere persone immigrate, allora diminuiamo la paura e riduciamo il pregiudizio. Se le persone si guardano negli occhi, cominciano a parlare, allora si scopre un altro mondo. Quindi c’è davvero qualcosa che tutti noi possiamo fare e che può aiutarci a cambiare lo sguardo verso i migranti».

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Questo sito fa uso di cookies tecnici ed analitici, non di profilazione. Clicca per leggere l'informativa completa.

Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici ed analitici con mascheratura dell'indirizzo IP del navigatore. L'utilizzo dei cookie è funzionale al fine di permettere i funzionamenti e fonire migliore esperienza di navigazione all'utente, garantendone la privacy. Non sono predisposti sul presente sito cookies di profilazione, nè di prima, né di terza parte. In ottemperanza del Regolamento Europeo 679/2016, altrimenti General Data Protection Regulation (GDPR), nonché delle disposizioni previste dal d. lgs. 196/2003 novellato dal d.lgs 101/2018, altrimenti "Codice privacy", con specifico riferimento all'articolo 122 del medesimo, citando poi il provvedimento dell'authority di garanzia, altrimenti autorità "Garante per la protezione dei dati personali", la quale con il pronunciamento "Linee guida cookie e altri strumenti di tracciamento del 10 giugno 2021 [9677876]" , specifica ulteriormente le modalità, i diritti degli interessati, i doveri dei titolari del trattamento e le best practice in materia, cliccando su "Accetto", in modo del tutto libero e consapevole, si perviene a conoscenza del fatto che su questo sito web è fatto utilizzo di cookie tecnici, strettamente necessari al funzionamento tecnico del sito, e di i cookie analytics, con mascharatura dell'indirizzo IP. Vedasi il succitato provvedimento al 7.2. I cookies hanno, come previsto per legge, una durata di permanenza sui dispositivi dei navigatori di 6 mesi, terminati i quali verrà reiterata segnalazione di utilizzo e richiesta di accettazione. Non sono previsti cookie wall, accettazioni con scrolling o altre modalità considerabili non corrette e non trasparenti.

Ho preso visione ed accetto