
Foto di Gregory A. Shemitz.
Recentemente è stata, ancora una volta, richiamata la scarsità delle vocazioni sacerdotali. Ben tre documenti solenni sono stati ripresi per dare spiegazioni e suggerimenti alla crisi vocazionale: “Il dono della vocazione presbiterale, Ratio fundamentalis sacerdotalis, Congregazione del clero, 2016; Orientamenti e norme per i seminari, Conferenza episcopale italiana, 4ª Edizione, 2024, ; La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis in Prospettiva sinodale missionaria, Rapporto del Gruppo n. 4 del Sinodo, 2026.
I corposi documenti insistono nella dimensione della “formazione” che riguarda i soggetti nella preparazione al sacerdozio, le necessarie caratteristiche, i percorsi di formazione, gli studi, i tempi e modi pastorali di accesso al sacerdozio.
Forse è utile una diversa impostazione nel considerare il fenomeno della rarità delle vocazioni sacerdotali. Sono utili delle brevi considerazioni sulla religiosità del nostro paese.
Religione naturale
La prima considerazione riguarda la religiosità cristiana oggi vissuta.
Una religiosità che ha stravolto il cristianesimo, riportando la fede alla dimensione razionale. Il concetto di Dio non è più orientato alla verità biblica, così come esplicitato nella religiosità ebraico-cristiana. La religiosità del “chi è Dio” si è trasformata in un vago sentimento di qualcosa/qualcuno che deve aver orientato e gestito la creazione.
Il dilemma scienza-fede non è risolto.
Rimane ambiguo il sentimento di vaghezza e sostanzialmente di non adesione al Dio personale.
In maniera esplicita è prevalente la tendenza alla “religiosità naturale”. Una religiosità che può esistere solo all’interno della dimensione umana, vissuta nei momenti razionali, ma anche affettivi, emozionali, di condizioni della vita reale,
Il Dio unico, onnipotente, misericordioso non è percepito come tale: forse è vero, forse è utile, forse esiste dicono anche i fedeli. La stessa Bibbia non è ritenuta parola sacra, ma miscelata e selezionata a seconda dei propri sentimenti e verità.
Oscillano le devozioni soprattutto nei misteri del male e del dolore, invocando una bontà richiesta quando e solo se necessaria.
Le meraviglie del mondo sia naturale sia frutto della scienza non destano “meraviglia e ringraziamento”, ma si ritengono frutto dell’intelligenza e della volontà umana.
I dettami divini si riducono a “onora il padre e la madre, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza”. Un’etica ridotta alle stesse interpretazioni che si ritengono giuste per sé. È questo il motivo dell’abbandono del senso di peccato e della non necessità del sacramento della penitenza. Nessuno si confessa, perché è il proprio io a interpellare la condotta tra il bene e il male.
Cristo, uomo nobile
La figura di Cristo è apprezzata per quanto di misericordioso, di pace, di perdono ha annunciato. La sua dimensione spirituale e ultraterrena è in dubbio. I suoi insegnamenti sono a volte fruibili, a volte impossibili.
I testi nobili (Padre nostro, Beatitudini, Magnificat) sono selezionati. La prima parte del Padre nostro che riguarda Dio è ignorata, per sottolineare la seconda parte: dacci il nostro pane, rimetti inostri debiti, non abbandonarci… Alcune beatitudini sono esaltate, altre riservate solo ad alcuni predestinati: essere umile, mite, sincero, pacifico, fedele… Maria è esaltata per la sua umiltà, obbedienza, per aver accettato di essere madre.
Si preferisce esaltare il Cristo trionfante, dimenticando Gesù crocifisso.
La Chiesa, organismo di culto
La Chiesa non è considerata il popolo di Dio che loda, onora, benedice Dio a nome di Cristo e dello Spirito. È considerata un organismo di culto, con molte Chiese, campanili, opere pie e, riti affidati a persone consacrate, con una gerarchia molto rigida che prevede il papa, i vescovi, i presbiteri, i diaconi. Alla Chiesa appartengono i fedeli cristiani battezzati con alcuni compiti loro riservati.
Chi ha ricevuto il sacramento dell’ordine è persona sacra, destinata al culto, a prescindere dalla coerenza. Particolari le condizioni delle congregazioni religiose e maschili e femminili che hanno accolto i voti di povertà, di obbedienza, di castità.
Molti battezzati stentano a giustificare gli scandali che tradiscono quanto affermano a parole. Le organizzazioni ecclesiali sono molto diverse, a seconda dei riti e delle culture. Sempre più persone invocano un’ortodossia ritenuta tale da qualche secolo fa.
Il nuovo presbitero
Chi pensa di diventare sacerdote ha intorni a sé un clima problematico. Nel linguaggio ecclesiastico i compiti del sacerdozio sono precisi, come puntuali sono gli ambiti dei suoi interventi: il culto, l’azione missionaria (pastorale), la carità.
In parole esplicite, il sacerdote (come il religioso) può esprimere la sua missione scegliendo tra
- la pastorale (organizzazioni cattoliche, la parrocchia, i movimenti cattolici, il culto),
- gli studi (nelle varie materie sacre dalla Bibbia alla Patristica, dalla Liturgia alla Morale, dal Diritto alla Storia ecclesiastica),
- le opere sociali (comunità per giovani, per disabili, per anziani, per cure mediche).
La scelta non è sempre chiara e desiderata; spesso è condizionata da circostanze non previste né volute.
Qualunque sia la scelta, il nuovo sacerdote deve poter disporre di alcune condizioni irrinunciabili:
(1) La fede: non sembri un’enormità. Per fede si intende la convinzione profonda della religiosità cristiana ritenuta come valore pieno e sicuro, che rende felice, comprendendo la dimensione umana e spirituale.
(2) Il neo-sacerdote prenda coscienza di un percorso di solitudine e di equilibrio, in termini affettivi, economici e di prestigio. Non avrà infatti un futuro di gloria: se intendesse cercare prestigio è cosa migliore rinunciare; vivrebbe altrimenti di frustrazioni e di falsità.
(3) Sia umile, considerando la vocazione e l’ordinazione sacerdotale come un privilegio, puro dono dello Spirito di Dio. Non si sentirà mai all’altezza di rappresentare Cristo, unico riferimento per sé e per gli altri.
(4) Sia paziente con tutti, sicuro che non dipende da lui il dono della fede; egli può solo essere testimone di una grande occasione a lui concessa.
(5) Sappia essere paziente con sé stesso: l’età, le circostanze, la propria coscienza insegneranno che si può sempre migliorare, ma anche peggiorare.
(6) Sappia alimentare la sua spiritualità, come è opportuno per sé stesso. La preghiera, il silenzio, l’azione compiute in nome di Dio lo gratificheranno per riconciliarlo con le ingiustizie e i tradimenti subiti.
(7) Abbia una visione completa della salvezza: per chi è povero, per chi ha salute, per chi è ricco. Cristo è stato Messia, Profeta, Taumaturgo, ma soprattutto è stato coerente fino alla morte.
(8) Riconosca che la salvezza inizia dalla vita odierna, con la costruzione del Regno fin dalla terra, terminando con la gloria di Dio.
(9) Sappia essere “ironico”. La tolleranza per sé e per gli altri gli impedisce di intristire.
(10) Infine, qualche volta chieda perdono: per non essere stato idoneo alla missione, affidandosi alla misericordia di Dio.
L’augurio sincero è per chiunque sente il desiderio di essere sacerdote: non si impaurisca, né si inorgoglisca. Dio dispone della nostra storia: come il fiume nasce dalla montagna e scende verso il mare, così a noi è possibile curare gli argini, senza la pretesa di inventare l’acqua o di regolare l’andamento della corrente.






CHIESA VIVA
Africa e Asia, boom di vocazioni: 5.300 seminaristi in più in un solo anno
SEMINARISTI, AFRICA, SACERDOTI,ORDINAZIONE
28 Aprile 2026
Secondo i dati della Pontificia Società di San Pietro Apostolo le vocazioni sacerdotali stanno crescendo in modo significativo, sia in Africa sia in Asia, in quelli che, forse non più con la stessa accezione di qualche decennio fa, vengono definiti territori di missione. Infocatolica riporta numeri assai significativi: «nell’anno accademico 2024-2025 ci sono 88.156 seminaristi distribuiti in 801 seminari, rispetto agli 82.859 in 778 seminari dell’anno precedente: 5.297 vocazioni in più e 23 nuovi centri di formazione in soli dodici mesi».
Dove la fede e’ viva, piena, consapevole, testimoniata senza vergogna o falso rispetto, Dio opera piu’ efficacemente. “Cristo e’ tutto per noi” diceva e scriveva sant’Ambrogio. Quanti, in occidente e nelle nostre citta’, lo ripeto o, lo testimoniano e lo vivono? Nella mia esperienza nessuno o quasi. “Tra persone educate Cristo e’ bandito o ignorato: tamquam non esset!”
Prima di essere preti bisogna essere uomini, guide. E senza scomodare cose troppo alte, anche per mere questioni morali e valoriali, non si può che guidare con l’esempio. Per quanto mi riguarda i preti e la Chiesa ce l’hanno messa tutta per farmi scappare. Chiunque sia sano di mente, pur avendo una qualche spinta spirituale, si accorge presto o tardi che quello ecclesiastico è uno degli ambienti più malsani. E come in ogni altro contesto, chi si avvicina a te lo fa solo per interesse egoistico (come qualsiasi altro uomo che cerca una qualche forma di compiacimento personale, per non dire di peggio). Qualcuno disse che di cristiano ce n’è stato un solo e l’hanno messo in Croce. Ho continuato il mio percorso spirituale da solo e forse è l’unico modo per avvicinarsi realmente a Dio. In natura ogni eccesso porta al suo esatto opposto. E se questa istituzione sta andando a morire, un motivo valido c’è. Più di uno evidentemente. Oggi è vero che ci sono tante opportunità e i giovani sono esposti a una moltitudine di stimoli e tentazioni come mai prima d’ora Ma la voglia di Verità c’è sempre e sempre ci sarà. È insita nell’animo umano. E lo dimostra l’esplosione di pratiche meditative e del benessere degli ultimi anni. La Chiesa ha perso una grande opportunità, data la sua millenaria cultura e il suo potere anche mediatico. I giovani d’oggi, anche se si vuole far credere il contrario, sono molto più svegli. E non si fanno manipolare da una figura che si presenta come padre-amico ma che ha tutt’ altro scopo.
SCARSI: impossibile scegliere migliore termine ambiguo. Concordo ad ogni modo.
Non sono più i tempi per agitare lo spauracchio della solitudine, come avviene nella narrazione corrente, davanti agli occhi dei giovani che possano prendere in considerazione una vita celibataria a servizio della Chiesa. In un’epoca post-patriarcale come l’attuale, dove la famiglia, comunque intesa, non è più una garanzia che ne escluda l’eventualità, la solitudine rappresenta un rischio per tutti ed ogni metodo educativo che si rispetti deve stimolare la crescita degli opportuni anticorpi. Pur giudicando dall’estero, mi pare che il prete abbia a disposizione una copiosità di incontri -lui volendo, non certo superficiali – più di ogni altra presenza in società, tale da potersi progressivamente conquistare il ruolo di pater familias, non senza poter avere un cerchio più ristretto di amiche ed amici cui potersi appoggiare nella fatica. È naturale che, se egli si trattiene su un piano sacrale, o comunque di superiorità ontologica, come sovente era in passato, secondo l’impronta formativa ricevuta, la solitudine l’aspetta dietro l’angolo. Ha sbagliato ruolo, oppure ha sbagliato secolo.
L’articolo inquadra bene la cultura religiosa contemporanea; dimentica però che il prete vive nella Chiesa coi confratelli e i superiori, tutti tipi un po’ particolari e, gli ultimi, non sempre all’altezza del loro compito; per tutti questi motivi la vita apostolica diventa ulteriormente complessa e difficile. Non basta infatti che sia avverso il mondo, ci vogliono anche le contrarietà da parte dei fratelli e dei “padri” ecclesiastici, per cui il prete tante volte si trova solo con Dio e va fuori di testa.
Nella mia esperienza clericale, vedo quanto esposto da Giuseppe, seppur possibile, oggi alquanto insolito. L’unico mezzo di contrasto e di repressione resta la minaccia di trasferimento. Per il resto ogni prete nella sua parrocchia è papa.
Sei sempre Vinicio. Complimenti! Francesco Strazzari