
Già monaco a Bose e attualmente docente in un liceo di Bologna, oltre a essere autore di libri, saggi e conferenze, Ludwig Monti ha studiato per trent’anni il Vangelo di Marco.
In questo suo agile volume mette a fuoco il tema del discepolato legato strettamente in Mc alla presenza dell’incomprensione. Lungo tutta la vita di Gesù (delineata schematicamente nei suoi movimenti nell’Appendice 1, pp. 107-198) il rapporto con i discepoli è improntato a un venir meno costante all’adesione iniziale entusiasta a seguire il Maestro. L’oscillazione, grave in Marco, abbraccia una vera e propria mancanza di fede (Mt e Lc attenuano questo tratto, parlando di “poca fede” …).
Struttura del Vangelo di Marco
Dopo il prologo (Mc 1,1-13), la prima parte del Vangelo abbraccia 1,14–8,26 ed è incentrata sull’identità di Gesù (Chi è Gesù?). Le tre sottosezioni sono 1,14–3,6; 3,7–6,6a; 6,6b–8,26.
La seconda parte comprende Mc 9,14–16,8, imperniata sulla sequela di Gesù stesso, che si svela quale Figlio dell’uomo e Figlio di Dio (Come seguire Gesù?). Le tre sottosezioni sono 9,14–10,52; 11,1–13,37; 14,1–16,8.
La parte centrale è costituita da Mc 8,27–9,13 e fonde i due temi, come appare evidente dai seguenti versetti: «La gente, chi dice che io sia? […] Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,27.29); «Se qualcuno vuol stare dietro di me e seguirmi, rinunci ad affermare [lett. “rinneghi”] sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).
Il centro del Vangelo presenta Gesù come colui che deve soffrire ed essere messo a morte, ma anche risuscitare e manifestarsi nella gloria, e chiede al discepolo o alla discepola un coinvolgimento radicale con lui (cf. 8,34–9,1). La risposta alla domanda «Voi, chi dite che io sia?» va dunque data con tutta la propria vita.
«Il Cristo lo si conosce seguendolo – annota Monti – attraverso un coinvolgimento esistenziale, nella chiara consapevolezza che, per la sequela evangelica, il fatto essenziale è la persona di Gesù. È unicamente lui che dà forma e contenuto alla relazione con il discepolo, il quale “deve spostare il centro della vita: non più sé stesso, ma Gesù” (B. Maggioni). D’altra parte, solo la libertà umana può rispondere questa chiamata alla vita, la quale assume una configurazione unica e irripetibile nella persona di Gesù» (p. 9).
Monti commenta in modo ampio solo alcune pericopi di Marco, quelle più esemplificative del tema del discepolato collegato al tema della fede, della paura e dell’incomprensione. Nel contempo, egli suggerisce alcune note ermeneutiche per comprendere il contesto delle pericopi commentate.
“Chiamami col… mio nome”
Si inizia con il commento al racconto della chiamata di due coppie di fratelli (Mc 1,16-20), segno di una comunità fraterna e di sostegno reciproco. Gesù chiama e “istituisce” (non “costituisce”, come traduce la CEI 2008, ammonisce Monti, che più volte corregge la traduzione ufficiale) i Dodici – che chiama apostoli – perché stessero con lui (è questo l’essenziale) e per inviarli a predicare e avere autorità di scacciare i demòni.
Il discepolo deve condividere tutta la vita di Gesù: preghiera, gioie, sofferenze, delusioni, guarigioni ecc. Gesù comincia a inviare i Dodici – la missione non è iniziativa del discepolo… –, che, assieme ad altri credenti, formano la nuova famiglia di Gesù.
Non avere paura. La tempesta e il grido
La seconda pericope commenta l’episodio della cosiddetta “tempesta sedata” (Mc 4,35-41) vera e propria mise en abyme del discepolato in Marco. In essa si concentrano fede, paura e incomprensione. I temi tipici del secondo Vangelo.
Nella grande tempesta emerge il forte contrasto tra la burrasca (cf. Sal 107) e il sonno tranquillo di Gesù, esausto ma affidato al Padre. I discepoli hanno paura e rinfacciano a Gesù il suo disinteresse rispetto al pericolo di andare perduti.
Gesù calma la tempesta e solo dopo li rimprovera: «Perché siete paurosi? Non avete ancora fede?». Gesù ha fede nel Padre ed è abbandonato a lui. I discepoli sono angosciati e devono vincere la paura con la fede, che manca loro del tutto. La potenza di Gesù – ed evangelica in genere – si manifesta nella debolezza (cf. Sal 107,28-30; Sal 46,2-4).
La paura/pavidità in Marco è sempre legata alla mancanza di fede (apistia): mancanza di fede nella potenza di Gesù che cammina sulle acque (cf. Mc 6,49-50); mancanza di fede come incomprensione e durezza di cuore di fronte all’annuncio di Gesù della sua passione morte e risurrezione (cf. Mc 9,31-32).
«Certo – scrive l’autore – avere fede non significa essere esenti da dubbi, non significa camminare alla luce della visione (cf. 2Cor 5,7) o pensare che la fede non subisca prove, non passi attraverso il buio […] la vita porta con sé queste difficoltà: è la vita, non si può pensare di attraversarla senza passare attraverso le ferite e le prove! […] il punto è un altro […] Mancanza di fede o poca fede che dir si voglia sono legate, con maggiore o minore consapevolezza da parte nostra, alla paura. Dobbiamo dunque affrontare la paura, la quale è sempre, in ultima analisi, legata alla radice di tutte le altre paure, alla “paura madre”, al “re delle paure” (Gb 18,14): la paura della morte. Perché i discepoli gridano? In ultima analisi, perché hanno paura di morire!» (p. 39).
Ma Gesù è venuto a liberare noi che, per paura della morte, eravamo soggetti a schiavitù per tutta la vita, confessa fidente l’autore della Lettera agli Ebrei (cf. Eb 2,14-15).
La nostra fede non va vissuta nonostante la debolezza, ma nella debolezza. «Il discepolo – ricorda ancora Monti – non deve pretendere una presenza divina autoevidente, esposta a continue verifiche: la fede matura sa renderlo tranquillo anche nelle difficoltà e sereno anche nella notte. Il discepolo autentico si sente al sicuro in compagnia di Gesù Cristo, pure quando le difficoltà sono grandi e “il Signore e Maestro” (Gv 13,14) sembra dormire» (p. 43).
Capire tu non puoi
Nel terzo capitolo della sua opera – titolato come gli altri con rinvii a titoli di canzoni o di film –, Monti analizza tre brani paradigmatici della difficoltà dei discepoli a restare all’altezza della chiamata del Maestro e della vita in comune con lui.
Mc 8,14-21 riporta la traversata del mare di Galilea, durante la quale Gesù rimprovera aspramente i discepoli per il loro cuore indurito (kardìa peporomène), il loro non comprendere (synìemi), il loro non capire ancora (noèo). Ancora dopo la risurrezione Gesù rimprovererà loro la durezza di cuore (sklerokardìa, Mc 16,14).
Nei tre annunci – di per sé “insegnamenti” – che Gesù fa della propria fine dolorosa si ripete sempre lo stesso schema: annuncio da parte di Gesù della sua passione, morte e risurrezione; reazione di incomprensione da parte dei discepoli; rimprovero e insegnamento di Gesù, in risposta all’incomprensione.
Monti commenta i tre annunci e anche tutte le altre pericopi, citando spesso con devozione e ammirazione totale il suo maestro B. Maggioni, ma anche V. Fusco, B. Bernaert, E. Cuviller ecc.
In tutti tre i testi si ripete dunque una medesima struttura narrativa ed esistenziale.
Pietro si permette addirittura di rimproverare Gesù, ricevendo una forte reprimenda “diabolica”, con un invito a rimettersi nella sua posizione di sequela, “dietro a” Gesù.
Monti commenta brevemente anche le tre richieste di Gesù circa la radicalità della sequela (Mc 8,34ss). “Rinnegare sé stessi” rimanda alla rinuncia, alla lotta contro l’egoismo e la philautìa. Il “prendere la propria croce” significa caricarsi dello strumento della propria esecuzione, rinunciando a difendersi e ad autogiustificarsi; “seguire Gesù” ribadisce il “venire dietro a me”.
Il rinnegamento di sé e il portare la croce si danno solo all’interno della sequela di Gesù. È un preciso stile di vita, una prospettiva di un cammino liberante: «il passaggio da un’esistenza vissuta con affannosa autoconservazione a un’esistenza volontariamente donata […] la motivazione decisiva: “Infatti chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me e per il Vangelo”, cioè anche “per me che sono il Vangelo, la Buona notizia per eccellenza” (cf. anche Mc 10,29), “la salverà”» (cf. Mc 8,35; cf. pp. 55-56).
Il più grande
Dopo il secondo annuncio di Gesù sulla sua passione, il lettore assiste alla miserevole discussione sorta fra i Dodici su chi tra loro fosse il più grande. Una totale incomprensione della proposta di vita fatta da Gesù… Egli propone invece il servizio e un allargamento di prospettiva: «Chi non è contro di noi è per noi» (cf. Mc 9,40).
Il terzo annuncio è il più particolareggiato sugli eventi dolorosi che aspettano Gesù. Eppure i figli di Zebedeo chiedono posti di gloria a destra e a sinistra del loro Maestro. Posti che saranno ricoperti da due terroristi, crocifissi con lui. E, in ogni caso, la gloria è riservata alla scelta del Padre.
Gli altri dieci apostoli sono gelosi della domanda dei due, mostrando pari immaturità di assimilazione della comunione con Gesù e della sua proposta di vita. Gesù rincara la dose insegnando loro lo stile di servizio che deve caratterizzare la comunità dei discepoli. Se i padroni del mondo signoreggiano e tiranneggiano le popolazioni da loro governate, nella Chiesa non è così, ma il più grande diventerà il più piccolo e il più importante come l’ultimo e il servo di tutti. Mc 10,45 afferma infatti che «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini», cioè “per tutti”.
Un discepolo insospettato si presenta in Mc 10,46-52. All’uscita da Gerico, il cieco Bartimeo, guarito, si mette sulla strada dietro a Gesù verso Gerusalemme. Commenta V. Fusco: «La sequela è un dono; non è un cammino puramente morale, portato avanti dall’uomo con le sue sole forze, o aperto solo a pochi più qualificati. È un cammino pasquale, sacramentale, in cui i passi incerti dell’uomo sono sostenuti dalla potenza di Dio: un cammino non solo sulle orme di Gesù, ma insieme a Gesù» (cit. a p. 77).
The End
“The End” è il titolo dell’ultimo capitolo del libro. In esso l’autore segue gli ultimi giorni di Gesù.
Compaiono due discepole inattese: l’insignificante povera vedova che getta con fede e umiltà tutta la sua vita nel tesoro del tempio, persona e gesto scelti da Gesù come profezia immediata del dono generoso di tutto sé stesso sulla croce (cf. Mc 12,38-44). Il dono di questa donna diviene parabola dell’esistenza stessa di Gesù, la cui vita è totalmente “gettata”. «Insomma, dietro al comportamento della vedova si staglia lo scandalo della croce: di una vita, quella di Gesù, che, alla luce di tale fine, proprio sulla croce è considerata un nulla, uno scarto. Eppure, proprio in quel modo Gesù ha dato più di tutti, perché ha dato sé stesso per amore gratuito, folle, in perdita, non compreso e non alla ricerca di comprensione» (p. 83).
Un’altra donna, anonima, unge a Betània la testa di Gesù con un profumo costosissimo, compiendo agli occhi dei presenti uno spreco deprecabile (cf. Mc 14,8-9).
In contrasto a ciò, dopo l’“unzione di Betània”, i Dodici si sentono annunciare da Gesù che uno di loro lo tradirà, e tutti si fanno personalmente la domanda sull’identità di questo traditore, e non solo Giuda. «Secondo Marco, ogni discepolo è potenzialmente un traditore» (B. Standaert, cit. a p. 85).
I tre discepoli più intimi non resistono in preghiera con Gesù nel Getsemani e nel momento del suo arresto tutti fuggono. Solo Pietro segue Gesù da lontano. Commenta il maestro di Monti: «Il torto di Pietro sta nel pretendere di introdurre nella sua sequela una “distanza” fra lui e Gesù, una riserva, quasi volendo separare l’esito dei due cammini. Pietro ha tentato di seguire Gesù con la pretesa di rimanere indenne. Ma non si può seguire Gesù e restare sconosciuti. Né si può seguirlo con la riserva mentale di arrestarsi al di qua di quel momento cruciale» (B. Maggioni, cit. a p. 87).
È la fine di tutto? Gesù ha iniziato il suo ministero da solo (cf. Mc 1,14-15), da solo conclude il suo cammino.
È la fine di tutto? Sotto la croce compare un discepolo inatteso, il centurione. Egli riconosce nel modo di morire di Gesù – mite, privo di violenza verso i suoi persecutori – il commento del racconto di Dio fornito da Gesù lungo tutta la sua vita. Il riconoscimento avviene da parte di un soggetto inatteso e fuori tempo massimo: Gesù è appena morto. «Mera abilità narrativa o dietro vi è qualche significato ulteriore?», si domanda Monti.
Anche l’enigmatica figura del giovinetto che fugge nudo (cf. Mc 14,51-52) ha un suo pregevole significato e Monti cita la suggestiva interpretazione di Cuviller (p. 89).
Alcune donne “contemplavano” il luogo della sepoltura di Gesù e Giuseppe di Arimatea chiede coraggiosamente a Pilato il corpo di Gesù e lo seppellisce in un sepolcro nuovo. Due tipologie di discepoli.
A livello narrativo, le donne fanno da collegamento fra la croce e l’evento indicibile della risurrezione (cf. Mc 16,1-8).
Giuseppe di Arimatea, figura del discepolo in incognito, compie da parte sua un gesto molto coraggioso (cf. Mc 15,40-47).
La paura e il recupero
All’interno del sepolcro, le donne ricevono dal giovinetto in bianche vesti l’annuncio della risurrezione di Gesù: «Non vi sgomentate! Voi cercate Gesù, il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui! Ecco il luogo dove l’avevano posto., ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea Là lo vedrete, come vi ha detto”. Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano terrorizzate e fuori di sé. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura» (Mc 16,6-8).
Nella “finale lunga” (Mc 16,9-15) le donne annunciano la risurrezione di Gesù agli Undici, i quali si mettono in cammino verso la missione di testimonianza, mentre prodigi e segni accompagnano la Parola proclamata.
Gesù non abbandona i suoi! Il Vangelo di Marco è il Vangelo della fedeltà di Dio e di Gesù ai suoi discepoli. Gesù non li disprezza e non li abbandona, ma li recupera nel luogo fisico e teologico dell’inizio della loro sequela: la Galilea.
Occorre sempre tornare all’origine sorgiva della propria sequela, per ricominciare il cammino di discepolato nella gioia di essere sempre custoditi e accompagnati da Gesù risorto anche nella propria debolezza di testimoni dal passato molto difettoso nella fede. La fedeltà di Gesù, con la sua grazia, dona la forza della risurrezione (lo Spirito) ai suoi discepoli, perché chiunque ascolti la Parola e si converta sia salvato.
Un cammino lungo quello del discepolo nel Vangelo di Marco. Pieno di paura, incomprensione, mancanza di fede il nostro cammino anche oggi, ma sempre custodito dalla fedeltà del Risorto.
Nell’Appendice 1 (pp. 107-108) Monti riporta le tappe della vita itinerante di Gesù e dei suoi discepoli.
Nell’Appendice 2 (pp. 109-116) sono ricordati i testi che riguardano i discepoli nel Vangelo di Marco, una sequela fatta di paura, incomprensione e mancanza di fede.
La bibliografia (pp. 117-121), chiude quest’opera, scritta con grande scorrevolezza, profondità di analisi, ricchezza di commenti teologico-spirituali tratti da grandi autori del nostro tempo. Conforta il discepolo a rispondere con fiducia all’invito di Gesù: “Seguimi!”.
- LUDWIG MONTI, Seguimi. Il cammino del discepolo nel Vangelo secondo Marco (Sentieri di luce), Centro Ambrosiano, Milano 2026, pp. 128, € 14,00, ISBN 97888689483368.





