
Tempos novos è stato il giornale della Commissione Pastorale della Terra del Maranhão, dal 1974 al 1994. All’epoca credevamo davvero di vivere in tempi nuovi di speranze realizzate e di rivoluzione. Oggi viviamo, però, in tempi nuovi, ma nella direzione opposta rispetto alle novità su cui scommettevamo.
Abbiamo coltivato un sogno
Non sono poche le persone con cui abbiamo recentemente dialogato sulle attuali congiunture politiche ed ecclesiali. Sono fratelli e sorelle, compagni di “viaggio”, settantenni e ottantenni, le cui biografie sono state segnate, fin dagli anni ’60 del secolo scorso, da lotte radicali per la giustizia nella Patria Grande, da una Chiesa ispirata dagli eventi e dai documenti del Concilio Vaticano II e della Conferenza di Medellín.[1]
Guardando alla nostra Chiesa, figlia di Medellín e nipote di Aparecida,[2] recentemente attraversata dalla profetica primavera di papa Francesco, continuiamo a testimoniare i sorprendenti cambiamenti negli scenari ecclesiastici, che – presenti, ma più riservati prima e durante il pontificato di Francesco – oggi sono sfacciati, prepotenti ed egemonici.
Condividiamo il nostro stupore e la nostra incapacità di capire come tutto possa essere cambiato e continui a cambiare, a un ritmo parossistico e accelerato.
Ricordando, come esempio la nostra esperienza, come presbiteri fidei donum di Mantova, inviati al Maranhão, Brasile, siamo da tempo obbligati a dichiarare che la Chiesa popolare delle Comunità Ecclesiali di Base, che – a partire dalle profezie di don Claudio Bergamaschi e di don Maurizio Maraglio – abbiamo accompagnato a São Mateus e nella Diocesi di Coroatá, non esiste più.
Ci sono ancora alcuni fratelli e sorelle che rimangono fedeli a quella spiritualità della liberazione: una manciata di anziani militanti, alcuni dei quali, più giovani, sono ancora impegnati in movimenti sociali contadini.
Ovviamente, non è solo un fenomeno locale, perché, con ovvie specificità, è ciò che accade in tutte le Chiese latinoamericane. Le stesse persone che lottavano per la vita, la terra, la giustizia, i diritti, ispirate dalla presenza del Gesù risorto, il Messia liberatore, hanno voltato pagina e, come se nulla fosse rimasto di decenni di Cebs, CPT e pastorali popolari, sono tornate alla vecchia espressione devozionale, che ripropone arcaismi e tradizioni della cristianità coloniale.
Questo fenomeno è stato accompagnato – o anticipato – dal ritorno ostinatamente fedele ad una pastorale giuridica, clericale e sacramentalista, con vescovi e clero – non tutti, grazie al cielo – sempre più caratterizzati dall’abito talare, lussuosi paramenti liturgici e omelie e sermoni privi di valore biblico e teologico. Non manca poi, in settori significativi del cattolicesimo brasiliano, la paranoia anticomunista e l’esplicito allineamento politico con la destra neofascista.
La liberazione è nascosta nella sconfitta
Potremmo cadere nella tentazione di non riconoscere il dramma della sconfitta di un progetto ecclesiale in cui abbiamo investito i migliori anni della nostra vita e coltivare una nostalgia sterile e malinconica. Oppure limitarci all’affermazione che nulla è stato inutile e che, se potessimo tornare indietro nel tempo, ci comporteremmo allo stesso modo, con la stessa radicalità. In breve, è chiaro che non pensiamo di pentirci di ciò che abbiamo fatto.
Inoltre, non è una cosa seria e corretta accusare gli ex compagni di lotta di revisionismo e di tradimento.
Ed evitiamo di ripetere, in un’esplosione di pessimismo amaro e disilluso, ciò che diceva quel vecchio parroco italiano, le cui convinzioni e pratiche pastorali furono contraddette dal Concilio: «Sono nato troppo tardi. Avrei dovuto nascere, vivere e morire, molto tempo fa. Così non sarei stato costretto a vivere questa disgrazia».
In assenza di atteggiamenti nostalgici, rinunciatari e pessimisti, dovremmo accettare la chiamata della Grazia, che ci dice che la liberazione è nascosta nella sconfitta, che la sequela di Gesù si esprime pienamente solo nella sconfitta.
I sepolcri di Claudio e Maurizio nella chiesa parrocchiale di São Mateus e la memoria di Aurora, Pedrinho Piaba, Pedro da Vaca, Alonso Silvestre, Elias Ximenes sono profezie di fedeltà al Dio dei poveri e ai poveri di Dio, ma anche sacramenti delle loro sconfitte. E della sconfitta del sogno di Medellín.
Grazia e sconfitta si incontrano e possiamo riconoscerle nella storia, nella psicologia, nello spirito di ciascuno di noi, che forse avevamo la presunzione di possedere le chiavi della sequela, dell’ortoprassi e dell’ortodossia.
La pagina di Luca che può accompagnare queste riflessioni è quella che parla del pianto di Gesù mentre scendeva dal pendio del Monte degli Ulivi, tra gli Osanna che la folla cantava a Dio. Quando vide la città, pianse per essa, dicendo: Se anche tu avessi capito oggi cosa può portarti la pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi! Arriveranno giorni in cui i nemici apriranno trincee, vi assedieranno e vi schiacceranno da ogni parte. Ti schiacceranno insieme ai tuoi figli, e non lasceranno una pietra su un’altra in te, perché non hai riconosciuto il momento in cui sei stata visitata (Lc 19,41-44).
Rimane l’amore profetico e martiriale
In breve, di fronte alla sconfitta, non cercheremo più di confinarci nella difesa egocentrica della nostra visione pastorale e teologica, perché ciò che è in gioco non sono discorsi e posizioni ideologiche, ma solo l’agape profetico e martiriale.
Questa posizione non è assolutamente un invito al cinismo, contrabbandato come prudenza pacifica ed equilibrata di coloro che “fanno di ogni erba un fascio” in nome della pace e della nonviolenza. Continueremo a esporci pubblicamente, affrontando i seguaci disumani del sistema tempio-mercato-impero-caserma e scommettendo non su vittorie politiche definitive ma sulla presenza degli innegabili segni amorosi del Regno inaugurato da Gesù di Nazareth.
Una possibile sintesi di questa prospettiva ci è offerta da Pedro Casaldáliga che, molti anni fa, davanti a coloro che celebravano il funerale della teologia della liberazione e chiedevano ironicamente cosa ne fosse rimasto, affermò: «Ci sono ancora i poveri e Dio».
[1] Il 24 agosto 1968 Paolo VI inaugurava la seconda Conferenza generale dell’episcopato latino-americano. Le sessioni di lavoro si tennero presso il seminario di Medellín (Colombia), dal 26 agosto al 6 settembre. Medellín è considerata l’unico esempio di ricezione sinodale e collegiale del Vaticano II nel continente latino-americano.
[2] La V conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, o Conferenza di Aparecida, ha avuto luogo nella città brasiliana di Aparecida dal 13 maggio 2007 al 31 dello stesso mese.






Rimangono parole di persone straordinarie come Leonardo Boff (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2019/09/leonardo-boff.html). Il seme per crescere ha bisogno di morire, di scomparire nel terreno, come qualcuno ha detto (nel Vangelo)!