Cosa chiede il Vangelo in tempo di guerra?

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cupich

Questo saggio è tratto dal discorso pronunciato dal cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, in occasione della consegna del premio «Blessed are the Peacemakers Award» da parte del Catholic Theological Union il 29 aprile.

Gli studiosi della Scrittura sottolineano che il termine greco tradotto con “operatori di pace” (eirēnopoioi) compare una sola volta nella Bibbia, nel Discorso della Montagna (Mt 5,9). È eccezionale sia per la sua rarità linguistica che per il suo provocatorio contesto politico. Definendo gli operatori di pace “figli di Dio”, Gesù sovverte la propaganda imperiale della Pax Romana che definisce Cesare “operatore di pace” e “figlio di Dio”. Per Gesù, i veri figli di Dio non sono i generali che pacificano attraverso la conquista e la forza militare, ma coloro che entrano in un conflitto al solo scopo di ripristinare lo shalom, un concetto ebraico di integrità e giustizia.

In modo simile, papa Leone XIV, sin dalla sua omelia della Domenica delle Palme, ha sovvertito la narrativa che tenta di giustificare la guerra per portare la pace attraverso il dominio. In quell’occasione, ha parlato con disarmante chiarezza: “Gesù, Re della Pace, che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra… non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, ma le respinge, dicendo: ‘Anche se fate molte preghiere, non vi ascolterò: le vostre mani sono piene di sangue’ (Is 1,15)”.

La reazione, specialmente negli Stati Uniti, ha detto molte cose. Purtroppo, gran parte della risposta non è stata quella di chiedersi cosa il Vangelo ci chieda in tempo di guerra, ma di riesaminare, difendere e affinare la teoria della guerra giusta. Si sono moltiplicati i post e i dibattiti, soppesando attentamente condizioni, soglie e proporzionalità.

C’è, naturalmente, spazio per quella tradizione. La Chiesa ha cercato a lungo di disciplinare il potere politico con il ragionamento morale. Ma dedicare questo momento principalmente a cercare di determinare se la guerra possa ancora essere giustificata rischia di farci perdere di vista qualcosa di più urgente. Comincia a sembrare meno un discernimento morale e più uno sforzo ansioso di dimostrare che ciò che sta accadendo potrebbe ancora essere giusto.

E questo è il punto di partenza sbagliato.

La prima domanda non è: questa guerra può essere giustificata? La prima domanda è quella che Gesù affronta nelle Beatitudini: cosa ci chiede il Vangelo in questo momento? Cosa significa, concretamente, essere operatori di pace?

La tradizione cattolica dà una risposta esigente. Come insegna la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, “la pace non è semplicemente l’assenza di guerra… è giustamente e opportunamente definita un’impresa di giustizia”, qualcosa che “deve essere costruita incessantemente” (n. 78). La pace, in altre parole, è un compito.

Ecco perché Papa Francesco, in Gaudete et exsultate, definisce la costruzione della pace un “mestiere”, qualcosa che richiede “serenità, creatività, sensibilità e abilità” (n. 89). Se lette attraverso la lente del Vangelo, queste quattro esigenze descrivono non un ideale, ma una disciplina.

Serenità

La serenità viene prima di tutto. Non perché la pace ignori il conflitto, ma perché rifiuta di esserne dominata. Il comandamento evangelico in Luca, “se qualcuno ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra” (Lc 6,29), è spesso frainteso come una sottomissione passiva. Non è affatto così. Questo gesto non legittima la violenza; la smaschera. Porgere l’altra guancia significa rifiutare il ruolo assegnato dall’aggressore; nega alla violenza il potere di definire il rapporto. Invece di rispondere secondo la logica del dominio e dell’umiliazione, il discepolo esce del tutto da quella logica.

In questo modo, l’atto diventa una forma di libertà: smaschera l’ingiustizia senza riprodurla e interrompe la catena della vendetta alla sua fonte. È, quindi, una posizione radicalmente attiva, non passiva. “Agire in questo modo presuppone un cuore pacificato da Cristo, liberato dall’aggressività che nasce da un egoismo smisurato” (Gaudete et exsultate, n. 121). Senza quella stabilità interiore, ogni appello alla pace si riduce a rabbia, paura o vendetta.

Creatività

Ma la serenità da sola non basta. La pace richiede anche creatività. Il conflitto non può essere semplicemente assorbito; deve essere trasformato. La logica normale del conflitto – all’insulto si risponde con l’insulto, alla forza con la forza, al torto con il torto – si riproduce all’infinito. Il Vangelo interrompe quel ciclo. “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Lc 6,27). Il comando di amare il nemico non è un sentimento, ma una pratica che disarma l’ostilità rifiutandosi di rispecchiarla. Crea uno spazio inaspettato in cui l’altro non è più trattato come un nemico da sconfiggere, ma come una persona da incontrare di nuovo.

In questo senso, l’insegnamento di Gesù è profondamente creativo; rompe il circuito chiuso della violenza introducendo un atto gratuito – il bene dato dove ci si aspetta un male – che non può essere previsto né controllato. Tali atti mettono a nudo la povertà della violenza e aprono la possibilità di un futuro diverso. Non sono, quindi, ideali ingenui, ma strategie concrete di trasformazione, istruzioni per rompere schemi che altrimenti non potrebbero essere spezzati.

La creatività è il coraggio pratico di tentare qualcosa di diverso dal dominio o dalla sconfitta. Prende forma nel duro e paziente lavoro del dialogo e della negoziazione – non come tattiche di compromesso a qualsiasi costo, ma come processi morali orientati verso la giustizia, dove i vulnerabili sono protetti e gli innocenti salvaguardati. Tale creatività rifiuta sia l’illusione che la pace possa essere imposta con la forza, sia la tentazione di abbandonare chi è più a rischio. Cerca invece soluzioni che preservino la dignità umana, frenino la violenza e aprano spazio alla riconciliazione. In questo modo, il dialogo stesso diventa un atto di immaginazione morale: uno sforzo deliberato per costruire un futuro in cui i deboli non siano sacrificati e gli innocenti non siano dimenticati.

Sensibilità

Ciò, a sua volta, richiede sensibilità, una parola che rischia di suonare debole finché non se ne comprende la profondità. Sensibilità significa attenzione alla persona, specialmente alla persona difficile. È facile parlare di dignità umana in astratto. È molto più difficile riconoscerla in coloro che ci provocano, si oppongono a noi o ci feriscono. Eppure è proprio qui che il Vangelo ci chiama a rivolgere la nostra attenzione: “Amate i vostri nemici… pregate per coloro che vi maltrattano” (Lc 6,27-28). Questa esigenza si pone in diretta opposizione a quella che papa Francesco ha definito la “globalizzazione dell’indifferenza”: una condizione culturale in cui la sofferenza degli altri diventa distante, normalizzata e, in ultima analisi, invisibile.

La sensibilità non è facoltativa; è un atto di resistenza. E oggi quella resistenza è resa ancora più difficile dalla crescente “gamification” della guerra: conflitti mediati dagli schermi, ridotti a immagini, metriche e astrazioni strategiche, dove le vite umane rischiano di essere percepite come dati piuttosto che come persone. Il pericolo non è solo che tolleriamo la violenza, ma che smettiamo di sentirla, al punto che alcuni – persino nel nostro stesso governo – non esitano a trasformare spudoratamente le sofferenze degli altri in intrattenimento. Contro questo, il Vangelo insiste su una visione diversa, che restituisce il volto dell’altro, persino del nemico, e ci richiama a una forma di attenzione che rifiuta di lasciare che la sofferenza diventi anonima.

Questo non è sentimentalismo. È una disciplina morale fondata sulla convinzione che ogni persona possiede una dignità che non può essere cancellata, nemmeno dall’ingiustizia. La pace che esclude, respinge o disumanizza non è affatto pace. È semplicemente una forma più silenziosa di conflitto.

Abilità

Infine, la pace richiede abilità. Questa è forse la richiesta più trascurata delle quattro. L’arte di costruire la pace deve essere appresa, praticata e affinata. Richiede degli abiti: la disciplina di moderare il proprio linguaggio, il coraggio di dire la verità senza odio, la pazienza di costruire la fiducia, la disponibilità a sacrificare il proprio vantaggio per amore della giustizia. Richiede anche la competenza concreta del dialogo e della negoziazione: la capacità di ascoltare senza mettersi sulla difensiva, di esprimere le lamentele senza infiammarle, di cercare un terreno comune senza tradire la verità e di perseverare nella conversazione anche quando l’accordo sembra lontano.

Il defunto cardinale Avery Dulles una volta osservò che il dialogo consiste nel dare a chi siede dall’altra parte del tavolo il permesso di dirti perché pensa che tu abbia torto. Tali abilità e atteggiamenti non vengono naturali; si formano nel tempo, giorno dopo giorno, attraverso lo sforzo e la disciplina.

Presi nel loro insieme, questi quattro requisiti rivelano perché il Vangelo possa sembrare così poco pratico in tempo di guerra. Non inizia dove spesso vorremmo che iniziasse. Non inizia chiedendosi se la violenza possa essere giustificata. Inizia chiedendosi chi stiamo diventando di fronte ad essa.

Questo non significa abbandonare il ragionamento morale sulla guerra. Significa collocarlo al posto giusto. La tradizione della guerra giusta non è mai stata intesa come un conforto, e certamente non è, come alcuni propongono, una misura meramente relativistica che esiste solo per coloro che sono più inclini ad andare in guerra. Era pensata per frenare, per mettere in guardia, per limitare. Questo è il suo posto. Ma quando diventa la lente principale attraverso cui guardiamo al conflitto, rischia di restringere la nostra immaginazione a ciò che è permesso, invece di espanderla verso ciò che è necessario.

E ciò che è necessario è più impegnativo.

Ma la pace è sempre stata così: non un’idea da difendere, ma un mestiere – appreso e praticato finché non porta veramente frutto nelle realtà concrete della storia.

Al termine della sua visita nel continente africano, parlando ai giornalisti al suo ritorno a Roma, papa Leone non è entrato in dibattiti astratti sulla forza giustificata. Ha invece invocato una “cultura della pace”, esortando i leader a tornare al dialogo piuttosto che all’escalation e fondando il suo appello non sulla teoria ma sulla sofferenza umana, ricordando la storia di un bambino che aveva incontrato e che in seguito era stato ucciso in guerra.

Ancora una volta, come Gesù nel proclamare le Beatitudini, il papa ha rifiutato di discutere al livello che molti si aspettavano. Leone, parlando da pastore piuttosto che da stratega, non si è chiesto solo se la guerra potesse essere giustificata, ma piuttosto come si potesse cercare la pace. E così dobbiamo fare anche noi.

  • Pubblicato sulla rivista America (originale inglese, qui).
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