
La grande malattia politica del nostro secolo non è più solo la corruzione o l’ingiustizia sociale. Sembra ormai assumere le sembianze di un’ossessione: quella di durare al potere, restare, mantenersi, perpetuarsi. Non importa quali siano le circostanze, non importa quali siano le promesse di ieri, purché la poltrona non cambi di mano.
In diversi paesi africani, questa tentazione ritorna con insistenza, spesso proprio nel momento in cui i popoli si aspettano piuttosto risposte concrete alle loro sofferenze quotidiane. La recente conferenza stampa del presidente Félix Tshisekedi si inserisce proprio in questo clima politico carico di interrogativi, di speranze ma anche di diffidenza.
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Infatti, Félix Tshisekedi è tornato su diverse questioni importanti che preoccupano profondamente la popolazione: la guerra persistente nell’est del Paese, la tragedia umanitaria causata dagli scontri con i ribelli dell’M23, la disoccupazione, le difficili condizioni sociali e la delicata questione degli stipendi dei funzionari pubblici. Su questi temi, i congolesi si aspettano azioni concrete.
Da diversi decenni, l’est del Paese vive al ritmo di violenze, sfollamenti di popolazione e un’insicurezza che sembra non finire mai. Due province rimangono sotto il controllo dei ribelli, doloroso promemoria della fragilità dell’autorità dello Stato e della sofferenza delle popolazioni abbandonate tra paura e stanchezza.
In questo contesto già teso, la questione istituzionale appare come un tema particolarmente delicato. Mentre mancano circa due anni alla fine dell’attuale mandato, alcune voci dell’Union Sacrée, la coalizione al potere, evocano apertamente una revisione, o addirittura una modifica della Costituzione.
È in questo contesto che la dichiarazione del presidente Félix Tshisekedi ha attirato l’attenzione: “Non ho chiesto un terzo mandato, ma vi dico: se il popolo vuole che io abbia un terzo mandato, accetterò”. Una frase politicamente forte, ma che apre anche un profondo dibattito sul futuro democratico del Paese.
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Perché in Africa, l’argomento del “popolo che chiede” ha spesso accompagnato le proroghe del potere. E ogni volta ritorna la stessa preoccupazione: le istituzioni servono ancora la nazione o stanno diventando progressivamente strumenti al servizio delle ambizioni politiche?
La democrazia non si misura solo attraverso le elezioni, ma anche attraverso la capacità di un leader di preparare l’alternanza, di rafforzare le istituzioni e di lasciare un’eredità più grande della propria persona.
Nel frattempo, il popolo continua a vivere le realtà più dure: il costo della vita, la disoccupazione giovanile, le strade dissestate, i salari insufficienti, l’insicurezza e la mancanza di opportunità. Ecco perché la cultura rimane essenziale. Non è un lusso riservato agli artisti o agli intellettuali.
È ciò che mantiene viva la coscienza di un popolo. Un popolo senza cultura politica finisce per banalizzare l’inaccettabile. Si abitua alle crisi, alle promesse senza seguito e ai dibattiti che ruotano sempre attorno agli individui piuttosto che al destino collettivo.
La cultura insegna a riflettere, a mettere in discussione e a scegliere. Ricorda che un paese non cresce perché un uomo rimane a lungo al potere, ma perché le istituzioni diventano forti, giuste e rispettate. La Repubblica Democratica del Congo ha bisogno di pace, di lavoro, di istruzione e di una visione capace di riconciliare le speranze popolari con la realtà quotidiana. Perché, in fondo, la vera sfida non è solo conquistare il potere, ma costruire finalmente un paese in cui il popolo non sopravviva più: ma viva con dignità.





