
In un bellissimo docufilm, Massimiliano Camaiti ha scelto di raccontare per immagini un antico rito della Chiesa cattolica di Roma: la confezione dei palli.
Si sa che un’espressione d’arte, se riuscita, dice più di quello che poteva esserne il messaggio nell’intenzione dell’autore, contenendo potenziali significati che sta al fruitore lasciar emergere. Nel caso poi di un’opera che si presenta come documentario (un bellissimo documentario presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, scelto come Miglior documentario 2025 dall’Associazione Documentaristi Italiani), per scelta dichiarata libero da giudizi e interpretazioni, ancor più potente risulta la libertà di significazione della realtà documentata.
Massimiliano Camaiti ha scelto di raccontare per immagini un antico rito della Chiesa cattolica di Roma, risalente, pare, al VI secolo d.C., scoperto per pura per casualità e trovato interessante. Ogni anno, nel mese di gennaio, due agnellini appena nati vengono consegnati alle cure delle monache benedettine di Santa Cecilia in Trastevere, che li allevano in monastero, in mezzo a loro, fino al momento della tosatura, quando con la lana che ne ricavano filano, tessono e ricamano i «palli» che il papa consegna ogni 29 giugno, nella festività dei santi Pietro e Paolo, agli arcivescovi metropoliti di Roma. Ma lo spettatore lo scopre solo alla fine.
Il pallio è un paramento liturgico, un po’ stola e un po’ collare, bianco, fatto di lana d’agnello, appunto, che il papa mette al collo e sulle spalle di un vescovo a segnarne la missione di pastore e che il papa stesso indossa.
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Il racconto per immagini comincia, senza cornice, dal parto della pecora e alterna le immagini del gregge e dei pascoli e quelle delle monache e del monastero, senza voce narrante e senza interventi didascalici. Ma quando il pastore sottrae i due agnellini alla madre belante e le monache li presentano all’altare in ceste di pizzi e ricami, con ghirlande di fiori sul capo, l’immaginario collettivo oggi prevalente, facilmente animalista, già teme qualche forma di sacrificio, se non all’altare, senz’altro su qualche tavola pasquale.
Il titolo stesso dell’opera, «Agnus Dei», e la scena interposta di una messa nel preciso momento dell’orazione dell’Agnus Dei («Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo») rinforzano l’idea sacrificale, di cui l’agnello è, se non altro, metafora.
Il suggerimento della regia è preciso anche nel momento della tosatura delle due, ormai, pecorelle, allorché il pastore viene in monastero, lega le zampe alle bestiole e le depone su un tavolaccio per procedere col rasoio, mentre per qualche secondo viene proposta allo spettatore l’immagine della bella statua barocca di santa Cecilia, martire per decapitazione (o sgozzamento, ancor più suggestivo), che si trova proprio sotto l’altare della chiesa omonima in Trastevere: la figura della donna è adagiata su un piano di marmo, con mani e piedi ancora accostati per essere stati legati, i capo velato e pudicamente ripiegato all’indietro, a rivelare il taglio del boia sul collo.
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Eppure il pallio significa altro, ed è un peccato che quest’altro significato non emerga nemmeno dalla cerimonia di consegna dei palli che le monache vedono in TV, contente di sorridere da lontano alla vista delle piccole stole bianche, da loro con tanta cura confezionate, messe sulle spalle già «parate» di solenni càsule dei vescovi metropoliti.
Il «buon pastore», che è l’immagine che Gesù dà di se stesso, non sacrifica gli agnelli, ma se li carica sulle spalle. Non c’è traccia di sacrificio animale nei vangeli, ma ci sono senz’altro molte pecore, sempre e solo come oggetto di cura e tenerezza, dalla pecora perduta e ricercata a tutti i costi dal pastore a quelle difese dalla minaccia dei lupi a costo della vita.
Perché se c’è una vita che si dà è sempre e solo quella di Gesù stesso, «buon pastore» che «dà la vita per le sue pecore», e nessun’altra vita né animale né umana. È solo nel darsi di Gesù per «le sue pecore» che si può leggere la metafora, comunque ambigua, dell’agnello sacrificale, che era propria della tradizione ebraica.
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Eppure in «Agnus Dei» si ritrova anche questo bellissimo significato della consegna del pallio, sorprendentemente (ma neanche tanto) affidato al codice materno, nelle immagini di suor Vincenza che allatta i due agnellini tenendoli in braccio e parlando loro spontaneamente, come si fa coi cuccioli, che siano di uomo o di altri animali.
La tenerezza e la cura che la cerimonia del pallio non riesce a comunicare si vede nei gesti concreti e precisi, senza smancerie, della monaca, che misura nei biberon il latte versandolo dal cartoccio, lo scalda sul fuoco e con indosso un grembiulaccio e gli stivali di gomma si reca regolarmente nel covile ricavato nel chiostro del monastero e insegna ai due agnellini a succhiare dalla tettarella, che si accorge del malessere di uno dei due e lo cura con l’antibiotico dopo aver chiamato il veterinario, che raccoglie in un cesto le erbe del chiostro per accompagnarne lo svezzamento, che li lascia liberi di brucare nel rigoglio primaverile del giardino interno, quasi eden senza divieti.
Non può non accorgersene il regista e lo suggerisce allo spettatore riprendendo per pochi secondi, durante la poppata dei due agnellini in braccio a suor Vincenza, il quadro della Madonna con Bambino del Ferruzzi, la maternità forse più riprodotta e più popolare, appeso proprio su una parete del piccolo covile.
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Massimiliano Camaiti non s’inventa niente, ma coglie e registra: l’eden del giardino nel chiostro così come la Madonna nel covile dicono il significato religioso della quotidianità profana; la lontananza (televisiva) della cerimonia del pallio e la bellezza gelida della santa Celicia di marmo dicono una ritualizzazione senza vita, come paralizzata.
Massimiliano Camaiti non s’inventa niente anche a proposito di suor Vincenza e non può non cogliere un aspetto particolare di questa suora ottantenne, il suo essere madre anche nella carne. Suor Vincenza, entrata in monastero in età avanzata dopo la morte del marito, non rinuncia all’affetto di figli e nipoti, e lo possiamo vedere nella premura con cui li accoglie per un semplice pranzo domenicale dentro il monastero stesso: una tavola diversa da quella che riunisce quotidianamente le monache, che è composta, silenziosa, ritmata dalla lettura dei testi sacri. C’è spazio, insomma, in suor Vincenza e nello stesso monastero, per la varietà dei riti che un pasto insieme può significare.
La vicenda dei due agnelli, in effetti, finisce per suscitare attenzione sulla vita delle monache benedettine, un mondo ormai parimenti suggestivo ed esotico quanto quello delle greggi al pascolo, e il regista non censura questa attrazione, pur senza indulgere alla curiosità.
Vediamo quindi, del monastero, non solo ciò che pertiene al compito di allevare gli agnelli e confezionare i palli, ma la vita quotidiana di preghiera e di lavoro di una piccola comunità eterogenea per età e per etnia: la liturgia delle ore pregata in coro, con le imperfezioni di chi non bada troppo alla performance, il servizio in cucina, la preparazione di dolci e manufatti, la rilegatura dei libri liturgici, il lavoro in giardino.
Su giardino, refettorio e cucina la telecamera indugia volentieri anche in assenza delle monache, in silenzio, forse in meditazione. E spesso delle monache si riprendono i passi, ad altezza di agnello, con piedi calzati da una varietà di scarpe che dice un buon margine di tolleranza rispetto alla regola dell’abito.
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Da diverse parti si è osservato che la notizia della morte di papa Francesco, entrando via radio in monastero, interrompe di poco e per poco l’ordinaria vita delle monache, che riprende tranquilla, lasciando ad altri di gestire l’eccezionalità della situazione (che comporta anche una variazione rispetto alla cerimonia della consegna dei palli). Del resto, per chi ha scelto questa vita anche il succedersi dei papi è contingenza.
Indubbiamente la vita monastica colpisce, senz’altro per contrasto con i ritmi, con la complessità, con l’estenuante ricerca di varietà e l’incapacità di tollerare il silenzio del mondo esterno, suscitando nello spettatore una spontanea simpatia. Un interesse, forse più di una suggestione, che prescinde dalla fede religiosa, ma che dice un bisogno di spiritualità vero, fatto di quotidianità e condivisione. Non è poco.





