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Profeti di pace in un mondo di armi è il sottotitolo che i docenti dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose «San Francesco» di Mantova hanno voluto dare a questa «Lezione pubblica aperta alla cittadinanza», in omaggio al contributo umano, spirituale e letterario di don Primo Mazzolari e come anticipo della settima edizione della «Tre Giorni Mazzolariana», che sarà celebrata a giugno a Bozzolo.
«Che cosa sta succedendo?», è la domanda che si pone il prof. Garlaschelli, moderatore dell’incontro, echeggiando, attraverso le parole di Deleuze, ciò che urge dentro ognuno. «Fare filosofia non significa fuggire dal reale», ma mettere al centro la parola pace, spogliandola di retorica e di banalità.
La violenza «dilagante, non umana, impudica» a cui siamo sottoposti quotidianamente, attraverso una «pornografia» di immagini che la rendono asettica, ci induce a dire qualcosa, non però sotto la spinta di una «coercizione totalitaria» – come avverte Deleuze – ma per non immunizzarci, affinché il Tu non uccidere di don Mazzolari diventi il grido di pace di tutti.

Pensare alla pace a partire da Clemente Rebora
«Siamo sul crinale fra due mondi diversi, uno che stenta a nascere e uno che stenta a morire perché i cristiani non si impegnano abbastanza»: con questa frase di don Mazzolari introduce il suo intervento il prof. Melli.
La scrittura è impegno senza misura e per farla non su nostra misura si deve amarla. Questo è quanto ci regala la poesia di Clemente Rebora, nata dall’esperienza tragica della guerra a cui partecipa per senso del dovere.
Nel 1915 un obice esplode vicino a lui sotterrandolo in «mari di fango e bora freddissima e putrefazione», da cui dice di essere riemerso come Lazzaro.
Se la guerra è esperienza estrema – prevalenza del male sul bene – di fronte a questo orrore «la parola deve restare muta», o quanto meno – come scrive al compagno Francesco Meriano – «non oggetto di elaborazione estetica»: «Con la stanchezza e il cuore che mi seccano non so che lavorare svogliato e poco… non ho abbastanza indifferenza artistica per lavorarci senza apprensione».
Rendere l’orrore esteticamente è renderlo accettabile, in un circolo vizioso da cui – alla maniera di molti reduci dai campi di sterminio, che rifiutano la parola perché priva di senso – il poeta cerca di fuggire.
Se la parola deve essere, la sua sarà arida, asciutta, scarna, ripugnante, come in Viatico, dove il sangue mescolato alla terra non è più quello versato in remissione dei peccati, ma a causa dei peccati, e dove il poeta – in una sorta di rovesciamento di prospettiva – al soldato martoriato raccomanda di affrettare l’agonia, di «lasciarci in silenzio», avendo «pietà di noi rimasti», perché «tre compagni interi cadder per te che quasi più non eri».
Flash di immagini spettrali, senza vita – come quelle che dipinge Paul Nash in Stiamo costruendo un mondo nuovo. «Alcuni di questi testi sono intollerabili», scrive la curatrice nella sua introduzione al volume dei Meridiani, «per l’orrore quasi esibito, per l’incapacità di percepire l’umanità se non maciullata, guasta, fatta a pezzi».
Così è nella ripugnante oggettività del corpo violato in Perdono dove l’uso della parola si umanizza solo nella ripetizione di quel «perdono?», che si fa domanda, proprio perché in quella testa «ingrommata», in quel «riccio dei peli» che «spaccava alla bocca», «donde lustravano denti scalfiti in castagna rigonfia di lingua», il poeta immagina un «per sé» irriproducibilmente creato, un vivente a cui forse la sorte aveva destinato una donna, un «indicibile uno, strappato al segreto suo vivo», per il cui scempio si può – appunto – chiedere solo «perdono».
Questa proibizione dell’uso della parola «emerge più prepotente» – dice Melli – se si paragona questo orrore, come nell’incipit di Se questo è un uomo, al mondo estraneo al conflitto, così estraneo da apparire quasi un mondo parallelo, un mondo ove chi vi vive non sia disturbato da chi muore: «se ritorni, tu, uomo, di guerra a chi ignora non dire; non dire la cosa, ove l’uomo e la vita s’intendono ancora»[1].
Allo stesso modo – in Coro a bocca chiusa – sono «docili i morti… sanno la cosa» e non busseranno alla porta perché «sono implacabili i vivi… cacceranno ancora e … sempre»; «forse una donna [aprirà] se spalancato avesse il suo cuore».
E noi, a cui la sovraesposizione di immagini ha anestetizzato la coscienza, che cosa possiamo dire di guerre di cui non vediamo corpi maciullati e un linguaggio asettico ci descrive bersagli, depositi di munizioni, colonne di mezzi militari, aerei, droni e danni collaterali? Che cosa possiamo sperare?
La speranza è forse in quel Qualcuno che – alla maniera di Dio sull’Oreb – «verrà, se resisto … , verrà d’improvviso, quando meno l’avverto … come ristoro delle mie e sue pene… forse già viene [con] il suo bisbiglio».
Dentro l’angoscia dell’assenza e di un’attesa che sembra vana: «non aspetto nessuno»[2] come un altro Godot, la speranza trapela nella percezione silenziosa di una conversione che si rivela.
Nel 1955 – in omaggio alla pubblicazione di Tu non uccidere – in una Lettera indirizzata a don Mazzolari Rebora scrive: «Scenderei alla radice. Prima che la guerra sia peccato, il peccato è la guerra. La pace esterna segue organicamente dalla pace interna. Ne sono sorgente … il “va in pace, ti do la mia pace e non peccare più”. Per questo Gesù ha compiuto in modo positivo e attivo il negativo “non uccidere” dell’Antico Testamento …Solo se Cristo cammina innanzi a noi non si pecca, anzi ci sana, ci santifica. Dove non c’è peccato è eliminata la guerra».

Pensare alla pace a partire da Giuseppe Dossetti
Per Dossetti la pace è il cuore dell’esperienza di vita cristiana, umana, di teologo e di monaco, dice il prof. Pernigotti, perché molte sono le sfaccettature di questo uomo che, seppur poco conosciuto, ricoprì importanti incarichi civili ed ecclesiali in Italia e non solo.
La parola e il silenzio, che è anche il titolo della raccolta di scritti, interventi, conferenze, incontri pubblici dell’ultimo decennio della sua vita, costituiscono l’orizzonte entro cui si svolge tutta la sua attività umana e letteraria, perché il valore etico della «forza del ruolo del parlare» – in ogni ambito – chiama in causa la responsabilità [3].
Quale rilievo etico acquista allora il «Tu non uccidere» in un mondo in cui le immagini riportano tutto con superficialità? Jorge Semprún, reduce dai campi di sterminio, già nel titolo del suo libro La scrittura o la vita e Primo Levi con Se questo è un uomo danno testimonianza che scrivere di quell’esperienza – dire l’indicibile – non permette di sopravvivere ed espone alla morte, come è accaduto a Levi.
Tanto, dunque, scava la parola e la consapevolezza di ciò in Dossetti passa attraverso l’esperienza della Resistenza, prima e dopo la Costituente che lo esortava a dire «nulla di più e nulla meno» rispetto ai valori su cui si voleva ricostruire l’Italia dopo il ventennio fascista.
Ma è nel contesto del Vaticano II, a cui diede un contributo significativo anche su impulso del vescovo di Bologna, card. Lercaro, che Dossetti scrisse i testi fondamentali sulla pace.
Per Dossetti e Lercaro, infatti, non è sufficiente il principio dalla Pacem in Terris secondo cui «la pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; ma viene con tutta esattezza definita a opera della giustizia». Lo stesso ripreso nel cap. V di Gaudium et spes, dove alla prospettiva della «guerra giusta» si sostituisce la pace in quanto tale e la costruzione di una comunità internazionale non più fondata sull’equilibrio fra forze avverse e sulla deterrenza, ma «procedente dalla giustizia».
Nel 1965, all’indomani della pubblicazione di tutti i testi del Concilio, Dossetti tiene una serie di lezioni nelle quali si chiede se ci sia stata una sufficiente «immersione biblica», se il Vangelo abbia sufficientemente illuminato il documento. «Non si è avuto il coraggio di affidarsi al Vangelo, all’unico “giudizio” affidabile in certe situazioni e di fronte a certe decisioni, a quello “critico” del Crocifisso, riferimento per il “cristiano che vuole essere presente nel mondo” assumendosi le sue responsabilità cristiane ed evangeliche di fronte ai problemi veri dell’umanità… anche a costo di perdere ogni possibilità di potere».
Alla luce di queste riflessioni tre sono gli interventi fondamentali: il Commento alla Gaudium et spes (ottobre 1966); l’omelia del card. Lercaro (1° gennaio 1968); l’intervento su Regno Attualità sulla guerra del Golfo (ottobre 1990).
Il testo «critico più approfondito e ricco di spunti», definisce il card. Martini il Commento alla Gaudium et spes. Un’«analisi lucida, una critica forte», perché il Concilio è mancato in uno dei suoi compiti più «urgenti e imprescindibili», quello di evidenziare che il nostro rapporto con la pace è strettamente legato all’«atteggiamento nostro nei confronti di Dio e nei confronti degli altri».
I limiti della costituzione conciliare – che tuttavia fa un passo avanti rispetto alla Pacem in terris – stanno nel non aver interpretato la pace come «luogo teologico», come un «trascendentale» implicante la relazione fra l’uomo e Dio, i fratelli, il mondo. Nel non essere riusciti ad andare oltre il piano razionale e un linguaggio pacifista, utilizzando – alla maniera giovannea – il concetto di krisis come capacità di giudicare e di discernere, per comprendere in profondità quel saluto, «la pace sia con voi», con cui Gesù si annuncia ai discepoli.
Anche nel testo dell’omelia che il cardinale Lercaro tenne in occasione della prima Giornata mondiale della pace, istituita da Paolo VI, Dossetti scrive che la pace è l’occasione per «lasciarsi illuminare dalla parola di Cristo», che ci invita a «rivestirci dell’uomo nuovo». Ciò implica la rinuncia a rintracciare «negli altri … le cause di divisione e di conflitto, scegliendo la via dell’esame di coscienza», attraverso cui ognuno deve «scrutare e giudicare le intenzioni e la testimonianza di pace» offerte nell’arco della propria vita e del proprio ministero.
Da parte sua, la chiesa è chiamata a formare alla pace secondo «le radicali esigenze del Vangelo», attraverso una posizione «non politica, non culturale, ma puramente religiosa», nei confronti di «comportamenti collettivi di violenza». E poiché essa non può essere neutrale sul piano del giudizio sul male, da qualunque parte venga, «la sua via non è la neutralità ma la profezia», fondata sulla parola di Dio. Di qui l’invito all’America a sospendere «i bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord» attraverso un giudizio netto – e allo stesso tempo umile – sulla guerra. Dopo questa omelia Paolo VI chiederà a Lercaro di lasciare l’Arcidiocesi di Bologna.
A proposito della guerra del Golfo, su Il Regno Attualità del 15 ottobre 1990, in un articolo dal titolo palesemente critico: Qui la chiesa scomparirà, Dossetti denuncia la guerra con parole che riecheggiano quelle pronunciate oggi da Leone XIV, ma anche la posizione della Chiesa, che nella «grande ingiustizia» fatta dall’ONU all’Iraq ha confermato l’identificazione fra cristianesimo e Occidente.
Nessuna giustificazione ideale – dice Dossetti – esiste per intervenire, neppure quella di ristabilire l’indipendenza di un Paese soggetto a un «dittatore». L’unica ragione di questa aggressione – come sosteneva Saddam Hussein – è il petrolio, rapinato a man bassa dagli occidentali.
Se la verità della guerra è questa, allora, nel «tu non uccidere» don Mazzolari ci ha offerto un’ancora di salvezza: lo sminuire l’altro, il «reificarlo» per poterlo uccidere, immette in chi compie questo gesto il «morbo» della violenza così che, se non sanato dal dono della pace, l’alternativa è quella di Giuda: uccidere ma anche uccidersi.
La forza della parola di Dossetti nasce da uno «sguardo rivolto al crocifisso», libero dalle seduzioni del potere, volta alla ricerca del bene e in questo senso «compiuta e redenta». Entro l’orizzonte della debolezza la chiesa deve farsi profeta della pace e dell’«essenzialità» della vita. Per questo urge una nuova teologia che, fondata sull’«ottimismo» del Cristo risorto e non su un ottimismo fuorviante che fa dimenticare il nucleo centrale della krisis giovannea, sappia separare tra chi accoglie la luce e chi preferisce le tenebre.
Nella croce c’è la sconfitta del male: questo il pilastro del suo pensiero e del Centro di studi teologici di Bologna da lui fondato, affinché il discorso sulla pace sia fucina di lucide analisi su ciò che l’Occidente e la sua crisi rappresentano.
[1] In Voce di vedetta morta.
[2] In Dall’immagine tesa della raccolta Canti anonimi, poesie della conversione.
[3] Vedi anche G. Carofiglio, Con parole precise, Feltrinelli, Milano 2025.





