Livatino, patrono dei magistrati italiani?

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martiio civile

Il 9 maggio è una data che la memoria civile italiana conserva con pudore. È il giorno in cui, nel 1978, furono restituiti al Paese il corpo di Aldo Moro in via Caetani e quello di Peppino Impastato, dilaniato sui binari di Cinisi. È il giorno in cui, nel 1993, Giovanni Paolo II levò nella Valle dei Templi il suo grido contro ogni forma di mafia. Ed è il giorno in cui, nel 2021, la Chiesa ha proclamato beato, ad Agrigento, Rosario Angelo Livatino, primo giudice beatificato nella storia della Chiesa cattolica. Cinque anni dopo, la domanda non è se celebrarlo, ma come intenderne la celebrazione.

Dopo il placet, già espresso dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, l’Assemblea Generale del 25-28 maggio è chiamata a confermare la proposta – maturata anche attraverso il lavoro del Centro Studi Rosario Livatino e la richiesta di magistrati e giuristi – di indicare il beato agrigentino come Patrono dei Magistrati italiani; la conferma definitiva spetterà poi al Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, cui compete la concessione del titolo e l’eventuale estensione del culto liturgico oltre i confini, oggi, della Chiesa di Sicilia.

Non è decisione di cortesia: un patrono è una proposta di forma interiore, e la forma interiore che si propone ai magistrati (sia requirenti che giudicanti) riguarda tutti, credenti e non, perché riguarda il cuore stesso dello Stato di diritto.

Non la fede: la libertà interiore

L’obiezione attesa è legittima. Un patrono santo non rischia di confessionalizzare una funzione dello Stato? Non c’è il pericolo che un magistrato non credente si senta espropriato di una figura che gli viene consegnata come modello?

L’obiezione cade se si guarda alla virtù che effettivamente attraversa la vita di Livatino. Non è la fede – sorgente personale, non imponibile a nessuno. È la libertà interiore del giudice: la capacità quotidiana di sottrarsi a ciò che preme da fuori e dal di dentro – le cordate, la politica, i media, la paura, l’ambizione, il risentimento, perfino la stima di sé.

È la condizione senza la quale l’indipendenza istituzionale, garantita dalla Costituzione, resta carta.

Ed è una virtù radicalmente universale: un magistrato ateo o agnostico la desidera esattamente come la desidera un magistrato credente. Il linguaggio con cui la si nutre cambia; la sostanza resiste.

Livatino lo dice nell’unico vero intervento pubblico della sua vita, la conferenza al Rotary Club di Canicattì del 7 aprile 1984, intitolata Il ruolo del giudice nella società che cambia. L’indipendenza del giudice – ammoniva – non è solo fedeltà ai principi, o competenza tecnica: è «incessante libertà morale», trasparenza di condotta anche fuori dell’ufficio, sobrietà delle frequentazioni, rinuncia a incarichi e prebende che possano produrre «il germe della contaminazione».

Una definizione asciutta, pronunciata da un sostituto procuratore di trentadue anni in una provincia di Sicilia alle soglie del decennio stragista, sapendo benissimo quanto quelle parole sarebbero costate.

Il giudice credente: esigenza, non privilegio

Collocare la libertà interiore al centro non oscura la fede di Livatino: la colloca al posto giusto.

Nella sua seconda e ultima conferenza pubblica, Fede e diritto, tenuta il 30 aprile 1986 al MEIC di Canicattì presso l’Istituto delle Suore Vocazioniste, Livatino traccia la soglia: il giudice credente non è un giudice migliore, è un giudice più vigilante. Risponde non solo allo Stato, ma a una Verità che non gli permette sconti.

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili»: la frase, annotata nelle sue agende, dice tutto. La credibilità è il nome laico della santità professionale.

Quattro anni prima dell’agguato, in un’agenda del 1986, Livatino aveva scritto: «Ho 34 anni. Invoco la benevolenza divina su quelli che restano». Sapeva.

Una scia: da Tommaso Moro in poi

La libertà interiore del giudice non è invenzione del Novecento. Tra Tommaso Moro – patrono dei politici dal 2000, ma anzitutto giurista che al bivio fra legge dello Stato e coscienza scelse la seconda – e Livatino corre una scia che la storia giuridica europea ha dovuto riconoscere: i magistrati che durante l’occupazione nazista salvarono il diritto dalla sua riduzione a strumento razziale; i giudici che a Norimberga restituirono alla legge il primato sulla forza; la generazione italiana della magistratura antimafia – Costa, Chinnici, Saetta, Falcone, Borsellino – della quale Livatino è il più giovane e il più schivo. Fondamenti diversi, cattolici, laici, costituzionali; ma forma identica: non si firma ciò che non si crede giusto, anche se la firma costa la vita.

Libertà e dovere

Sgombero subito un equivoco. La libertà interiore, nel magistrato, non è mai l’alternativa al senso del dovere: ne è la compagna, e la condizione. Il dovere senza libertà interiore diventa esecuzione, conformismo — la tragedia che Hannah Arendt ha chiamato «banalità del male», di cui le magistrature europee del Novecento hanno conosciuto esempi troppo concreti per essere dimenticati.

Inversamente, la libertà interiore senza senso del dovere si rovescia in arbitrio: il giudice che decide per simpatia o per visione politica non è libero, è partigiano.

Le due virtù si tengono a vicenda. Fare il proprio dovere è ciò che impedisce alla libertà di dissolversi in capriccio; la libertà interiore è ciò che impedisce al dovere di irrigidirsi in cieca obbedienza.

Livatino lo aveva detto con asciutta lucidità nella conferenza del 1984, contrapponendo il giudice libero alla «magistratura difensiva»: «come possa dirsi ancora indipendente un giudice che lavora soprattutto per uscire indenne dalla propria attività, non è facile intendere». Dovrebbe essere la frase d’apertura di ogni corso di formazione alla funzione giudicante.

In Livatino, questo equilibrio è visibile in modo quasi chimico. La sua libertà interiore non lo sottraeva al dovere feriale, lo radicava: secondo il Consiglio Superiore della Magistratura, nel quinquennio 1984-1988 è il magistrato più produttivo della Procura di Agrigento.

E il suo senso del dovere non lo piegava al conformismo: era la sua libertà interiore a fargli trattare le misure di prevenzione scomode, a rinunciare alla scorta, a non cercare incarichi più sicuri pur potendoli avere. Il dovere gli diceva cosa fare; la libertà interiore gli impediva che il dovere venisse piegato dalle pressioni.

Il 21 settembre 1990

Tutto questo, in Livatino, non è rimasto sulla carta. È stato messo alla prova sulla statale 640 che da Canicattì porta ad Agrigento, la mattina del 21 settembre 1990. Aveva trentasette anni, una vecchia Ford Fiesta amaranto, nessuna scorta, e un fascicolo da aprire in Tribunale sulle misure di prevenzione a carico dei boss di Palma di Montechiaro. Lo speronarono, lo inseguirono nella scarpata, gli scaricarono addosso le ultime raffiche mentre supplicava, quasi con le stesse parole del profeta Michea, «Picciotti, che vi ho fatto?».

L’odio degli Stiddari, non senza il nulla osta di Cosa nostra, era maturato esattamente dove la sua libertà interiore si era fatta irriducibile, incorruttibile – sono parole verbatim degli atti canonici e processuali, dette dai capimafia stessi: «inavvicinabile e incorruttibile, proprio a motivo della sua condotta cristiana».

Giuseppe Di Caro, capo della “famiglia” di Canicattì, che abitava nello stesso palazzo di Livatino in Viale Regina Margherita 166, lo chiamava sprezzantemente «scimunito, santocchio».

Quell’intransigenza era maturata sulle confische, sulle misure di prevenzione patrimoniale, sull’intuizione – allora minoritaria – che la mafia si combatte anzitutto sottraendole il denaro.

Anni dopo, Gaetano Puzzangaro, uno dei quattro killer materiali, condannato all’ergastolo, ha testimoniato spontaneamente nel processo canonico di beatificazione: «Oggi mi farei ammazzare piuttosto che rifare ciò che ho fatto». È il segno che Livatino, anche dal silenzio della sua morte, continuava a parlare e agire.

Giovanni Paolo II – incontrandone i genitori il 9 maggio 1993, alla vigilia del grido nella Valle dei Templi – pronunciò di lui le parole «martire della giustizia e indirettamente della fede».

Ventotto anni dopo, papa Francesco, con il decreto del 21 dicembre 2020, ha riconosciuto il martirio in odium fidei. In Livatino le due qualifiche non si dividono: è martire della giustizia perché fu libero, ed è martire della fede perché la sua libertà aveva in Dio la propria sorgente.

Il Sub tutela Dei vergato in testa alle sue agende non è formula devozionale: è autodenuncia del non bastarsi da sé, consapevolezza che un giudice può sbagliare. Un magistrato non credente la stessa consapevolezza la nutre con altri mezzi – studio, contraddittorio, silenzio. Grammatica diversa, sostanza identica.

Una grammatica, non un santino

Additare Livatino come Patrono dei magistrati italiani – me lo si conceda, da chi ne è stato postulatore – non significa offrire ai togati un santino da invocare prima della sentenza, ma consegnare una grammatica della funzione: libertà interiore, credibilità, sobrietà, indipendenza, rifiuto della «magistratura difensiva», consapevolezza del proprio limite. Grammatica che un collegio giudicante intero – credenti, agnostici, atei, di ogni sensibilità civile – può assumere senza perdere nulla della propria laicità, e anzi riscoprendone il nucleo originario: la distanza dalla forza, la prossimità alla verità.

Sia consentita, a chi scrive, un’aggiunta sobria. Quanto si dice del magistrato vale, a rigore, per ogni essere umano, e, a maggior ragione, per ogni funzione pubblica che decida del bene altrui – politici, amministratori, educatori, e – non da ultimo – anche i vescovi.

La libertà interiore, la sobrietà, il rifiuto delle cordate, la rinuncia a ciò che produce «il germe della contaminazione» non sono virtù confinate al palazzo di giustizia. Indicare Livatino ai magistrati significa anche, per i vescovi, essere richiamati all’alto senso del dovere, alla santità cristiana che è già una chiamata esigente.

Cinque anni dopo la beatificazione, il beato di Canicattì resta quello che fu in vita: un uomo schivo, esatto, feriale.

Non ci parla dalle vetrate dei santuari: ci parla dagli appunti a margine delle agende, dalle statistiche della Procura di Agrigento, da due sole conferenze pubbliche di straordinaria lucidità, dalla strada polverosa del 21 settembre, percorsa in auto come ogni giorno.

A chi esercita la funzione giudicante dice che nessuna riforma dell’ordinamento può sostituire ciò che deve avvenire dentro ogni singolo magistrato: la liberazione quotidiana dalle pressioni che lo assediano. A chi fa politica, dice che la magistratura va difesa anzitutto permettendole di essere libera. A noi cittadini, dice che la qualità della giustizia dipende dalla qualità della libertà interiore di chi ci giudica – e che abbiamo il diritto, e il dovere, di esigerla.

Il 9 maggio, dunque, non è un anniversario devozionale. È una domanda aperta, che un “piccolo” sostituto procuratore siciliano, con la sua vecchia Ford Fiesta amaranto e il suo Sub tutela Dei, continua a porre a ciascuno di noi: siete liberi? Siete fedeli al vostro dovere? Siete credibili?

Quando il Paese smarrisce la strada – e la smarrisce ogni volta che confonde la libertà con il capriccio, il diritto con la pretesa, la giustizia con il calcolo – è proprio quella libertà interiore l’ultimo argine che resta. C’è sempre, allora, un giudice di provincia che, alle prime luci dell’alba, apre il fascicolo più scomodo della sua scrivania e lo firma con la stessa mano con cui, la domenica, ha ricevuto l’eucaristia. È la mano di Rosario Angelo Livatino. È la mano di molti suoi colleghi, anche di chi ha altre fedi o nessuna. È la mano su cui si regge, in silenzio, la nostra Repubblica.

Sub tutela Dei significa, alla fine, questo: sotto la protezione di Dio, cioè libero dalla protezione degli esseri umani. Una libertà che Livatino ha pagato sulla statale 640, e che oggi ci restituisce come eredità.

Se la Chiesa italiana, attraverso l’Assemblea CEI di fine maggio, e il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti con la conferma successiva, sapranno consegnarla al Paese come patronato dei magistrati, non aggiungeranno un santo ai santi: ci restituiranno un volto di uomo libero, da conoscere, da amare, da imitare, e da cui ripartire, anche per una giustizia più giusta.

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