
Susana Salguero è la Direttrice delle Comunicazioni Globali, (in Panama City, Panama) del Movimento Laudato si’. Qui risponde alle nostre domande sulla Conferenza di Santa Marta, Colombia (chiusa il 29 aprile scorso). L’intervista è curata da Giordano Cavallari.
- Gentilissima Susana, ci presenta la Conferenza di Santa Marta?
La Conferenza di Santa Marta in Colombia (cf. qui su SettimanaNews) è il primo incontro internazionale esplicitamente dedicato al superamento dei combustibili fossili.
La Conferenza è stata convocata in risposta al mancato consenso registrato nella COP30 di Belém (novembre 2025), in cui i governi non sono riusciti a concordare una vera tabella di marcia di eliminazione graduale dei combustibili fossili.
La Colombia ha assunto quindi il ruolo di Paese apripista di un inedito spazio di dialogo, riunendo governi e attori internazionali, con una forte – voluta – rappresentanza della società civile, delle religioni e dei movimenti di base. A Santa Marta erano perciò presenti più di 50 Paesi con le rispettive delegazioni partecipanti ai vari dibattiti.
Più che un meeting di stampo diplomatico, dunque, l’evento di Santa Marta è divenuto uno spazio di confronto globale e articolato, in cui le discussioni di carattere tecnico si sono intrecciate con quelle di carattere etico, culturale, spirituale, sulla transizione.
Crescente è la consapevolezza che la crisi climatica non è solo una sfida politica, ma anche una sfida umana e morale che richiede risposte urgenti e collettive incentrate sulla dignità.
- Come è stato presente il Movimento Laudato si’ alla Conferenza?
Una nostra delegazione ha partecipato sia ai dibattiti formali sia a quelli informali che hanno fatto da contesto. Il Movimento accompagna il processo attraverso l’advocacy e le collaborazioni, dando voce a coloro che sono maggiormente colpiti dalla crisi climatica.
Abbiamo precisamente contribuito organizzando un webinar internazionale insieme con le reti ecclesiali, per stabilire un ponte effettivo tra le realtà vissute localmente e i processi decisionali globali, in questo momento particolarmente critico per le sorti del mondo. Questo spazio ha amplificato le voci delle comunità impegnate in progetti di giustizia climatica.
In questo modo, ci è parso di favorire e di accompagnare un processo globale di riflessione e di mobilitazione, preoccupandoci di portare in primo piano anche le piccole comunità indigene – le più afflitte e dimenticate –, perché siano davvero al centro dell’attenzione.
Il nostro contributo consiste nell’offrire una bussola morale: riconoscere i progressi laddove esistono, ma anche evidenziare le lacune tra i processi diplomatici e l’urgenza di un impatto concreto nel mondo reale. Contribuiamo a spostare la narrazione dalle politiche astratte all’esperienza umana vissuta.
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- A che punto siamo con la transizione dai combustibili fossili nel mondo?
La Conferenza di Santa Marta si colloca in un momento critico cruciale: a livello globale, le politiche attuali ci collocano ancora su una traiettoria di riscaldamento di circa 2,5-2,9 °C, ben oltre il limite di 1,5 °C stabilito a Parigi nel 2015 quale limite insuperabile.
Vero è che la produzione di energia da fonti rinnovabili si sta diffondendo nel mondo, ma è altresì vero che il consumo di combustibili fossili è ancora in crescita e resta strutturalmente radicato nei sistemi economici e produttivi mondiali.
In Europa sono stati compiuti – a livello politico comunitario – passi in avanti significativi verso le rinnovabili e a favore del clima, tuttavia il gas fossile continua a essere considerato un “combustibile di transizione”, frenando, di fatto, anche in Europa, il percorso della progressiva, ma inevitabile, fuoriuscita.
In Italia, come in molti altri Paesi, i progressi nel settore delle energie rinnovabili coesistono con i continui investimenti nei combustibili fossili e con le dipendenze strutturali.
I dati mostrano quindi che – sebbene la transizione sia in corso – non è ancora, certamente per intensità, allineata all’urgenza e alla portata dei problemi, oltre che al grido di giustizia climatica e sociale che viene dal Sud del mondo.
- Rispetto agli “obiettivi di Parigi”, il mondo è, dunque, in grave ritardo?
Come detto, rimane un significativo divario tra gli impegni presi dai Paesi e le attuazioni. La Conferenza di Santa Marta ha messo in luce questa tensione. Pur mirando ad accelerare l’azione, si è concentrata in gran parte sul dialogo e sulla cooperazione, piuttosto che sulle scadenze vincolanti. Come hanno sottolineato molte voci della società civile, non abbiamo bisogno di ulteriori processi aperti, ma di scadenze concrete e basate su dati scientifici. La mancanza di una chiara tabella di marcia globale dopo la COP30 evidenzia ulteriormente la lacuna.
- C’è qualche speranza?
Sì. Cogliamo tanti segnali positivi e di speranza: vediamo crescere la sensibilità e la mobilitazione delle genti del mondo, a cui le leadership politiche non possono restare indifferenti. Cogliamo il crescente coinvolgimento delle comunità di fede in tutto il mondo per il cambiamento. Il nostro non è evidentemente un ottimismo acritico e passivo, bensì è fondato sui fatti e sulle azioni. La speranza nasce dalla condivisione di tanti sforzi: a Santa Marta questo si è notato bene.
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- Il magistero della Chiesa universale incoraggia il vostro impegno?
A Santa Marta le comunità della Chiesa cattolica sono state ben rappresentate e unite nell’impegno: c’erano rappresentanze degli organismi episcopali, quali il Consiglio Episcopale dell’America Latina e dei Caraibi, il Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e del Madagascar, la Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche, insieme a Organismi cattolici globali come Caritas Internationalis, Movimento Laudato si’, CIDSE, Pax Christi International, La Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica e la Rete Ecclesiale Ecologica Mesoamericana.
In vista del meeting di Santa Marta, le Conferenze Episcopali d’Africa, Asia e America Latina, hanno espressamente chiesto un trattato per l’uscita dai combustibili fossili – quale documento “imperativo, morale e politico” – che affermi che «un mondo libero dai combustibili fossili, giusto e in pace, è possibile e necessario».
L’appello è stato condiviso da un ampio spettro di organizzazioni cattoliche e religiose presenti alla Conferenza: queste non solo lo promuovono, ma si impegnano anche a svolgere un’attività educativa mirata, nelle rispettive comunità di appartenenza, ad incidere, sempre più, anche a livello politico, accompagnando coloro che sono maggiormente colpiti dalla crisi climatica.
Nella nostra ottica, la transizione dai combustibili fossili non è solo una questione “tecnica” o economica, bensì teologica e di fede, di giustizia e di dignità; la transizione richiede quella che la Chiesa da tempo chiama “Conversione ecologica integrale”, che trasforma il nostro modo di vivere, di consumare e di relazionarci gli uni con gli altri e con il creato.
Come espresso da Yeb Saño Presidente del consiglio di amministrazione del Movimento Laudato si’: «La Conferenza di Santa Marta segna un punto di svolta morale: come persone di fede non possiamo rimanere neutrali, mentre la continua espansione dei fossili approfondisce la sofferenza dei poveri, danneggia le comunità vulnerabili, e mette in pericolo la nostra casa comune. Questo è il momento di trasformare la fede in azione, di stare con chi è colpito, di contribuire a costruire un futuro radicato nella giustizia, nella pace e nella cura del creato».
Ciò, in sintesi, fissa lo spirito di ciò che stiamo vivendo: vediamo un movimento ecclesiale – vivo – che riflette e agisce!





