Visentini, vincitore del Giro 1986

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Roberto Visentini (classe 1957) – vincitore del Giro d’Italia nel 1986 – è recentemente entrato nella hall of fame de La Gazzetta dello Sport, 13° di una serie di campioni aperta dal nome di Eddy Merckx. Mentre il Giro d’Italia – giunto quest’anno alla 109a edizione – ritorna sulle nostre strade, ho chiesto a Roberto Visentini di parlarci di quella vittoria, dei suoi esordi, della sua attuale vita e attività di onoranze funebri sulla sponda bresciana del lago di Garda.

– Caro Roberto, in gennaio ti è stato consegnato il “trofeo senza fine”, divenuto simbolo del Giro d’Italia. C’è inciso anche il tuo nome. Che valore ha per te questo riconoscimento?

Vale soprattutto il riconoscimento della mia attitudine per le corse a tappe: 1° nel Giro dell’86, 2° nell’83 (che avrei vinto per il “tempo reale” senza gli “abbuoni” attribuiti ai vincitori di tappa); diverse volte mi sono piazzato, 5 tappe le ho vinte.

Ho vinto e ben figurato anche in altre corse a tappe, come la Vuelta di Spagna, il Giro di Svizzera, il Giro dei Paesi Baschi, la Tirreno- Adriatico (vinta nell’83), il Giro del Trentino (vinto nell’81); da dilettante sono arrivato 3° al Tour de l’Avenir del 1977.

Andavo forte a cronometro, in montagna – in salita e in discesa –, e avevo un bel recupero tra una fatica e l’altra, tra una tappa e l’altra, cioè avevo proprio le doti del corridore dedicato alla classifica generale delle corse a tappe: e allora mi fa piacere che ciò sia stato riconosciuto. Mi ha fatto piacere ricevere il premio, a Milano, accompagnato dalla mia famiglia, a conferma della mia lunga carriera sportiva, proprio a 40 anni dalla vittoria dell’86. C’erano Gianni Bugno e Vincenzo Nibali.

– Cosa ricordi in particolare di quel Giro?

Ricordo la fatica e la soddisfazione. Ricordo l’equilibrio che c’era tra i capitani della classifica, tutti corridori molto forti (Saronni, Baronchelli, Lemond, Corti, Moser e tanti altri). Ricordo che c’era un grande equilibrio di forze tra noi, durante le tre settimane di corsa, per migliaia di chilometri e decine di migliaia di metri di dislivello, col caldo e col freddo: una caduta, anche banale, oppure un malanno, per me, come per tutti, avrebbero potuto significare perdere tutto, da un momento all’altro.

Chi conosce il ciclismo sa bene che, anche allora, si andava giù in discesa sino a 100 all’ora, correndo rischi enormi. Un malanno, poi, poteva sempre incorrerti, come è successo a me, nell’85, quando ero in maglia rosa e ho dovuto lasciare e finire agli Spedali civili di Brescia, ricoverato per 15 giorni, con la polmonite.

Per giunta, quel Giro dell’86, io l’ho corso con un tutore al polso, fatto apposta per me in vetro-resina e ricoperto da un bendaggio, perché in una caduta precedente mi ero rotto lo scafoide: dovevo perciò tenere doppiamente duro, per quel fastidio e per quel dolore che avvertivo specie sulle sconnessioni dell’asfalto. Ma, nonostante tutto mi sentivo bene, mi sentivo forte.

Tappe e sensazioni

– Vuoi ricordare un paio di tappe, che anch’io un po’ ricordo dalle dirette televisive: quella con arrivo a Potenza – che hai vinto – e quella con arrivo a Foppolo in cui hai preso la “maglia rosa”?

Nella prima settimana del Giro cercavo di guadagnare anche pochi secondi preziosi ogni tappa, per la classifica. Se c’era una salita verso l’arrivo io andavo all’attacco, istintivamente. Ci ho provato più di una volta. A Potenza mi è andata bene: ricordo una discesa fatta a 90 all’ora – tanto che dalla macchina dietro mi urlavano di rallentare – e poi l’ascesa in cui sono rimasto da solo, gli ultimi, chilometri, verso Potenza.

A Foppolo c’era l’arrivo di un tappone di montagna all’inizio dell’ultima settimana. Per pensare di vincere, bisognava attaccare. Quando partivi per una tappa del genere, col brutto tempo, in montagna, non sapevi cosa ti potesse accadere lungo il percorso. C’erano pochi programmi da fare: andare a tutta, mangiare sempre per non restare senza energie a causa del freddo, restare sempre allerta, non lasciarsi mai prendere dal panico.

Sulla salita finale ero davanti con un gruppetto di corridori fortissimi, con la possibilità di prendere la maglia rosa e forse anche di vincere la tappa. In vista dell’ultimo chilometro, al massimo dello sforzo, ho avuto un “salto di catena” per via del fango che era entrato nel cambio della bici, e ho rischiato di cadere. Mentre cambiavo rapporto, mi sono trovato quasi fermo e, per un attimo, mi ha sorretto uno spettatore, il che mi ha consentito di riprendere subito dopo velocità, ma ormai la tappa era andata: sono arrivato comunque 3° e ho vestito la maglia rosa.

– Quando hai pensato di aver vinto quel Giro?

Solo dopo l’arrivo dell’ultima tappa, la tappa in circuito di Merano, che era per metà di salita e per metà di discesa, con tutti i rischi del caso. Anche una semplice foratura avrebbe potuto compromettere tutto negli ultimi chilometri.

In una corsa a tappe, non sei mai sicuro di nulla: bisogna “pregare il Signore” sino alla fine.

– In maglia rosa, come ti sentivi?

Ad aspettarmi in maglia rosa c’erano soprattutto tanti miei tifosi. Sapevano che avevo il talento e le caratteristiche giuste per portarla sino alla fine e per vincere finalmente il Giro dopo tanti piazzamenti e sfortune negli anni precedenti. I tifosi e gli amici che sulle strade ti incoraggiano, erano importanti per me, così come lo sono per ogni atleta che compete.

C’era poi la gente – tantissima gente quell’anno – su per le salite anche in doppia fila, in maniera impressionante: gente che tutta voleva vedere la maglia rosa, quindi che voleva vedere me, anche se non mi avevano mai visto e conosciuto prima. Ed è stata quindi una bella una bella soddisfazione portare la maglia rosa sino alla fine.

– Hai vinto provando fatica? Da ragazzino – ricordo personalmente – sembrava che tu non facessi mai fatica…

Sì, la fatica c’è sempre in bici, come in ogni sport. Non è vero che quelli forti fanno meno fatica degli altri. Se sei un capitano, se sei in classifica e corri per vincere il Giro d’Italia, devi fare ancora più fatica, perché non ti puoi mai permettere di “mollare”; se resti staccato devi cercare, a tutti i costi, di “rientrare”, di “ritornare in corsa”, e devi mettercela tutta.

Sì, è vero, sin da ragazzino vincevo “facile”, ma questo non vuol dire che non abbia fatto tanta fatica.

La scelta del ciclismo

– Perché hai scelto la bici? Per passione?

Più che di passione, io parlo di volontà e di grinta. La mia natura è agonistica, sportiva di per sé. Avrei potuto fare altri sport, forse il maratoneta o lo sciatore di fondo, non so. Sta di fatto che qui nel territorio bresciano, allora, c’erano soprattutto le corse in bicicletta, anche se, veramente, nel mio paese, a Gardone, non c’era nessuna squadra di corridori.

È stato un coetaneo di Padenghe – Duilio Negri – a chiedermi di correre con la sua squadra, la “Valtenesi”, e così ho iniziato a correre da esordiente, a 14-15 anni, vincendo subito diverse gare. Così ho lascito la scuola e mi sono dedicato totalmente allo sport.

– La tua famiglia ti ha sostenuto in questa determinazione?

Mi ha lasciato fare. I miei genitori erano molto impegnati col lavoro. Mi sono sostenuto da solo, anche economicamente. Vincendo diverse gare e facendo piazzamenti, ricevevo gli assegni della Federazione ciclistica. Se non ricordo male erano 50.000 lire per ogni vittoria. Così non ho chiesto nulla a miei. La bicicletta e i materiali me li dava la squadra. Mettevo da parte i soldi.

– Quali figure sono state importanti per te, specie all’inizio?

Ricordo con affetto Piero Serena, scomparso, l’artigiano di Brescia che mi preparava le biciclette “su misura”. Passavo quasi ogni giorno dalla sua officina, e non solo per le manutenzioni; era un amico molto paterno, confidente mio e di tanti corridori bresciani.

Ricordo Mino Denti, un ex professionista che da direttore sportivo della “Mariani Calì”, quando ero dilettante, mi ha insegnato molto. Ricordo poi, oltre alla competenza, l’umanità di Italo Zilioli, il mio primo direttore sportivo da professionista.

– Quale ambiente hai trovato nel professionismo?

Un ambiente come tanti, in cui c’erano interessi in gioco e in cui ciascuno faceva la sua parte, per sé. C’erano tanti “volponi”, tra dirigenti, sponsor, tecnici, gli stessi corridori. Ma c’erano anche altre persone pulite ed oneste. È sempre così nello sport come nella vita: sinché vai forte e vinci, ti sono tutti vicini e amici, ma poi…

Io però mi sono sempre fatto rispettare, da tutti.

– Di quella “scuola” cosa ti è rimasto?

Il mondo del ciclismo mi ha insegnato a stare al mondo, a vivere con gli altri, a riconoscerli, a riconoscere i vari soggetti: quelli di cui mi potevo fidare, chi meno o per nulla.

– Hai ancora amici dall’ambiente?

Veramente sono pochi, anche perché diversi amici di allora sono rimasti nell’ambiente delle corse, mentre io ne sono uscito da un pezzo per fare il mio lavoro. Non ho più assistito ad una gara da quando ho smesso.

Certo, Capita di incrociare qualcuno: ci si saluta sempre bene, con l’entusiasmo dei tempi andati, senza alcun risentimento o rimpianto da parte mia; ma nulla più.

Dopo il ciclismo

– Tu poi hai fatto – e fai tuttora – un lavoro particolare: vuoi dirne?

Gestisco un’impresa di pompe funebri. L’aveva intrapresa mio nonno, che costruiva e portava le bare in legno in tutti i paesi della mia zona. L’impresa, poi, l’ha organizzata mio padre, e io l’ho portata avanti, immediatamente dopo l’ultima corsa in bici che ho fatto.

Da ragazzino, quando partivo da casa per l’allenamento, mi trovavo in mezzo ai funerali. Sono stato abituato a “vedere di tutto”, ad avvertire tante situazioni di lutto: dalla morte dell’ottuagenario e più, alla morte del ragazzino del paese per un incidente, alla persona di 30-40 morta per malattia.

Io dico che questo non è un lavoro “da tutti”: io ci sono stato portato, ma penso di essere anche dotato per questo.

– Quale ritieni essere la tua dote nella tua attività?

La “delicatezza”. Sto vicino ai familiari dei defunti – con i miei collaboratori – con grande riguardo, con rispetto, con considerazione del momento che stanno vivendo. Li libero, per quanto possibile, dai problemi di circostanza, perché le persone nel lutto hanno altro dentro di sé ben altro da elaborare.

– Col tuo lavoro, accanto ai familiari dei defunti, sei spesso per chiese, con parroci, preti e fedeli…

Ti dico subito che io “non sono molto credente”, o meglio io sento di “credere a qualcosa”, ma non trovo del tutto credibile la dottrina e l’apparato della Chiesa.

Anche i preti appartengono, per quanto io li conosco, al genere umano, con le stesse, spesso contraddittorie, caratteristiche, di cui ti ho detto dell’ambiente dello sport. Quelli veramente “dotati” sono pochi.

Detto questo, io sono tutti giorni nelle chiese, conosco tutti i preti delle parrocchie della mia zona, ho un rapporto buonissimo con tutti loro e, col mio lavoro, mi adeguo alle loro esigenze, anche quando entrano in tensione con le mie esigenze, imprenditoriali e professionali.

– La famiglia è partecipe delle tue imprese, sportive e imprenditoriali?

A Milano, in gennaio, la mia famiglia era felice insieme a me, come hai visto nelle foto del ritiro del premio de La Gazzetta dello Sport. Questo vuol dire qualcosa.

Ho due figli: una figlia di 31 e un figlio di 33 anni. Sono entrambi avviati bene, sulle loro rispettive strade – nell’ambito della progettazione e del design –, ma in maniera indipendente da me. Mia moglie mi aiuta nel mio lavoro, un lavoro che mi assorbe molto in termini di tempo: sono impegnato, ogni giorno, dalla mattina alla sera. Ma non mi sento ancora stanco, mai, come quando correvo in bicicletta.

– Trovi il tempo per andare qualche volta in bici? E perché ci vai?

Ho una mountain bike assistita. Faccio percorsi fuori-strada sulle colline dell’entroterra del Garda. Mi piace andare in mezzo ai boschi, da solo. Mi piace ancora fare fatica, in salita.

Perché? Perché sento che mi fa bene, perché sento di fare una fatica fisica che mi libera da tutt’altro tipo di fatica e che mi libera dallo stress. E poi perché, è semplicemente bello andare in bicicletta e stare un po’ con me stesso.

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