
Strano a dirsi, l’ulteriore aggravarsi degli scontri in Libano fa sussurrare a qualcuno che forse gli imminenti negoziati potrebbero produrre qualcosa. La giornata di ieri infatti è stata segnata da attacchi israeliani sulle strade del Libano fuori dalla zona gialla, la zona cuscinetto che l’esercito israeliano ha indicato e occupa nel sud del Libano per prevenire attacchi di Hezbollah.
Queste azioni armate hanno causato dodici vittime, paralizzato il traffico per ore avendo colpito poco a sud di Beirut su arterie cruciali, poco dopo nuovi ordini di evacuazione. Hezbollah da parte sua ha rivendicato di aver lanciato i suoi nuovi droni con obiettivo il nord di Israele, che sarebbero stati in gran parte intercettati prima del confine, stando a quanto riferito da fonti citate dalla stampa libanese.
Libano-Israele: le delegazioni a Washington
È questo il contesto in cui israeliani e libanesi dovrebbero tornare oggi – 14 maggio – al loro tavolo negoziale a Washington, alla presenza del mediatore americano. Per la prima volta saranno colloqui ufficiali a livello di delegazioni – sin qui i negoziati sono stati limitati ai rispettivi ambasciatori negli Stati Uniti. Il governo del Libano, che da tempo è ai ferri corti con la milizia di Hezbollah, sembra avere una sola speranza: confidare nelle pressioni americane su Israele perché il cessate il fuoco si stabilizzi e comporti la fine delle demolizioni di infrastrutture civili, terre coltivabili e abitazioni private dentro la linea gialla.
L’evidente difficoltà di Hezbollah è quella di spiegare come opporsi ai negoziati con Israele e indicare dei propri obiettivi, diversi da quelli del governo che tratta e del quale due suoi esponenti rimangono ministri. Anche per questo il presidente libanese ha fatto chiedere a Hezbollah dal suo alleato, il presidente della Camera, di rispettare il cessate il fuoco se Israele lo farà – sollecitazione quest’ultima esercitata su Washington.
Il governo libanese ha contemporaneamente deciso di rivolgersi all’ONU perché condanni l’Iran, direttamente coinvolto secondo Beirut in azioni che hanno trascinato il Paese in una guerra devastante che non vuole. Dunque ore molto intense per la diplomazia libanese.
Divisioni interne al Libano
Il Libano è profondamente diviso. Il governo, e probabilmente la maggioranza dei libanesi (non ci sono al riguardo sondaggi attendibili), accusa Hezbollah, partito-milizia in armi fedele ai pasdaran iraniani, di aver innescato il nuovo conflitto che ha portato alla nuova invasione israeliana. Da parte sua questo partito ha risposto dal giorno dopo il suo attacco contro Israele, il 2 marzo scorso, definendosi come l’unica resistenza e accusando il governo di negoziare con l’invasore al quale sarebbe asservito. Leggendo nei loro documenti sembra che l’obiettivo sia sempre un cessate il fuoco, ma negoziato dall’Iran.
Queste due narrative non possono unirsi su nulla, mentre si assiste alla progressiva scomparsa di pezzi di un sud senza il quale il Libano non sarebbe più tale. Se i dissapori politici sono gravi, accade però che in molti casi gli sciiti, la comunità in cui origina Hezbollah, siano associati alle scelte del partito – con ciò che nella vita quotidiana questo può implicare quando questi ordinari sciiti, profughi, arrivano con il loro carico di dolore e si ritrovino oggetto di ostilità e, come cristiani o sunniti, possono trovarsi al centro di campagne denigratorie sui social per la sola colpa di aver esposto un pensiero diverso da quello di Hezbollah.
L’attenzione della Santa Sede
È questo il contesto in cui, per la seconda volta dall’inizio di questo nuovo conflitto, papa Leone è tornato a collegarsi, il 6 maggio, con i preti che rimangono nel sud del paese esortandoli a restare. L’occasione è stato un collegamento tra il nunzio apostolico, in visita a Roma, e i religiosi: il papa lo è venuto a sapere ed è voluto intervenire.
Esortare i cristiani a restare nel sud del Libano non vuol certo dire sostenere Hezbollah e la sua scelta miliziana, ma rappresentare un’altra visione: componente disarmata del Libano meridionale, i cristiani forse potrebbero rappresentare quella pace che in quanto disarmata si fa disarmante e così tenta di arginare il danno che riguarda tutti.
Il gesto del papa sembra avere un suo significato chiaro: nessuno territorio va cancellato, in una scelta non bellicista. Quindi dal Vaticano si può vedere comprensione per l’arduo tentativo di Beirut, al di là delle singole scelte operative. Non a caso nelle ore trascorse si è recato in visita in Vaticano il ministro degli esteri libanese e il Segretario di Stato, cardinale Parolin, ha affermato che le scelte relative alla guerra e alla pace devono competere esclusivamente allo Stato.
Nelle stesse ore si verificava un curioso equivoco, in qualche modo geograficamente collegato. La consegna, proprio ieri, dell’Ordine Piano, importante onorificenza che viene conferita a varie personalità e comunque ai diplomatici che servono da due anni in Vaticano, ha precisato la Sala Stampa Vaticana. Di solito ciò avviene a ridosso dell’anniversario dell’inizio del pontificato, e così è stato anche quest’anno.
È stato notato, per via di un’imprecisione, che questa onorificenza è stata conferita all’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede. È vero, ha precisato il portavoce della sala stampa vaticana, ma per lui come per gli altri dodici ambasciatori cui spettava per l’anzianità di servizio. Dunque un atto dovuto, si potrebbe dire. Sarebbe strano un comportamento diverso da parte del Vaticano. Ma l’accenno appare dovuto perché sembra che sia stata la diffusione di una fotografia, vecchia, del papa con l’ambasciatore che ha causato l’equivoco. L’onorificenza, come da prassi, è stata consegnata dal Sostituto per gli Affari Generali alla Segreteria di Stato.





