
Nelle settimane di Pasqua, la liturgia ci conduce con insistenza nel cuore del secondo annuncio di Pietro a Pentecoste, in Atti 2: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato, dunque, alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
Non è un caso che questi versetti ritornino il giorno dopo Pasqua e nella III Domenica di Pasqua: risuonano nelle nostre assemblee come un battito cardiaco costante. La loro frequenza documenta una necessità: sostare sull’istante in cui la Pasqua diventa “perenne”, in cui l’evento si apre alla sua effusione continua.
Gli Atti degli Apostoli
Per comprendere la portata di queste parole, occorre considerare la natura stessa del libro. Non siamo di fronte a una cronaca di eventi passati, né a un elenco di “cose fatte”, ma all’ordine di una prassi euristica della verità. In Luca, il discorso non è una pausa nella narrazione: è l’evento del senso, il momento in cui ciò che è accaduto viene interpretato e diventa “Via”.
In questo cammino, la fede non è un dato statico, ma un processo che segue fedelmente la progressiva rivelazione delle tipologie con cui Gesù si presenta alla storia.
Il discorso di Pietro che contiene i versetti citati è il secondo, quello successivo all’Ascensione. In entrambi i casi, i suoi interventi corrispondono a quanto Gesù gli aveva detto: At 22, «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». Luca affida a Pietro il nucleo centrale dell’Ascensione e della Pentecoste: non più l’annuncio fatto da Gesù nel Vangelo, ma la testimonianza di chi ha attraversato la prova. Così anche la promessa dello Spirito, formulata da Gesù in Lc 11,13 («quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!»), diventa realtà narrata da chi l’ha vista compiersi.
Il passaggio dagli annunci agli eventi – la pratica della veridizione – conferisce a Pietro un senso nuovo di responsabilità e di autorevolezza. I discorsi negli Atti sono trentasei, compresi quelli più brevi, e occupano quasi la metà del testo. Svolgono la stessa funzione che, nel Vangelo dell’infanzia, hanno inni e preghiere: interrompono la narrazione per interpretare i fatti.
Danno il significato teologico a ciò che è appena accaduto (come Pietro che spiega la Pentecoste), fungono da cardini che segnano il passaggio della missione da Gerusalemme ai “confini della terra”, trasformano il racconto in una prassi di fede. Nello stesso tempo, l’ascoltatore è mosso verso una nuova consapevolezza: la narrazione diventa evento che interpella, e la fede prende forma nel rispondere.
L’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste
I due versetti di At 2,32-33 evocano una sequenza che si apre così: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato” di cui subito Pietro aggiunge che «noi tutti ne siamo testimoni».
A questo primo passo, Luca fa seguire il secondo movimento dell’azione trinitaria, in cui Ascensione e Pentecoste vengono strettamente congiunte: «dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso…». Nel momento in cui la “nube” (At 1,9) accoglie Gesù, egli entra nel Grembo di Dio. È qui che avviene lo scambio vitale: Gesù, portando con sé la nostra umanità, viene avvolto e ospitato dall’abbraccio dello Spirito, l’amore eterno tra il Padre e il Figlio.
È precisamente stando nel Grembo che Gesù riceve lo Spirito. Non lo riceve come un estraneo, ma come il Figlio che eleva a sé portando con sé la propria umanità. L’Ascensione è il momento in cui l’umanità viene intrisa di Spirito Santo. Senza questo “passaggio” nel Grembo, lo Spirito rimarrebbe “di Dio”, ma non diventerebbe lo Spirito dell’uomo Gesù, pronto per essere donato a noi.
Il versetto 36 («Dio lo ha costituito Signore e Cristo») è la proclamazione ufficiale di ciò che è accaduto nell’Ascensione. Gesù è Signore perché è l’Uomo che abita il Grembo di Dio e dispone dell’Amore – lo Spirito – come di cosa propria. L’Ascensione fissa la tipologia definitiva di Gesù: Egli è l’Ospitante che, essendo stato ospitato dal Padre, ora può ospitare noi.
Il terzo passo che Pietro enuncia è l’atto dell’effusione dello Spirito: «(Questo Gesù) lo ha effuso». Il verbo “effondere”, nel Vangelo di Luca, è riservato al sangue (Lc 22,20) o al vino (Lc 5,37), mentre lo Spirito normalmente “scende”, “viene sopra”, “riempie”. La vicinanza tra sangue/vino e Spirito richiama l’arco pasquale e, forse, anche l’investitura del Cristo quando lo Spirito scende su di lui.
Negli Atti, lo Spirito non scende più “su Gesù”, ma, dal Gesù risorto, sulla comunità radunata. La dinamica di questo terzo passo è nuova: il Padre dona lo Spirito al Figlio glorificato, e il Figlio lo effonde su tutti i presenti. È lo Spirito del Risorto, non solo lo Spirito “di Dio”. È lo Spirito pasquale, non solo profetico. Nei Vangeli lo Spirito abilita Gesù nella sua missione terrena; negli Atti lo Spirito è donato dal Padre al Figlio risorto nella sua umanità glorificata, e da lui effuso sulla Chiesa. Tutto ciò è possibile solo perché l’Ascensione introduce l’umanità nella vita trinitaria.
La Pasqua cambia la dinamica trinitaria nella storia: l’umanità di Gesù è ormai partecipe della vita del Padre, e lo Spirito è donato attraverso il Figlio nella sua condizione glorificata.
Il varco della Pentecoste
Il cambio di passo nell’opera lucana non avviene semplicemente tra il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. La differenza non è cronologica, ma teologica: nel Vangelo lo Spirito abilita Gesù; negli Atti lo Spirito abilita la Chiesa attraverso Gesù glorificato. È il passaggio dalla missione del Figlio alla missione dello Spirito, che si apre a Pentecoste come un varco definitivo.
Lo Spirito Santo nel Vangelo
La teologia lucana della Pasqua e dell’Ascensione può essere letta come una rivelazione progressiva del Grembo di Dio, il luogo relazionale in cui il Figlio è generato, accolto e restituito, e nel quale introduce l’umanità. Nel Vangelo, lo Spirito agisce in modo “puntuale” e “funzionale” alla missione di Gesù, preparando il terreno per l’effusione universale degli Atti.
Lo Spirito anzitutto genera (Annunciazione – Lc 1,35), scendendo su Maria mentre la potenza dell’Altissimo la «adombra». È la prima rivelazione del Grembo: qui lo Spirito non è ancora partecipato alla storia, ma è l’agente divino che prepara il corpo di Gesù. È lo Spirito che rende l’umanità di Maria uno “spazio ospitale” per il Figlio.
Lo Spirito scende su Gesù «in apparenza corporea, come una colomba» (Battesimo – Lc 3,22). È l’investitura messianica. Qui lo Spirito abilita Gesù come «il Figlio, l’amato». In Luca, questo episodio fissa la tipologia del Figlio che agisce con la forza del Padre: lo Spirito è “sopra” di lui, lo guida, ma rimane concentrato nella sua persona.
Gesù, «pieno di Spirito Santo», è guidato dallo Spirito nel deserto (Lc 4,1), dove lo Spirito diventa la forza interiore che gli permette di affrontare il rifiuto e la prova. È l’energia della sua fedeltà al Padre.
Gesù proclama: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione…» (Lc 4,18). Questo episodio è il manifesto del Profeta dello Spirito. Qui lo Spirito è lo strumento della missione: serve per annunciare, liberare, guarire. È un’azione rivolta all’esterno, ma che scaturisce dall’identità unica di Gesù.
Gesù «esultò nello Spirito Santo» e disse: «Ti rendo lode, Padre…» (Lc 10,21). È l’unico momento in cui Luca ci permette di sbirciare nell’intimità del Grembo durante la vita terrena: lo Spirito è il legame di gioia tra Figlio e Padre. È l’anticipazione di quella “circolazione d’affetto” che diventerà pubblica a Pentecoste.
Infine, Gesù afferma: «Il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13). Questo versetto rappresenta il punto in cui la logica umana del “dare cose buone” viene superata dalla logica divina del donare lo Spirito. In Luca, lo Spirito Santo è la cosa buona per eccellenza che il Padre ha promesso.
In questi versetti lo Spirito è oggetto di promessa: è il varco verso gli Atti. Non è ancora “effuso” (come il sangue), ma è garantito come il dono più alto che il Padre custodisce per i figli.
Lo Spirito Santo negli Atti
A Pentecoste l’effusione dello Spirito Santo è per tutti, come afferma At 2,33: «come voi stessi potete vedere e udire». Al termine del discorso di Pietro, la forza dello Spirito si manifesta immediatamente nella vita dei presenti:
A Pentecoste lo Spirito Santo è effuso su tutti, come dice Lc 2,33: «come voi stessi potete vedere e udire». Al termine del discorso di Pietro, si manifesta la forza dello spirito dei presenti: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore,7lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati».
L’azione dello Spirito è dunque in funzione della missione dei testimoni, dei quali si dice più volte che erano «pieni di Spirito Santo», con numerose varianti, già a partire da Pentecoste, dove ricorre la prima espressione (At 2,4): «Tutti furono colmi di Spirito Santo». Subito dopo, di Pietro si afferma (At 4,8): «Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, disse…». Poco oltre, dei Dodici si dice (At 4,31): «Furono tutti pieni di Spirito Santo». Nel processo a Stefano leggiamo (At 7,55): «pieno di Spirito Santo, vide la gloria di Dio…». Di Barnaba si afferma (At 11,24): «era uomo pieno di Spirito Santo». Infine, di Paolo si dice (At 13,9): «pieno di Spirito Santo, fissò lo sguardo…».
«Pieno di Spirito Santo» negli Atti è l’effetto di una partecipazione alla Pasqua del Figlio glorificato. Perché negli Atti lo Spirito non è più lo Spirito “di Dio” in senso generico, ma lo Spirito del Figlio risorto (At 2,33).
Essere “pieni di Spirito Santo” significa essere inseriti nella relazione Padre/Figlio, essere abilitati dalla Pasqua. È un modo lucano per dire che la Pasqua continua nella Chiesa.
La Pasqua perenne non è un evento passato, ma un evento che continua, che opera, che si dona. Ebbene, “pieno di Spirito Santo” è la forma narrativa lucana della Pasqua perenne: è il modo in cui Luca dice che la vita del Risorto passa nei suoi. È il segno che la relazione trinitaria è entrata nella storia. Ogni volta che Luca scrive «pieno di Spirito Santo», sta dicendo che il Risorto sta agendo ora.
Le tipologie interpretate da Gesù e l’esperienza della fede
Luca mostra una vera e propria evoluzione della fede nell’opera lucana, parallela al succedersi delle tipologie che Gesù interpreta. Il punto decisivo non è lo snodo tra il Vangelo e gli Atti, ma in Atti 1-2, dove avvengono rispettivamente gli eventi dell’Ascensione e della Pentecoste.
La prima tipologia e la fede come perseveranza
La parabola tipologica del Profeta – da Nazaret a Gerusalemme – è inaugurata da Gesù nella sinagoga come Profeta dello Spirito (Lc 4), ma diventa rapidamente il Profeta contrastato. A Gerusalemme questa figura giunge al culmine: è il Profeta condannato, e proprio in quel fallimento (la Passione) la sua fisionomia si svela come Figlio di Dio e Re. La tipologia non è un’etichetta, ma un’identità che si conquista nel rifiuto.
La verità della fede dei discepoli è dichiarata e riconosciuta da Gesù in Lc 22,28: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove». In questo stadio, la fede è perseveranza: non ancora comprensione piena del mistero, ma lo “stare accanto” al Profeta nel tempo del contrasto. Gesù riconosce questa fedeltà “orizzontale” e fisica nelle prove, pur sapendo che dovrà essere trasformata.
La tipologia del Risorto e la fede come riconoscimento
La seconda tipologia interpretata da Gesù – con la risurrezione – è quella della tipologia del Risorto, dove le parti si ribaltano: è Lui che si mette in ricerca dei discepoli (l’anti-dodicesimo anno).
La trama lucana procede gradualmente nel percorso di riconoscimento del Cristo risorto, e la tappa del sepolcro vuoto è il primo passaggio del loro percorso. Essa racchiude la sfida di uno scarto tra il desiderio di “vedere” e “toccare” quel corpo che “non trovarono” e la persona di Gesù che non c’è. Per esse, e per i lettori, fu una sofferenza carica di domande: «si domandavano che senso avesse tutto questo».
I discepoli di Emmaus riconoscono che, prima che i loro occhi fossero definitivamente aperti dallo spezzare il pane, il Signore già aveva dischiuso per loro le Scritture su quanto lo riguardava. La duplice apertura del cuore e della vista rimanda ai due fondamenti della vita cristiana: la Scrittura e la celebrazione dell’eucaristia.
La Signoria del Risorto e la fede come affidamento e abitazione nel Grembo di Dio
Con l’Ascensione, Gesù acquisisce la signoria definitiva («Signore e Cristo», At 2,36). È l’innalzamento che “fissa” tutte le tipologie precedenti nell’intimità del Padre.
Atti 2,33 mostra la Trinità in azione: il Padre dona lo Spirito al Figlio, e il Figlio lo effonde su tutti i presenti. Nei Vangeli lo Spirito abilita Gesù nella sua missione terrena; negli Atti lo Spirito è donato dal Padre al Figlio risorto nella sua umanità glorificata, e da Lui effuso sulla Chiesa. Tutto questo è possibile solo perché l’Ascensione, grazie alla pienezza della Pasqua, introduce l’umanità nella vita trinitaria.
L’assenza fisica di Gesù non è un vuoto, ma la condizione necessaria perché la fede passi dal “riconoscimento” (ancora legato ai sensi esterni) all’abitazione (il Grembo). La fede diventa allora affidamento e dimora nel Grembo di Dio. Grazie ad At 2,33, lo Spirito ricevuto dal Padre viene effuso: la fede non deve più “cercare” o “riconoscere” un oggetto esterno, ma si lascia colmare dal conforto dello Spirito (At 9,31).
Conclusione
Qui tutto si ricompone. Il Figlio entra nel Grembo di Dio (At 1,9): la nube accoglie il Figlio nella gloria. Nel Grembo di Dio riceve lo Spirito (At 2,33): il Padre dona lo Spirito al Figlio glorificato. Il Figlio effonde lo Spirito sui figli (At 2,4): la promessa di Lc 11,13 si compie.
Essere “pieni di Spirito Santo” significa essere raggiunti dal Figlio nel Grembo di Dio. È un’intuizione detta in forma lucana: la Chiesa vive della vita che il Figlio riceve nel Grembo di Dio. Essere “pieni di Spirito Santo” significa essere toccati dal movimento trinitario, essere inseriti nella comunione Padre/Figlio, essere partecipi della Pasqua che non finisce, essere raggiunti dal Figlio che vive nel Padre.
È la Pasqua che continua, non come memoria, ma come effusione. “Pieni di Spirito Santo” negli Atti significa partecipi della Pasqua del Figlio glorificato, raggiunti dalla vita che il Figlio riceve nel Grembo di Dio, abilitati dalla relazione trinitaria che ora opera nella storia.
Luca mostra, infine, una serie di effetti riguardanti l’evoluzione della fede: si passa da un’esperienza personale con Gesù nel Vangelo a una fede comunitaria e missionaria.
Nel Vangelo, la fede è legata all’incontro diretto con Gesù; negli Atti, la sua assenza fisica è sostituita dall’azione dello Spirito Santo, che guida la comunità e permette ai credenti di crescere nella fiducia: lo Spirito scende sui discepoli, trasforma la loro paura in coraggio e dona loro la forza di predicare.
Luca deve aver avvertito «Ciò che per la fede cristiana ha valore d’argomento è una storia disponibile come una narrazione».[1] La ragione per scrivere la sua opera non può essere meno di questo: Luca deve essersi persuaso che la narrazione possa introdurre e trasmettere la fede, grazie alla «forma testimoniale della rivelazione (che) assegna un rilievo veritativo – non semplicemente manifestativo – alla storicità dell’azione umana».[2]
[1] M. Epis, “Liberare la cristologia”, in “Il Regno – attualità” 2 / 2019, p. 31
[2] Idem.





