
Nella “libera parola” che cresce in Ungheria dopo la soffocante “democrazia illiberale” di Viktor Orban (2010–2026) propiziata dell’esito delle elezioni generali del 12 aprile scorso vinte da Peter Magyar, vale la pena sottolineare tre voci.
La prima è di Rita Perintfalvi, teologa e scrittrice, presidente della sezione ungherese della Società europea per la ricerca teologica femminile e ricercatrice all’università di Graz. Si è espressa in un articolo su Feinschwarz, rivista di teologia pastorale dell’area tedesca, nel numero del 4 maggio.
La seconda è quella del card. Ladislalv Német di nazionalità ungherese e arcivescovo di Belgrado ed è apparsa sul sito Szemlelek.net il 12 maggio.
La terza è del vescovo della Chiesa riformata ungherese, Károl Fekete, apparsa sullo stesso sito il 19 maggio.
1956-2026: le due rivoluzioni
Rita Perintfalvi riconosce nelle elezioni del 12 aprile una svolta storica significativa, avvicinabile al significato della rivoluzione del 1956 contro il regime comunista e la Russia. Ricorda come Orban abbia progressivamente svuotato il sistema democratico limitando la libertà di stampa, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e lo smantellamento del multipartitismo. Un processo crescente verso l’autocrazia in cui i quattro appuntamenti elettorali variamente manipolati hanno dato origine a un regime ibrido limitato solo dai condizionamenti legati all’appartenenza all’Unione Europea. Una democrazia avviata nel 1989 e progressivamente svuotata in un modello autoritario-populista, non casualmente vicino all’amministrazione Trump (USA), al regime di Putin (Russia) e alle forze di destra populista in Europa.
Il richiamo alla “democrazia cristiana” era totalmente improprio rispetto ai partiti storici europei. «Le Chiese cristiane in Ungheria sono state trasformate in strumenti di propaganda politica e sono diventate dipendenti dal governo legalmente, finanziariamente e ideologicamente. La concezione cristiana è stata strumentalizzata politicamente e le Chiese sono state rese complici acritiche del governo e, in alcuni casi, sostenitrici attive» (cf. qui).
Tre momenti hanno mostrato la progressiva crisi di Orban: gli insulti ai suoi critici con la minaccia di una “grande purga” nel discorso del 15 marzo 2025, l’enorme partecipazione popolare (470.000 persone) al Pride del 28 giugno 2025 e il progetto di legge contro i sovvenzionamenti esteri ai media liberi e alle espressioni della società civile proposto nel maggio 2025 ma che non è arrivato all’approvazione. Da qui è nata l’enorme partecipazione al voto (80%) e la vittoria di Peter Magyar trainata dall’elettorato giovanile.
Un cardinale da Belgrado
Più rilevante l’intervento del card. László-Ladislalv Német, arivescovo di Belgrado e unico vescovo cattolico presente alla sessione parlamentare d’inizio legislatura.
Tre ragioni giustificano il suo intervento: ha lavorato in Ungheria come segretario della Conferenza episcopale (2006-2008), come religioso appartiene alla provincia ungherese della Società del Verbo divino (verbiti) e ha la cittadinanza ungherese. Inoltre, è stato vescovo e amministratore apostolico della diocesi di Nagybecskerek (nome ungherese, attualmente in Serbia col nome Zrenjanin) a forte presenza ungherese.
«Tra i recenti discorsi ecclesiastici trovo particolarmente strana l’affermazione secondo cui, negli ultimi 16 anni, non vi sarebbero state serie anomalie né fenomeni che avrebbero richiesto una posizione chiara e inequivocabile da parte della Chiesa dato che cosa del genere accadono anche nelle “migliori” famiglie […] Molti di noi, ai vertici della Chiesa, parlano degli ultimi anni come se nel sistema non fossero state incorporate aspettative molto concrete. Per questo non capisco come coloro che hanno vissuto in un determinato sistema politico-sociale per sedici anni e sono stati tra i maggiori beneficiari di tale assetto non si siano accorti che qualcosa non funzionava normalmente, né all’interno né all’esterno della Chiesa». Con il prevedibile crollo di credibilità. Nell’ambito ecclesiastico sono state messe in atto varie forme di esclusione. In particolare la riduzione al silenzio: scomparsa dai media cattolici, sfiducia, ritiro dei finanziamenti.
Del tutto strumentale il riferimento alla necessaria unità ecclesiale che si risolveva nel soffocamento delle voci profetiche. «Non possiamo esimerci dall’autocritica […] Negli ultimi decenni non ci siamo nemmeno resi conto di quando avremmo dovuto far sentire la nostra voce. Se lo avessimo fatto, forse non ci troveremmo oggi nella situazione in cui siamo».
Non è stata avvertita la crescente distanza dal cammino sinodale della Chiesa universale e dalle sue scelte a favore dei poveri, assistendo senza reagire all’imbarbarimento del discorso pubblico, all’incitamento dell’odio, alla corruzione e alla stigmatizzazione delle persone.
Deplorevole la scarsa attenzione al magistero di Francesco e ora di Leone XIV. «L’attuale situazione dopo le elezioni del 2026 potrebbe rappresentare non solo una svolta politica ma anche un momento di grazia per il rinnovamento e la conversione della Chiesa. È un’opportunità per ripensare il nostro ruolo, per ritrovare la via sinodale che da anni anima la Chiesa universale e per rafforzare la nostra voce profetica. Ciò richiede coraggio: coraggio di autocriticarci, di dire la verità e di allinearci non con un potere politico, ma con Cristo».
Non tutto è da rifiutare nei lustri precedenti, in particolare il sostegno alle scuole, ai servizi sociali e di carità, alla difesa dei cristiani perseguitati e al ruolo costituzionale delle Chiesa. Meno apprezzabile è il sistema di sovvenzionamento clientelare a restauri non sempre giustificati.
Vanno percepiti i segni dei tempi: la secolarizzazione, il calo dei frequentanti, la sfida demografica, le migrazioni, l’urbanizzazione… La Chiesa ha un ruolo sociale e identitario che vanno rispettati ma «preservando al contempo la laicità dello stato». «Mi auguro che la Chiesa ungherese, lacerata e divisa in tante direzioni, sia capace di entrare in un vero dialogo sinodale, sia al suo interno sia con la società in cui vive».
Tornare alla Parola
Parole non meno severe quelle del vescovo riformato-calvinista, Károl Fekete. La Chiesa riformata rappresenta il 10% dei dieci milioni di abitanti, mentre quella cattolica è il 30% ca).
Parlando nella chiesa a Debrecen il 15 maggio scorso ha detto: «Abbiamo avuto a lungo la sfortuna di non chiamare le cose con il loro nome, nemmeno davanti a mali evidenti e ai peccati sociali ed ecclesiali […] Tra di noi regna un silenzio mormorante, una rassegnazione indifferente, e le voci critiche nella nostra Chiesa sono diventate sempre più rare e sommesse».
«Abbiamo lo stigma di una politica che si è profondamente infiltrata nella Chiesa riformata. È doloroso, non posso negalo, con un male ancora più grande: la protezione e la salvezza del cristianesimo sono diventate un compito politico e noi abbiamo accettato e agevolato i tentativi del governo di farsi protettore degli interessi della Chiesa, mentre i contenuti cristiani sono stati sminuiti nel discorso politico e alcune delle nostre posizioni teologiche sono state distorte […] La nostra fiducia nell’autorità e nella potenza della Parola si è indebolita. Dio ci chiede di dipendere solo da Lui e non dalle aspettative politiche influenti nella vita ecclesiale o dall’attaccamento ai favori umani».
Non dobbiamo legarci alla politica, alla ricchezza, alla cultura «poiché l’unico Signore della Chiesa è Gesù Cristo». «Quando personaggi pubblici e politici hanno parlato di “democrazia cristiana” hanno dimenticato che uno stato libero e democratico, governato dal diritto, non può seguire un percorso teocratico, perché vivere i valori cristiani non è garantito dal potere, ma dalla libertà».
«La chiave per ripristinare la nostra credibilità i riformati, ormai diminuita, è un’autentica sfida pastorale per le nostre congregazioni e istituzioni».





