
Nella mitologia sumera e mesopotamica, la creazione dell’uomo è un atto che nasce da una delle necessità più urgenti della società di quel tempo: il bisogno di manodopera. Nei testi come l’Enuma Elish e il poema Enki e Ninmah, l’universo in principio era governato dagli dèi maggiori (Anunnaki), mentre gli dei minori (Igigi) erano costretti a lavorare duramente: scavare canali, trasportare terra e coltivare campi. Stanchi della fatica insopportabile gli Igigi insorsero, distrussero i loro strumenti e assediarono il tempio di Enlil, il re degli dei.
Per risolvere il conflitto senza ricorrere alla guerra, Enki, il dio della saggezza, propose di creare un sostituto degli Igigi che potesse farsi carico del loro duro lavoro. Enki pensò di mescolare l’argilla dell’Abisso (Abzu) con il sangue di un dio sacrificato per l’occasione, attraverso il quale l’uomo di argilla avrebbe potuto ricevere la capacità razionale, la scintilla divina; altre versioni del mito identificano il dio sacrificato con il ribelle Kingu.
Nacque così uno dei motivi mitici più duraturi di tutta la storia dell’umanità: quello dell’androide o robot, parola derivata dal ceco robota, che significa appunto lavoro pesante o lavoro forzato. Il termine fu coniato dallo scrittore e drammaturgo Karel Čapek e utilizzato per la prima volta nel 1920 nel dramma teatrale fantascientifico R.U.R. (Rossum’s Universal Robots) per indicare degli operai artificiali. Nell’opera di Čapek i robot non sono macchine, ma organismi biologici creati artificialmente per lavorare al posto degli umani, che finiscono poi per ribellarsi come nel mito sumero della creazione dell’uomo sopra raccontato.
Quel mito è stato ripreso nella Bibbia, che ne stravolge però il senso, conferendo alla creazione dell’uomo da parte di Dio un valore altissimo, quasi assimilato alla divinità o al mondo angelico. La creazione dell’uomo intesa come il potere di creare la vita artificialmente è un sogno molto antico, che lega in profondità l’immaginario religioso e la tradizione scientifica lungo la storia. Il robot o l’androide sono in fondo un doppio passivo sul quale si può facilmente proiettare la propria immagine e fin dall’antichità sono numerosi i tentativi degli uomini di creare esseri a immagine e somiglianza umana.

La volontà di animare figure antropomorfe di vario tipo, di renderle sempre più simili all’uomo, ha radici che si perdono nella notte dei tempi e arrivano fino alla cosiddetta uncanny valley, termine coniato per indicare la sensazione di crescente disagio di trovarsi di fronte a un robot con fattezze umane troppo realistiche.
Scrittori, scienziati, inventori in ogni epoca hanno da sempre immaginato e descritto creature artificiali dalle molteplici fisionomie e caratteristiche. Dall’homunculus della tradizione alchemica, passando per il Golem di Gustav Meyerink –che univa l’esoterismo ebraico a quello del Tulpa del misticismo tibetano narrando la creazione di un essere artificiale antropomorfo semplice e privo d’intelligenza, pensato per adempiere al lavoro gravoso – l’idea si evolve fino al ciclo dei raffinati robot di bell’aspetto e dai sentimenti ineffabili raccontati da Isaac Asimov.
Arriviamo infine alle recenti dichiarazioni di Elon Musk, secondo cui l’integrazione massiccia di robot umanoidi nell’economia porterà a un punto in cui il lavoro umano diventerà opzionale. Con i robot in grado di svolgere qualsiasi compito fisico meglio di noi, le persone lavoreranno unicamente per soddisfare il bisogno di realizzazione personale e solo se lo vorranno.
Per Musk i robot saranno gli strumenti che libereranno l’umanità dalla schiavitù della fatica fisica, traghettandoci verso un’economia in cui il denaro perderà valore e il tempo libero diventerà la sola vera risorsa, mentre l’uomo, come i grandi dei del mito babilonese, assumerà il ruolo di custode morale della vita delle macchine.
Tutti questi temi sono confluiti e in gran parte profetizzati in una delle pellicole più influenti del cinema fantastico, che cercava di immaginare proprio il nostro 2026.

Metropolis del regista tedesco Fritz Lang è un titolo tanto famoso quanto travagliata è stata la sua produzione e la sua storia. Girato tra il 1925 e del 1926, il capolavoro di Lang ebbe la sua prima mondiale a Berlino nel gennaio 1927. Pietra miliare del cinema espressionista tedesco, il film è passato alla storia come una delle produzioni più colossali, problematiche e costose dell’era del cinema muto.
La produzione durò un tempo molto lungo per l’epoca (310 giorni) e portò la Universum Film AG (UFA) quasi al fallimento. Al momento dell’uscita il film fu un insuccesso commerciale in Germania, cosa che costrinse la UFA a un accordo con la Paramount che salvò il film stabilendo però una drastica riduzione della durata per il mercato americano, anche se i motivi dei tagli erano dovuti principalmente al messaggio etico, politico e religioso del film, considerato ambiguo e di difficile lettura.
In sostanza dopo l’uscita in Germania il film subì tagli che rimossero circa un quarto del metraggio originale, rendendo l’opera quasi incomprensibile in alcune parti della trama. Solo nel 2008, con il ritrovamento di una bobina quasi completa a Buenos Aires, è stato possibile restaurare l’opera portandola vicina alla visione originale del regista.

L’ispirazione per Metropolis fu duplice. Da una parte, una visita del regista a New York, nel 1924, durante la quale Lang rimase impressionato dai grattacieli svettanti di Manhattan; dall’altra, il tentativo di trasportare sullo schermo il romanzo avveniristico Eva futura, dello scrittore francese Auguste de Villiers de l’Isle-Adam.
Nel romanzo del 1886, ancora oggi un capolavoro del fantastico, il geniale inventore Thomas Edison (una versione romanzata del vero Edison) arriva a riprodurre perfettamente l’essere umano nella figura dell’androide Hadaly. Lord Ewald, amico di Edison, ama una donna bellissima, Alicia Clary, ma la disprezza perché la trova spiritualmente vuota. Per salvarlo dal suicidio, Edison gli propone un esperimento estremo: sostituire Alicia con un essere artificiale, Hadaly, che abbia le stesse fattezze fisiche della donna, ma un’anima superiore, programmata per essere la partner ideale.
Attraverso complessi processi che intrecciano magia e tecnologia, Hadaly prende vita e Ewald finisce per innamorarsi della macchina, trovandola più vera e nobile della donna in carne e ossa.
Il libro miscela etica, filosofia e teologia ponendo interrogativi a tutt’oggi validi: su tutti il tema dell’uomo che si sostituisce a Dio e quello dell’opera umana che finisce per essere più vera e autentica del suo stesso creatore. Il tema della donna robot è poi uno degli elementi centrali ripresi da Lang nella sua pellicola.
Ma Metropolis è un’opera che va oltre la somma delle sue parti, nella quale il tema fantascientifico della creazione di esseri artificiali si intreccia alle storie bibliche della torre di Babele e alle visioni apocalittiche di Giovanni.
Metropolis, la grande città, fa da sfondo a una vicenda di oppressione sociale e speranza. La città rappresenta l’umanità nel suo aspetto sociale ed è simbolo del desiderio profondo di stabilire la comunione e di tendere all’unità fra gli uomini. Luogo dei valori comuni e del riconoscimento della legittimità delle differenze, essa è però anche il luogo dell’intolleranza, della violenza, del rifiuto dell’altro.

È una cartina al tornasole in cui si specchiano vizi e virtù, contraddizioni e potenzialità della socialità umana. È luogo di sperimentazione della convivenza dei diversi sulla base di regole comuni, oggi alle prese con le sfide poste dalla sua dimensione multietnica e le conseguenze a livello culturale e religioso, giuridico, sociale e urbanistico.
Parlare di città evoca immediatamente problemi di civiltà: oggi crisi ecologica e ambientale, disuguaglianze sociali, emarginazione, solitudine, criminalità e devianze.[1]
Nell’immaginario biblico, al quale Lang attinge a piene mani, la città è un simbolo centrale e ambiguo: fondata da Caino, il primo assassino della storia umana (Gen 4,16-17), essa diventa il luogo in cui si risolve il senso ultimo della storia dell’uomo: la città di Dio e degli uomini, dove tutte le polarità sono risolte e la città si realizza per quello che dovrebbe essere, trasparente e priva di barriere (Ap, 21-22).
Metropolis è ambientato nell’anno 2026, anno in cui la totale oppressione e manipolazione delle masse è esercitata dal potere indiscutibile di una minoranza. In profondità sotto la città di Metropolis c’è la Città Sotterranea, i cui macchinari sono fatti funzionare da lavoratori che vivono ancora più in basso. Giorno dopo giorno in una routine senza sosta i lavoratori sono sfruttati ai limiti della resistenza umana mentre nella lucente e svettante città in superficie uomini ricchi e potenti vivono ignari delle fatiche dei loro simili.

Del resto, New York stessa, alla fine degli anni Trenta, vede il completamento del Chrysler Building, il più alto edificio mai concepito dall’uomo fino ad allora, mentre nelle strade milioni di persone fanno la fame dopo il crollo di Wall Street. Proprio nell’edificio più alto di Metropolis vive l’imprenditore-dittatore Joh Fredersen, mentre suo figlio Freder abita in un irreale giardino popolato da sensuali fanciulle.
Un giorno Maria, una donna misteriosa, fa irruzione nel giardino di Freder; il ragazzo se ne innamora e la segue tra le fondamenta della città, dove diventa consapevole della realtà a cui sono costretti i lavoratori nel sottosuolo. Qui Freder, stordito dalla realtà di dolore degli uomini ridotti alla condizione di automi impersonali, ha come una visione in cui un’imponente macchina a vapore si trasforma sotto i suoi occhi in un mostruoso Molock al quale vengono sacrificate le vite dei lavoratori.
In questo stesso luogo Maria professa al popolo oppresso parole di speranza, annunciando che un giorno gli uomini del mondo sotterraneo e quelli di Metropolis potranno vivere insieme come fratelli.

Venuto a conoscenza del proselitismo di Maria, il padre di Freder si rivolge allo scienziato-mago Rotwang. L’uomo presenta a Joh la sua ultima invenzione: un uomo-macchina, in grado di sostituire in tutto l’uomo. Joh spinge Rotwang a trasferire proprio l’anima di Maria nel robot, ma l’essere che prende vita è l’antitesi di Maria e dove questa è luce e speranza, la donna robot è tenebra e disperazione.

Magistrale la scena in cui la nuova Maria viene rappresentata come la prostituta di Babilonia che promuove blasfemia e incanta gli uomini con la coppa dell’abominio.

Nel tentativo di fermare il crescendo di violenza scatenato dalla Maria malvagia, i protagonisti dovranno fermare diluvi, insurrezioni popolari e cercare di riportare la pace tra le parti in lotta e l’equilibrio tra la razionalità illuminata ma potenzialmente tirannica e la forza lavoro capace, sì, di trasformare il mondo, ma anche di rendere l’uomo schiavo di una realtà spersonalizzante.
Con un finale giudicato a posteriori dallo stesso regista forse eccessivamente sdolcinato, Metropolis vuole però mostrare che è nel cuore, il centro dell’essere umano, che deve essere cercata l’armonia delle polarità in conflitto e che l’avidità, il populismo e lo spettacolo fine a sé stesso sono i segnali premonitori di ogni civiltà prossima alla fine. Questo il futuro immaginato dal Lang cent’anni fa, che è oggi più che mai il nostro presente.

Nel 2024 Francis Ford Coppola, quasi in continuità con il capolavoro del maestro tedesco, dava vita a un film che richiama l’opera di Lang fin dal titolo, Megalopolis, e che vale la pena citare. È un’opera complessa, divisiva e totale come la città di cui parla, in cui Coppola crea un parallelo tra la caduta dell’Impero Romano e un’America moderna in cui New York ha preso il nome di Nuova Roma, città sospesa tra decadenza e speranza.
Senza entrare in profondità della trama, anche il film di Coppola ci domanda: come possiamo evitare che la nostra civiltà si autodistrugga? Coppola, che più di Lang sente e vede vicina la fine del grande impero – in questo caso americano –, richiama all’urgenza, in una fase di grande disordine mondiale, di «un grande dibattito sul futuro».
Lang era stato ispirato dai grattaceli di New York per la sua Metropolis, Coppola inverte di segno la città dei grattacieli che sfidano la gravità e mostra che anche la città, come l’uomo, deve avere un cuore che la anima, così come nella Metropolis di Lang il cuore doveva essere il mediatore tra l’intelligenza e la mano.
Al centro della New York che ispirò Lang si trova infatti un giardino, Central Park, che Coppola, attraverso la figura dell’architetto-mago Cesar Catilina – capace di fermare il tempo e inventore di un materiale che può fondere organico e inorganico – mostra come un cuore vivo, luogo attraverso il quale l’uomo può riappropriarsi del tempo e dello spazio, attraverso il quale riconoscersi in esso ed esservi riconosciuti.[2]
[1]Cf, E. Bianchi, “Editoriale” in La città. Parola spirito e vita. Quaderni di lettura biblica, n.2, EDB, Bologna 2004, 3.
[2]M. Augé. Rovine e macerie. Il senso del tempo, Bollati Boringhieri, Torino 2008, 79.





