La vita sospesa dei venezuelani negli Stati Uniti

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Immigrati venezuelani a Miami si radunano in sostegno del TPS. Fonte: The Guardian.

In Nord America, la popolazione venezuelana si concentra negli Stati Uniti, prima destinazione extra-regionale della diaspora. Nonostante ciò, gli ultimi dati migratori hanno registrato un calo del 93% dei movimenti verso l’America del Nord.[1]

I recenti cambiamenti delle politiche migratorie statunitensi hanno infatti rappresentato un fattore determinante nella ridefinizione delle rotte e delle condizioni della migrazione venezuelana nella regione.

Diaspora venezuelana e la crisi del Temporary Protected Status

La situazione giuridica e legale dei migranti venezuelani nel paese nordamericano è infatti oggi particolarmente fragile e precaria. Lo status di “Temporary Protected Status” (TPS), istituito dall’amministrazione Biden nel 2021, consentiva a centinaia di migliaia di venezuelani di risiedere e lavorare nel Paese per un periodo fino a 10 anni.[1] A fine del 2025 oltre 600.000 venezuelani avevano ottenuto questo status, diventando il gruppo nazionale più numeroso sotto questa protezione.

Tutto è cambiato con il cambio di amministrazione. Nel suo primo giorno di mandato, infatti, il presidente Donald Trump ha interrotto il programma CHNV per i nuovi arrivi e ha successivamente consentito alle autorità di espellere rapidamente alcuni titolari di parole già presenti negli Stati Uniti. La nuova amministrazione ha lasciato più di 600.000 di venezuelani privi di uno status regolare e in una condizione di forte incertezza legale,[2] sospesi tra permessi temporanei scaduti e una crescente incertezza sulla possibilità di avere un futuro nella propria madrepatria.

In questo contesto si inserisce il racconto di un migrante venezuelano che descrive la condizione di attesa e vulnerabilità vissuta negli Stati Uniti, paese in cui risiede dal 2019: “mentre il mio paese continuava a lottare per la libertà, io lottavo per stabilizzarmi negli Stati Uniti. Fino al 2022 per quasi tre anni sono stato un fantasma, passando da un lavoro all’altro cercando un trattamento equo, vivendo in una condizione che mi rendeva ogni giorno più difficile sentirmi sicuro mentre camminavo per la città”, racconta.

Ho fatto richiesta per l’asilo politico in quegli anni ma ad oggi risulta ancora in sospeso e il mio TPS, che mi era stato concesso nel 2023, è stato annullato in seguito alle decisioni dell’attuale amministrazione. In questo momento non ho alcuno status: per il sistema praticamente non esisto. Alcuni di noi hanno ricevuto permessi di lavoro validi ancora per alcuni anni proprio prima degli ultimi cambiamenti politici; questo vuole dire che potranno lavorare legalmente fino al 2028-2029. Ma per molti altri, come me, la situazione è diversa: il TPS è scaduto nel 2024 e non sembra che questa amministrazione abbia intenzione di rinnovarlo. Viviamo in un costante stato di incertezza, senza sapere cosa succederà dopo.

La paura di essere espulsi accompagna quotidianamente queste persone, diventando una presenza costante che condiziona scelte, relazioni e prospettive future. Negli ultimi anni, l’adozione di politiche migratorie sempre più restrittive, incluse procedure accelerate di rimpatrio e una maggiore discrezionalità nell’applicazione delle misure di detenzione ed espulsione, ha sollevato interrogativi sul modo in cui gli Stati Uniti stanno gestendo la popolazione venezuelana presente sul territorio.

A preoccupare non è solo la riduzione delle tutele giuridiche, ma anche l’assenza di percorsi chiari e stabili di regolarizzazione, che lascia migliaia di persone in una condizione di incertezza prolungata. In questo quadro, il confine tra protezione temporanea e rischio di irregolarità diventa sempre più sottile.

Quando penso alla situazione in cui ci troviamo oggi, le domande sono le stesse da anni, ma oggi pesano ancora di più: se arriverà il momento in cui dovrò lasciare il Paese, dove andrò? È sicuro per me tornare in Venezuela in questo momento storico così instabile? Ora che il mio TPS è stato cancellato e la mia richiesta di asilo è ancora in sospeso, cosa succederà concretamente? Potremo continuare a lavorare o perderemo tutto da un giorno all’altro? Dobbiamo prepararci a ricominciare da capo in un altro Paese?

Quando tornare non è più un’opzione

Il ritorno in patria può rivelarsi, per molti migranti, un’esperienza forse ancora più incerta e spaventosa della stessa deportazione, soprattutto in un contesto come quello venezuelano attuale, di cui le informazioni aggiornate risultano spesso frammentarie e limitate.

Ciò che appare certo è che chi rientra si confronta con un paese segnato da forti difficoltà strutturali, in cui le opportunità lavorative sono ridotte e la vita quotidiana è condizionata dalla scarsità di beni di prima necessità e una rete sanitaria insufficiente. Il nostro intervistato racconta così la propria esperienza:

la recessione economica che il mio paese sta vivendo rende sempre più difficile trovare un buon lavoro o permettersi di mandare i figli a scuola o all’università. Per questo motivo la maggioranza di noi decide di emigrare e non guardarsi più indietro. Ancora oggi si vedono bambini cadere a terra perché hanno fame o perché sono malati e non possono permettersi né il cibo né le cure necessarie. Nel mio quartiere vedevo tutti i giorni bambini cercare cibo nei bidoni della spazzatura fuori dalla mia scuola media.

La situazione dei migranti venezuelani, quindi, non rappresenta solo un problema di politica interna statunitense, ma si inserisce all’interno di un panorama internazionale estremamente complesso. Solleva interrogativi fondamentali su come assicurare il rispetto dei diritti umani e su quale deve essere il ruolo degli Stati Uniti nel gestire una crisi migratoria che è a tutti gli effetti globale e che richiede risposte coordinate sul piano diplomatico e umanitario. La questione del rimpatrio, in particolare, non riguarda solo la sicurezza e il controllo delle frontiere, ma deve anche tener conto delle reali condizioni dei migranti, delle difficoltà politiche ed economiche nei loro paesi d’origine e nei paesi di destinazione e della necessità di approcci più equilibrati, sostenibili e rispettosi della dignità umana.

In questo senso, il tema delle espulsioni dei venezuelani dagli Stati Uniti mette in luce una complessità che va ben oltre le politiche migratorie adottate da un singolo paese. Le decisioni relative al rimpatrio dei migranti non solo riflettono le difficoltà interne degli Stati Uniti, ma si intrecciano con le problematiche politiche, economiche e sociali del Venezuela, generando una situazione di enorme incertezza per coloro che sono costretti a fare i conti con un futuro imprevedibile.

Come affermato dal nostro intervistato:

Soprattutto dopo la presa di Maduro non è chiaro cosa accadrà: il Paese è ancora instabile e nessuno è attualmente in grado di fare previsioni su ciò che potrà essere del nostro paese tra due mesi. L’economia resta fragile e la dollarizzazione continua a rendere complicata la vita quotidiana. Non c’è una direzione chiara, e questo aumenta la paura di chi come me cerca di fare dei piani per il futuro. Non ho più una vita in Venezuela, ho speso 7 anni della mia vita a cercare di crearmi una vita qui, pezzo dopo pezzo, per poi ritrovarmi da un giorno all’altro senza alcuna certezza sul mio status legale.  La mia paura non è solo legata al rimanere negli Stati Uniti in queste condizioni, ma anche di ritornare dove sono nato, in un luogo che non riconosco più come casa, dove non ho più legami concreti né possibilità immediate di ripartenza.

Le sue parole restituiscono una condizione di sospensione che non è solo legale, ma profondamente esistenziale. L’incertezza non riguarda un evento futuro isolato, ma diventa una dimensione stabile della vita quotidiana, in cui ogni progetto resta subordinato alla possibilità di una nuova migrazione forzata e alla fragilità di uno status giuridico che può cambiare in qualsiasi momento.


[1] U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) – Temporary Protected Status for Venezuela.

[2] Migration Policy Institute (2025). Venezuelan immigrants in the United States.

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