
Giuseppe De Virgilio è docente di Esegesi del Nuovo Testamento e Teologia Biblica presso la Pontificia Università della Santa Croce, mentre Fabio Rosini insegna Comunicazione della fede presso la stessa Università, dopo essere stato direttore dell’Ufficio per la pastorale universitaria e membro dell’Ufficio vocazioni di Roma, parroco e incaricato della pastorale interna per i dipendenti RAI. Per molti anni ha commentato il Vangelo domenicale per la Radio Vaticana.
Nella Prefazione alla loro opera (pp. 13-16), gli autori si mostrano estremamente preoccupati del fenomeno di «mistificazione» delle verità cristiane operata dai mezzi di comunicazione sociale ma anche dall’azione dell’«impostura» di cui parla Gen 3 (cf. p. 15). Secondo loro, si stanno demolendo a poco a poco le fondamenta del messaggio cristiano, sia nel mondo vasto della vita degli uomini, ma anche all’interno della Chiesa.
Gli autori affermano: «Bisogna riportare a casa il nostro patrimonio di fede, che è stato devastato culturalmente e spiritualmente dalle derive provocate dalle mistificazioni» (p. 14).
Secondo gli autori, occorre un’opera efficace di «demistificazione» (termine ripetuto almeno una decina di volte nella prefazione). Forse hanno presente soprattutto il tema della libertà, vissuto oggi spesso in termini di libertinismo, completa autodeterminazione ecc.
Il volume analizza la pericope di Gal 5,16-26, dedicata al frutto dello Spirito, inquadrata nel contesto più ampio della Lettera ai Galati.
La Lettera ai Galati
La Lettera ai Galati, scritta nel 55 d.C. da Paolo mentre era a Efeso durante il terzo viaggio missionario alle comunità della zona nordgalatica della provincia omonima romana, divenuta tale nel 25 a.C., intende rintuzzare l’opera di missionari cristiani giudaizzanti – di origine ebraica o etnica, non è stato ancora raggiunto un accordo fra gli studiosi – che denigravano la persona e l’operato di Paolo, proponendo un «altro Vangelo» rispetto al suo.
Paolo aveva predicato la giustificazione per fede in Gesù, accompagnata dal battesimo, quale unico mezzo per ottenere la giustificazione e la salvezza. I missionari cristiani giudaizzanti esigevano invece dai galati la circoncisone e l’osservanza delle leggi particolari (alimentari…) imposte dalla Torah. E questo anche dopo che si era tenuto il concilio di Gerusalemme nel 49 d.C., che non aveva richiesto la circoncisione ai neoconvertiti dal mondo pagano.
Paolo scrive la sua lettera con grande passione/pathos. Quando viene messa in discussione l’unicità della morte in croce di Gesù (e la sua risurrezione) quale unico mezzo di giustificazione, egli tende a perdere letteralmente le staffe, diventando mordace e offensivo: cf. ad esempio il gioco verbale «circoncisione/peritomh/castrazione/katatomh» (cf. Fil 3,2 in traduzione CEI 20008: «guardatevi da quelli che si fanno mutilare»; lett. «guardatevi dalla castrazione/ th\n katatomhn»).
Seguendo l’ottimo commentario a Galati curato dal compianto prof. Antonio Pitta – deceduto il 1° ottobre 2024 –, gli autori intravedono, nel genere apodittico, il genere letterario della lettera, inteso in senso negativo: non elogio, ma rimprovero.
La propositio principalis della lettera – la tesi/thesis – sembra essere presente in 1,17: la natura apocalittica del Vangelo, che non è modellato sul pensiero umano, ma ricevuto da Paolo per rivelazione.
La dimostrazione/probatio ha quattro momenti: autobiografico, biblico (in due tempi), paracletico.
Ecco la struttura epistolare di Galati: 1,1-12 Introduzione; 1,13–6,10 Corpo epistolare (I. 1,13–2,21 La prima dimostrazione: l’autobiografia paolina; 3,1–4,7 II. La seconda dimostrazione: la figliolanza abramitica; 4,8–5,12 III. La terza dimostrazione abramitica; 5,13–6,10 IV. La quarta dimostrazione: la paraclesi paolina); 6,11-18 Conclusione.
Il volume è strutturato in cinque capitoli.
La Lettera ai Galati, manifesto della libertà
Nel primo capitolo «La Lettera ai Galati, manifesto della libertà» (pp. 17-34) si descrive la predicazione del Vangelo tra i galati, occasionato, durante il secondo viaggio missionario (50-52 d.C.) dalla sosta effettuata fra loro da Paolo per problemi di vista.
La crisi è dovuta all’intromissione di missionari cristiani giudaizzanti. Molti autori parlano di «nemici» di Paolo, altri di «oppositori/opponents», con uno stile e contenuto di annuncio missionario diverso dal suo.
Paolo risponde gestendo il conflitto con energia e passione. Abbiamo già ricordato sopra il genere letterario apodittico-negativo della lettera, la sua disposizione e i suoi contenuti maggiori.
Il messaggio teologico di Galati è così esposto dagli autori:
1) La fedeltà al vangelo;
2) Il prezzo cristologico della «libertà» cristiana, con la morte in croce di Gesù che si è fatto maledizione per noi, per liberarci dalla schiavitù del peccato;
3) La Legge e la sua [da aggiungere nel sommario di p. 7, ndr] funzione nel progetto salvifico di Dio. La Legge ha un valore pedagogico a Cristo; essa manifesta la volontà di Dio ma non dà la forza per osservarla e renderci figli di Dio; la Legge fu aggiunta in vista della proliferazione dei peccati e perché ci si rendesse drammaticamente conto che solo Cristo poteva salvare l’uomo;
4) La giustificazione mediante la fede in Gesù e non secondo i dettami legali(stici) della Legge, tappa provvisoria della storia della salvezza;
5) Dalla sudditanza alla figliolanza nello Spirito, tema dello splendido inizio del c. 4 di Galati;
6) La giustificazione e lo Spirito immettono nel discepolo di Gesù il dinamismo creativo della carità.
Le opere secondo la carne
Nel secondo capitolo (pp. 35-64) gli autori analizzano le «opere della carne», vizi ricordati in Gal 5,16-21.23b-26. Il contesto è quello della quarta dimostrazione (5,13–6,10). In 5,16-18 è presentata l’antitesi tra carne e Spirito.
Delle «opere della carne» vengono analizzati gli aspetti generali, elencati nei vizi. Segue una ammonizione.
I vv. 24-26 descrivono la vita secondo lo Spirito e il messaggio teologico che se ne ricava è il seguente: la condizione dell’uomo libero di fronte alle scelte della vita; la realtà della «carne» e le conseguenze del peccato; il compimento salvifico in Cristo e la figliolanza adottiva. La vita vissuta all’insegna dell’egoismo autocentrato e nello sforzo dell’autoredenzione è antitetica alla vita di figliolanza divina donata da Dio nello Spirito.
Il frutto dello Spirito: dominio di sé, mitezza, fedeltà
Il capitolo terzo (pp. 65-98) esamina i versetti di Gal 5,22-23. Gli autori iniziano l’analisi a partire dalla fine dell’elenco del frutto/frutti dello Spirito. Oltre la metafora del cammino, Paolo usa infatti quella del frutto.
Lo Spirito è come colui che produce il «frutto». Dal più piccolo si giunge al più grande. Gli autori analizzano in sequenza il dominio di sé, la mitezza, la fedeltà.
Di ognuno di questi frutti si offre un profilo letterario, a cui segue un approfondimento teologico-spirituale.
Il frutto dello Spirito: bontà, benevolenza, magnanimità
Nel capitolo quarto (pp. 99-124) si esaminano il frutto/frutti della bontà, della benevolenza e della magnanimità ricordati in 5,22.
Anche in questo caso, alla delineazione del profilo letterario del versetto fa seguito l’approfondimento teologico-spirituale.
Il frutto dello Spirito: pace, gioia, amore
Sempre in Gal 5,22 vengono esaminati gli ultimi frutti/frutto dello Spirito: la pace, la gioia e l’amore.
Al termine della sua esposizione Paolo ricorda che, contro queste cose, non c’è legge che tenga: siamo totalmente su un altro piano. La trasformazione filiale divina ottenuta dal credente in Cristo crocifisso e risorto lo pone su un piano di realizzazione completa – seppur incoativa, perché manca la redenzione del corpo – del progetto salvifico che Dio aveva in mente donando la promessa a Israele (e sostanzialmente a tutti le genti, benedette in Abramo).
Esse sono rese discendenti di Abramo per la condivisione della stessa fede in Dio – espressa in Gen 15, ben prima della circoncisione ricordata in Gen 17 – che avrebbe donato il discendente in cui si sarebbe compiuta la promessa. Essa sarebbe stata costituita non solo di beni, di discendenza, di terra, di prosperità economica, ma di possesso dello Spirito Santo che avrebbe cancellato i peccati e resi figli nel Figlio.
In Gal 3,16 Paolo sfrutta abilmente il termine ebraico zera’/«discendente/discendenza» interpretandolo non in senso collettivo, ma individuale. La promessa data da Dio era intesa come compiuta nel discendente per eccellenza, Gesù, e nel dono dello Spirito Santo che, col battesimo e il perdono dei peccati, avrebbe reso figli nel Figlio i credenti in Gesù.
L’amore frutto dello Spirito ha un carattere di oblatività, di offerta di sé. Non è un amore slegato dalla verità delle cose, da un riferimento oggettivo extra individuale, non solipsistico. Si ama e si è nella libertà quando ci si dona in modo oblativo.
Questo va senz’altro ricordato anche al mondo di oggi e al main stream del pensiero filosofico-culturale della temperie odierna. Esempi eclatanti di liberta “sfrenata”, autoreferenziale, sono sotto gli occhi di tutti («La morale sono io», ha affermato un personaggio con la zazzera bionda. E gli effetti si vedono…).
Il volume di Rosini e di De Virgilio termina con una Conclusione (pp. 161-162), la Bibliografia (pp. 163-168) e l’Indice dei nomi (pp. 169-170).
Si è davanti a un’indagine seria e stimolante sia a livello esegetico che teologico-spirituale. Essa esamina una delle massime sintesi del pensiero paolino e neotestamentario al tempo stesso.
Opera scritta con acribia esegetica e spirituale, con le parole greche riportate in traslitterazione, ha un taglio scientifico ma pienamente abbordabile anche da un lettore che possiede già una conoscenza minima dei testi biblici e paolini.
Fabio Rosini – Giuseppe De Virgilio, Il frutto dello Spirito. Studio esegetico e teologico di Gal 5,16-26 (Sentieri della Parola 4), Edizione Santa Croce, Roma 2026, pp. 172, € 20,00.



