L’ascesa di Vannacci: un dibattito

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vannacci

Nella prima intervista TV non compiacente, su La7, il generale di estrema destra si conferma con un leader in ascesa e con la prospettiva di diventare un protagonista. E un pericolo (riprendiamo il dibattito a due voci dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 11 giugno 2026)

La banderilla nelle carni del Governo
Luca Telese

Ieri (10 giugno 2026 − ndr) il generale ha infranto lo schermo. É vero, da sempre Lilli Gruber ha questa capacità di creare un’atmosfera da “evento”, è vero che Roberto Vannacci ha una tempra da combattente, (quasi militare, ovviamente) ma ieri Otto e mezzo, nel suo sotto-format “Corrida de Toros”, aveva qualcosa di ipnotico.

Prima elemento: lo studio mutato in arena, con Lilli e la giornalista Lina Palmerini nel ruolo della “torera” e della “vicetorera”.

Secondo punto: questo schema, per natura, esalta tutti i protagonisti della tauromachia. Volano fendenti, schizzi di sangue, l’esito non è scontato, lo spettatore ha la sensazione continua che chiunque possa essere trafitto.

Terzo elemento: posto sotto questo riflettore, sottoposto ad una raffica di domande, il generale ha mostrato alcune caratteristiche che risultano efficacissime nel corpo a corpo: calma placida anche quando le domande sono spigolose (viva il giornalismo senza rete!), discreta capacità di uscire dall’angolo grazie al sarcasmo («Potrà non piacerle ma questa opinione è la mia»), grande disinvoltura nel ricorrere al politicamente scorretto.

Quarto elemento: questo Vannacci in purezza, “gruberizzato” (quindi anche illuminato), visibilmente compiaciuto dai sondaggi che lo vendono crescere, esibiva un punto di forza che è la vera novità introdotta dal generale nella scena politica: fa invecchiare e costringe all’aggiornamento tutti i suoi competitor.

Non solo la destra, di cui dirò tra poco, ma persino la sinistra, perché con la sua narrazione anti-immigrati il leader di Futuro nazionale cerca (dichiaratamente) di pescare ovunque. Infine: ieri Vannacci poneva il suo architrave all’insegna della più potente parola d’ordine tratta dall’alfabeto trumpiano, “Remigrazione”. Vannacci parlava senza nessuna rete: «Remigrazione significa rimandarli a casa tutti!». Come? «Con ogni mezzo». Dove? «Nei loro Paesi d’origine».

Lasciamo per un attimo da parte il principio di realtà (è impossibile rimandare nei loro Paesi d’origine mezzo milione di immigrati). Il punto − questo è il vero tema politico che deflagra nella politica italiana − è che il generale fa invecchiare in un nanosecondo la narrazione di Fratelli d’Italia e Lega, la promessa fondativa con cui hanno vinto le elezioni.

Perché delle due l’una: o la tolleranza zero predicata da Vannacci non è possibile, e allora Matteo Salvini e la Giorgia Meloni del 2022 hanno promesso ciò che non si poteva (ma devono ammetterlo). Oppure la remigrazione è possibile − e qui importa solo che ne siano convinti i suoi elettori − e per il leader nazionalfuturista si aprono autostrade tra i delusi del centrodestra.

In un mondo in cui vincono Donald Trump e Benjamin Netanyahu, fitto di muri e confini, quando a Minneapolis si spara sui clandestini e si deportano i bambini, il generale si sente il vento nelle vele. E così il colpo di bacchetta fa sì che tutti, i leghisti, i meloniani, e i forzisti, si trovino sottoposti al magnete delle sirene vannacciane: «Governano come la sinistra! Abbiamo votato destra per avere le politiche del PD!».

Persino il servizio di Otto e mezzo sui cambi di linea del generale impallidiva di fronte a quel sorriso: “Non sono io che mi contraddico, sono loro!”. Il generale porta nel centrodestra il virus del più uno. L’autostrada gliela hanno costruita vent’anni di predicazione melo-salviniana, e lui gigioneggia: «Dove sono i rimpatri? I blocchi navali? La tolleranza zero?».

Spegni la TV e ti pare che la banderilla si sia piantata. Ma nelle carni del Governo.

Vannacci è un nostro problema, non della destra
Stefano Feltri

Caro Luca,

grazie di aprire la discussione su come maneggiare il fenomeno del generale Vannacci.

La puntata di Otto e mezzo credo possa contribuire a scuotere tutti quelli che finora hanno derubricato il personaggio a fenomeno marginale, una specie di Marco Rizzo (senza offesa) di destra, cioè un politico di pura testimonianza e nessuna rilevanza.

Per ribaltare una tua battuta molto discussa, è la Pina Picierno della destra, cioè qualcuno che vuole spingere il suo intero mondo di provenienza in una direzione chiara e alternativa, più radicale, di quella indicata dai leader attuali.

Vannacci può essere decisivo, lo sappiamo, con questa e altre leggi elettorali. Quel 4,5-5 per cento che gli viene attribuito nei sondaggi è superiore al punto di partenza di Fratelli d’Italia nel 2013 (1,96 per cento). Può crescere. E già così può influenzare tutta la prossima legislatura.

Tu chiudi il tuo intervento spiegando che Vannacci oggi − e sottolineo oggi − è soprattutto un problema per il centrodestra. Ma, come osservato giustamente da Lina Palmerini durante la puntata di Otto e mezzo, questa è una illusione ottica: fino a poche settimane fa Vannacci era vicesegretario di uno dei principali partiti di governo, la Lega. E nessuno dalle parti di Forza Italia o Fratelli d’Italia ha minacciato di far cadere l’esecutivo e rompere la coalizione per questo.

Dunque, Vannacci può tranquillamente convivere con un centrodestra che certo non ha una grande cultura democratica: Fratelli d’Italia e la Lega hanno avuto e in parte hanno le stesse posizioni di Vannacci su molti temi, Forza Italia è un partito proprietario eterodiretto da una televisione che in questi anni ha costruito, talk show dopo talk show, l’elettorato di Vannacci.

Il conduttore Mediaset più rappresentativo di quella linea editoriale televisiva, Mario Giordano, era uno speaker all’evento di Milano sulla “remigrazione”, termine chiave (per quanto vago) del programma di Vannacci.

Dunque, non bisogna affrontare il caso Vannacci come se fosse un problema per “loro”, intesi come i partiti, i leader e gli elettori di centrodestra. E neppure come se la svolta autonoma di Vannacci fosse un tradimento delle posizioni asserite in passato (vedi servizio di Otto e mezzo).

Non ha mai funzionato contestare ai politici l’incoerenza: non ce n’è uno che passerebbe l’esame. E non è mai consigliabile rinfacciare a un estremista di non essere stato all’altezza dei suoi proclami più incendiari.

Siamo noi ad avere un problema con Vannacci. Intendo noi di centrosinistra, ma più in generale noi che ci riconosciamo in una democrazia costituzionale della quale Vannacci contesta i pilastri.

Con un eloquio più articolato di quello di molti altri leader, Vannacci ha presentato una sua versione sostanzialmente illiberale della democrazia: tutto quello che il Parlamento approva è per definizione legale, non c’è alcun altro criterio per valutare le leggi (che si tratti di abuso d’ufficio o unioni civili).

Già questa posizione che schiaccia la democrazia sul prevalere della maggioranza − non parlamentare, ma elettorale perché ormai l’iniziativa legislativa è quasi solo dell’esecutivo via decreto − è un attacco alla Repubblica come la conosciamo.

E’ il tentativo di reintrodurre per via elettorale e comunicativa una visione pre-costituzionale della vita pubblica. E prima della Costituzione c’era non soltanto il fascismo, ma anche un’Italia con un Parlamento e delle elezioni che però non garantivano gli stessi diritti di oggi ai cittadini.

L’unico principio che Vannacci sembra riconoscere è il suo gusto personale: lui decide chi è degno o no di stare in Italia e chi va deportato, lui stabilisce quali immigrati sono integrabili (sua moglie rumena sì, i musulmani no), lui ha chiaro cos’è l’interesse nazionale e quali alleanze comporta.

Il centrodestra farà i suoi calcoli elettorali e cercherà un modo di tenere dentro il suo perimetro di coalizione i voti di Vannacci.

Siamo noi, che non abbiamo questo problema, a dover ribadire in ogni occasione che Vannacci e tutti quelli che legittimano le sue posizioni si pongono fuori dal perimetro della democrazia per come la conosciamo e per come la vogliamo difendere.

Vannacci è una minaccia ai nostri valori, al nostro modo di vivere, a quelle tutele costituzionali che devono valere anche per gli elettori della destra che invece sono disposti a sacrificarle in nome di qualche miraggio di pulizia etnica e ritorno a un passato immaginario che ricorda più quello venerato dai talebani che quello dominato dalla Democrazia cristiana.

Attenzione a contestargli soltanto la realizzabilità dei suoi progetti estremisti: il problema della remigrazione non sta nei dettagli tecnici e giuridici, ma nelle sue premesse, nell’obiettivo che vuole realizzare.

Contestare a Vannacci le minuzie su quali e quanti Paesi collaborerebbero o su quanto costerebbe alle casse dello Stato caricare le persone sgradite sui voli charter è un po’ come aprire un dibattito con Adolf Eichmann sui percorsi ferroviari più rapidi per arrivare ai campi di sterminio e sulla rapidità della deportazione dai ghetti.

In Germania si sono posti troppo tardi il problema di come gestire un partito, Alternative für Deutschland, che rappresentava una minaccia per la democrazia tedesca. Si può gestire − anche mettere fuori legge − un partito piccolo, non un partito dal 26 per cento potenziale.

Vannacci si ispira ad AfD vuole e portare in Italia − l’altro Paese che ha sperimentato il nazifascismo e lo sta dimenticando − e noi, di nuovo nel senso di noi democratici, dobbiamo impedirlo.

Vannacci non è folklore, è una minaccia all’idea di convivenza civile e come tale va trattato. Con tutti gli strumenti, pacifici ma risoluti, che la nostra democrazia costituzionale ci mette a disposizione.

Prima che sia troppo tardi, cioè prima che abbia tanto consenso da diventare inarrestabile e prima che conquisti quelle istituzioni che potrebbero − e dovrebbero − fermarlo.

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