
Il confine fra Estonia e Russia a Narva.
La Corte suprema estone ha respinto la richiesta di incostituzionalità della legge sulle Chiese presentata dal presidente della Repubblica Alar Karis.
La sentenza, pronunciata l’8 giugno, riconosce la plausibilità del ricorso ma afferma (11 voti a favore e 6 contro) che, interpretata in senso rigoroso, la legge non è incostituzionale.
Approvato dal parlamento il 9 aprile 2025 e bocciato dal presidente, riproposto con modifiche e approvato di nuovo il 17 giugno 2025, il testo non è stato firmato da Karis che l’ha sottoposto alla Corte suprema. Ora il via definitivo.
La legge riguarda quelle Chiese e aggregazioni religiose il cui organo direttivo costituisca una minaccia per l’ordine costituzionale e la sicurezza del paese e che abbia relazioni giuridiche ed economiche con poteri che attentino allo stato. Quando, cioè, un centro spirituale, un organo dirigente o un’associazione religiosa incitano, sostengono o finanziano attività che intaccano l’indipendenza, l’integrità e l’ordine costituzionale del paese, oppure quando essi si riferiscono statutariamente a istituzioni religiose straniere che hanno sostenuto aggressioni militari e inviti alla guerra, al terrorismo o all’uso illegale delle forze militari.
La legge ha un riferimento preciso: la Chiesa ortodossa cristiana di Estonia canonicamente dipendente dal patriarcato di Mosca.
Il parlamento e il governo interpretano la diffusa paura per i 1.300.000 abitanti (16% ortodossi e, per il 25%, di ceppo russo) davanti alle crescenti minacce russe che, dopo l’aggressione all’Ucraina, puntano sui paesi baltici.
Il timore delle istituzioni democratiche è che la Chiesa filo-russa costituisca la “quinta colonna” per la destabilizzazione sociale. Così si esprime il ministro degli interni, Lauri Låånemets: si tratta di «un’iniziativa necessaria, perché la Chiesa ortodossa legata al patriarcato di Mosca è per la Russia e il Cremlino lo strumento più importante per la loro influenza nel paese. Si è visto come Mosca ha utilizzato le organizzazioni religiose per raggiungere i propri obiettivi. Moldavia, Ucraina e altri paesi lo dimostrano. Non c’è alcun dubbio che questo continuerà ad essere perseguito anche in Estonia».
La Chiesa filo-russa, presieduta dal vescovo Eugenio, allontanato dal paese e residente a Mosca e coadiuvato in loco dal vescovo Daniele, respinge ogni accusa di indebita sudditanza a Mosca e ha cambiato il proprio nome e gli statuti su richiesta dell’amministrazione pubblica per non sovrapporsi alla Chiesa apostolica ortodossa di Estonia di obbedienza costantinopolitana.
Una valutazione prudente
La sentenza della Corte ammette che la legge può rappresentare una grave interferenza per la libertà di religione e di associazione, prevedendo la possibilità di un scioglimento forzato, ma riconosce che, quando sono in gioco la sicurezza nazionale e l’ordine costituzionale, l’intervento è legittimo. Anche perché la legge non consente lo scioglimento arbitrario e va interpretata in coerenza con l’indirizzo costituzionale.
Solo quando il collegamento con una organizzazione religiosa straniera diventa una minaccia reale e non astratta per la sicurezza nazionale (incitamento, sostegno e finanziamento per attività antinazionali) può essere censurata. Se il ministero dell’interno chiede lo scioglimento di una Chiesa, il tribunale deve dare tempo per eventuali correzioni statutarie e normative e la Chiesa può ricorrere in appello fino dalla Corte suprema.
La Chiesa filo-russa ha riaffermato di essere parte della società estone e di essere aperta al dialogo con le istanze statuali, ma ricorrerà alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché la sentenza non tiene conto, a suo parere, della disciplina giuridica europea essendo calibrata solo sulla Costituzione estone. Un controllo astratto di costituzionalità ignora il peso della sua applicazione su una Chiesa specifica e sui suoi fedeli. Fra le ricadute prevedibili vi è lo statuto stavropegico (dipendente direttamente dal patriarca di Mosca) del monastero femminile di Pükhtitsa che dovrà essere rimosso.
La discussione giuridica e le tensioni sociali e religiose nascono per lo sfacciato ruolo di giustificazione della guerra e della volontà imperiale russa da parte del patriarcato di Mosca. Un veleno che mette in difficoltà le Chiese canonicamente legate a Mosca, la loro preziosa tradizione, le relazioni ecumeniche e la testimonianza dell’insieme del cristianesimo.





