
Franco Manzi, professore ordinario di Nuovo Testamento e di Ebraico biblico nella Sezione Parallela della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale presso il Seminario di Milano e docente anche a Lugano, indaga a livello biblico e teologico il messaggio profondo del c. 11 del Vangelo di Giovanni.
La rivificazione di Lazzaro – morto da quattro giorni – è un segno che ha una valenza per i testimoni oculari, per i lettori e per Gesù stesso. Personalmente preferisco la dicitura “rivivificazione” rispetto a quelle di “risurrezione”, “rianimazione” e “ritorno in vita” (accettabile) impiegate dall’autore.
Vita «drammatica»
Manzi sottolinea la maturazione «drammatica» di Gesù. Sulla scorta degli studi di Hans Urs von Balthasar, egli annota che la sua intera vicenda di crescita umana (cf. Lc 2,40.52) «non si è compiuta in modo linearmente progressivo; non si è dispiegata lungo una geometria astratta di una linea retta che conducesse dal nulla alla pienezza, un’ascesa indolore verso la perfezione. In realtà – annota l’autore –, in modo analogo a quanto accade per ogni essere umano, anche la crescita umana del Nazareno è avvenuta attraverso il corpo a corpo con il tempo e l’intreccio storico delle diverse liberà coinvolte nella sua esistenza concreta: prima di tutto, la sua stessa libertà singolarmente filiale; ma poi, anche la libertà incondizionatamente amorevole del Padre, che ha interagito con lui attraverso lo Spirito; e, infine, la libertà – credente o non credente – di quanti hanno incrociato il suo cammino terreno» (p. 19).
Gettando, dapprima, uno sguardo sul cristiano, Manzi analizza la testimonianza credente dell’evangelista e della tradizione che lo supporta. Lo sguardo su Cristo attesta, d’altra parte, l’autocoscienza di Gesù testimoniata e posta per iscritto.
Segno per i testimoni oculari e per i lettori
La rivivificazione di Lazzaro è un segno per credenti e non credenti. È un segno per i testimoni oculari presenti all’evento e un segno per i lettori cristiani di oggi, che leggono questa testimonianza che vibra in modo vivo nella lettura personale e ancor più nella lettura liturgica, prevista nel Rito Ambrosiano nella IV domenica di Quaresima.
Il settimo segno compiuto da Gesù e attestato nel Vangelo giovanneo tende infatti a suscitare nel lettore la conversione dalla morte inflitta dal peccato alla vita nuova della vita filiale sollecitata dal rito sacramentale che rinnova l’evento del battesimo.
Gv 11 è un segno per i testimoni oculari, che credono come Marta e Maria e che negano l’evidenza come i farisei e gli scribi.
La novità portata da Gesù è la risurrezione/rivivificazione possibile fin da adesso e non solo alla fine del mondo, come creduto dal giudaismo del tempo. Chi crede in Gesù anche se muore, vivrà e non rimane nelle tenebre. Chi non crede è confermato nella sua cecità volontaria, un autoaccecamento.
Si tratta di scegliere fra «resistenza» (Widergebung) incredula e «resa» (Ergebung) credente. Chi crede, vede; chi non crede, non vede.
Gv 11 è un segno anche per i lettori cristiani, chiamati a conversione, a passare da morte a vita, specialmente nella celebrazione liturgica e sacramentale. Chi crede ha la vita nel nome di Gesù. Il lettore del Quarto Vangelo può, quindi, comprendere meglio la portata salvifica universale della risurrezione di Gesù (cf. Gv 20,9).
La malattia mortale di Lazzaro non porterà alla morte, perché la sua rivivificazione manifesterà la gloria di Gesù e del Padre e concorrerà a suscitare la fede dei presenti e dei lettori futuri della testimonianza attestata nel Vangelo.
Segno cristologico
La rivivificazione di Lazzaro è un segno non solo antropologico, ma cristologico, il che – secondo Manzi – è poco sottolineato. Tanti segnali terminologici collegano Gv 11 ai cc. 13, 17 e 19 del Vangelo.
La rivivificazione di Lazzaro è un segno anche per Gesù.
La morte di Lazzaro e un segno della morte di Gesù.
Gesù sfida la lapidazione in Giudea per operare il settimo segno della sua vita drammatica. Molti indizi letterari evidenziano la consapevolezza che Gesù aveva del legame profondo tra la morte dell’amico e la propria. Il forte turbamento provato da Gesù a Betania di fronte alla tomba, le sue lacrime, il grido e le bende funerarie sono rimandi che collegano le due morti.
La morte di Lazzaro è un segno anticipatore della morte di Gesù, ma la sua rivivificazione/«risurrezione» è un segno della risurrezione che è Gesù.
Il Padre ha infatti concesso al Figlio di avere la vita in sé stesso, perché la potesse donare ai credenti in lui.
L’“ora” che attende Gesù è l’ora della glorificazione del Figlio e anche del Padre. La «risurrezione» di Lazzaro (adottando la terminologia di Manzi) è segno anticipatore della risurrezione di Gesù. Evidentemente quest’ultima non sarà un ritorno in vita provvisorio come per l’amico Lazaro, ma un’entrata nella vita definitiva quale Figlio di Dio risorto, entrato nella gloria del Padre.
Figliolanza e recettività
Nell’episodio di Lazzaro e in tutto il Vangelo giovanneo, Gesù dimostra una coscienza filiale particolare e una recettività attiva particolarmente sensibile.
Lo dimostra la preghiera di esaudimento elevata da Gesù. Il suo alzare gli occhi al cielo collega il segno che sta per compiere in Gv 11 a quello della moltiplicazione dei pani in Gv 6.
Gesù sa che il Padre gli aveva dato tutto nelle sue mani e per questo vive in perenne rendimento di grazie, anche in anticipo sulla realizzazione delle sue preghiere.
Egli è cosciente di compiere la volontà salvifica universale del Padre, attraverso la sua vita, la sua passione, morte e risurrezione. Nella sua vita Gesù si è messo a completa disposizione del Padre per qualsiasi cosa voglia fare per mezzo di lui.
La coscienza filiale particolarissima e unica di Gesù si manifesta in modo eclatante nel ringraziamento anticipato di Gesù rivolto al Padre ancora prima che l’evento della rivivificazione di Lazzaro si avveri.
Il discernimento spirituale
La coscienza filiale di Gesù è la base solida su cui si innesta anche il suo discernimento spirituale circa il cammino da compiere, la sofferenza da accettare, la morte da attraversare per giungere alla vita definitiva per sé stesso e per i credenti in lui.
Gesù vuole che la propria morte non sia una “morte-separazione”, bensì una “morte-comunione”.
Nell’intenzione salvifica universale di Gesù, espressa lucidamente nella sua preghiera al Padre nel cenacolo (Gv 17), così pure come in Gv 11, sta la ragione dell’intervento di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti.
Nella grande preghiera di Gv 17 Gesù esprime la certezza che tutte le cose sue sono del Padre e quelle del Padre sono sue. E desidera di passare attraverso la morte vittoriosa e poter concedere lo stesso anche ai suoi discepoli.
Gesù ha quindi una coscienza filiale particolarissima e unica, che è alla base solida del suo discernimento spirituale.
La morte di Lazzaro viene interpretata in tal modo non come una malattia mortale definitiva, ma come occasione della manifestazione della gloria del Padre e segno anticipatore della risurrezione di Gesù stesso.
In Gv 20, sulla croce, Gesù sa che ormai tutto era compiuto per la realizzazione delle Scritture.
La Lettera agli Ebrei testimonia che «per il suo pieno abbandono» (CEI 2008) al Padre – Manzi traduce «per la sua buona accettazione» < apo tēs eulabeias, da lambanō = prendere) – Gesù è reso perfetto sacerdote, con la realizzazione piena della sua umanità e così tutto è compiuto.
Citando anche riflessioni filosofiche di Charles Peguy, Manzi afferma che «si può ragionevolmente supporre che anche Gesù Cristo, Lógos incarnato (Gv 1,14), abbia fatto esperienza completa della morte soltanto nel momento in cui è morto (cf. Eb 2,9)» (p. 166).
Manzi conclude la sua fatica ricordando che il Vangelo di Giovanni rivela una «logica» della rivelazione per segni, davanti ai quali la libertà umana si trova a decidere per l’accoglienza o per il rifiuto. È la logica ricordata e attestata lungo tutto il tessuto evangelico elaborato da Giovanni.
Il volume si conclude con una ricca bibliografia selezionata (pp. 181-203).
Quello del teologo e biblista milanese è un testo dal ragionamento teologico-biblico serrato, che bene collega i testi, evidenziando sia il ricercatissimo tessuto narrativo-teologico del Quarto Vangelo, sia lo stretto collegamento tra il segno della morte e rivificazione di Lazzaro e la morte e risurrezione di Gesù. Un segno per i testimoni oculari, per i lettori di ogni tempo e per Gesù stesso.
Il linguaggio è accessibile, chiaro, coerente, didatticamente ricco. Il versante cristologico di Gv 11, messo in luce dall’autore in maniera particolare, mi appare essere il contributo più significativo rispetto a quello di altri studiosi.
- FRANCO MANZI, Lazzaro, esci! L’amore è più forte della morte (Le Àncore), Àncora Editrice, Milano 2026, pp. 208, € 19,00, ISBN 9788851431587.





