Spesso la vicenda valdese prima dell’adesione, nel settembre 1532, alla Riforma è avvolta in una sorta di nube quasi mitologica. Il volume della storica Bruna Peyrot – Valdesi. Donne e uomini nella Storia, Claudiana, pp. 280 –, al contrario, ce la restituisce con rigore e chiarezza, inserendola nel più ampio affresco della presenza e dell’azione ormai millenaria dei valdesi.
Ascoltiamo, ad esempio, quel che ella ci dice riguardo ai barba, ai predicatori, spesso itineranti: «’Barba’, zio in lingua occitana, è un modo di rivolgersi a persone autorevoli, ascoltate per la loro saggezza. I valdesi lo contrapposero al prete, ‘padre’, così come alla chiesa, considerata luogo sacro con i suoi rituali (acqua santa, altari, ceri, immagini), preferirono il piccolo gruppo di fedeli che si ritrovava in un casolare» (p. 25). Preziosissima, tra l’altro, la pagina sul dialogo valdo-hussita, quasi una risposta a ciò che un mio docente di Filosofia si chiedeva con me: «Per i valdesi, le tesi teologiche hussite furono un riferimento importante che valorizzò il loro patrimonio spirituale. Jacobello di Stríbro, successore di Hus all’università di Praga, li aveva conosciuti tramite la ‘scuola di Dresda’ di cui diversi teologi furono ospiti ‘Alla rosa nera’, il centro universitario della nazione boema. Grazie, dunque, ai contatti fra valdesi tedeschi e Fratelli boemi, i valdesi alpini conobbero vari scritti hussiti e taboriti, poi tradotti in provenzale» (p. 32).
E dopo l’adesione alla Riforma, a Chanforan?
L’autrice ci ricorda che le «parrocchie riformate delle valli di Luserna, Perosa e San Martino, nel 1571, stabilirono un accordo che condizionò il loro agire nei decenni successivi. Sei articoli impegnarono ogni comunità a rispettare il credo calvinista sia sul piano ecclesiologico sia su quello dottrinale. In altre parole, dovevano organizzarsi sull’esempio della Ginevra di Calvino, in modo autonomo dalla struttura ecclesiastica romana. Inoltre, pastori e anziani dei concistori, con sindaci e consoli valdesi, dovevano predisporre sistemi di difesa per essere pronti in caso di attacchi armati da parte del duca di Savoia o delle autorità cattoliche» (p. 62). Si trattava di un “Patto di Unione” che ricalcava l’“Unione” votata nello stesso anno a La Rochelle dagli ugonotti, al Sinodo nazionale di Francia.
Il volume, più in generale, ha il merito di essere un’opera scientifica, secondo i canoni della più avvertita e rigorosa storiografia, e di restituirci nello stesso tempo, come dire?, la vita, l’essenza, lo “spirito” di migliaia e migliaia di donne e di uomini.
Immergiamoci per un istante, a mo’ di esempio, in un’altra pagina ai più poco nota della vicenda valdese: «La generazione dei pastori nati negli anni Cinquanta del Settecento riflette, negli scritti e nel modo di predicare, l’influenza dell’illuminismo. Uno dei più conosciuti ed eclettici è il già citato Jean Rodolphe Peyran (1752-1823) che scrisse un po’ di tutto, pari a cinque voluminose cartelle oggi depositate presso l’Archivio storico della Tavola valdese a Torre Pellice. Testi di filosofia, storia, cultura classica, descrizione di civiltà lontane come la Cina e l’Egitto, e ancora commenti su metalli rari, fossili e musica testimoniano il suo mirare a comporre una vera e propria enciclopedia del sapere, ambizione tipica del pensiero illuminista, specie francese, che D’Alembert e Diderot redassero sul serio. Dalla Francia, appena oltre confine, passarono i testi che tanto fecero discutere intellettuali e politici, senza contare che i pastori, studiando all’estero, anche dopo il ritorno alle Valli, mantennero amicizie e collaborazioni con le università di Ginevra, Losanna, Strasburgo, Leyda…» (pp. 131-132).
Attenzione, però: adottando una prospettiva di “lunga durata”, Peyrot è più che mai attenta alla vita e alle difficoltà del “popolo minuto”, dai contadini agli artigiani e agli operai. Da qui, tra l’altro, l’attenzione al complesso rapporto dei valdesi con il movimento socialista. E l’ascolto costante delle donne, con le quali ci piace, provvisoriamente, concludere: a proposito della Resistenza, la «Val Pellice ricorda, a sua volta, una delle prime staffette, Anna Marullo (Sofia), professoressa al Collegio valdese, la quale da Torre Pellice faceva la spola con Torino per consegnare gli stampati clandestini della Tipografia Alpina. Accanto a lei agirono: Eldina Bellion, Adriana Bianciotto, Reinette Rostan, Nini Vola, Lidia Salvagiot, Nunzia Giovenale, Domenica Vottero, Marcella Jaffe, Jenny Cardon, Zizi Gersoni e Miki Cesan» (p. 215).





