
Foto: Don Giovanni Cereti © Elena Covini, presidente emerita del SAE
Mercoledì 1º luglio ci ha lasciati, dopo una malattia piuttosto lunga, don Giovanni Cereti, una delle grandi figure dell’ecumenismo in Italia. Fulvio Ferrario è professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma. Pubblicato su Confronti, 2 luglio 2026
Nato a Genova, nel 1933, in una famiglia intensamente cattolica, laureatosi in giurisprudenza, aveva poi scelto la via del presbiterato, trascorrendo anche un periodo in Africa. Il Concilio Vaticano II costituiva per lui l’alba di una stagione radicalmente nuova per la sua Chiesa, caratterizzata dall’apertura missionaria al mondo e dall’inclusività.
Nel 1971, don Giovanni pubblica un libro, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva (Aracne, 2013), nel quale spiega che il Concilio di Nicea, del 325, prevedeva, in particolari casi e a determinate condizioni, la possibilità, per le persone divorziate, di contrarre nuove nozze. Il libro non subì una vera e propria condanna, ma non piacque in alto loco e segnò negativamente la carriera del suo autore: egli insegnò in molte istituzioni cattoliche, ma sempre come «invitato», soffrendo molto per questo ostracismo dell’istituzione. Il suo libro fu «riabilitato» durante il pontificato di Francesco: una delle grandi gioie della sua vita.
Conseguì comunque il dottorato alla Gregoriana e fece dell’ecumenismo il proprio ambito privilegiato di azione e di riflessione: il Segretariato Attività Ecumeniche, in particolare, è stato una delle vere «cattedre» di don Giovanni, condivisa con altri maestri e maestre di quella stranissima realtà che è l’ecumenismo in Italia: da Giovanni Sartori a Valdo Vinay, Paolo Ricca, Maria Vingiani, Pietro Giachetti. Ma anche per la generazione successiva egli è stato un compagno di strada amatissimo, anche nel dissenso. Insieme a Ricca, Cereti ha diretto per decenni il Gruppo Teologico del SAE.
Egli riteneva (e su questo discutevamo animatamente) che il cattolicesimo del Concilio fosse ecumenico per natura. La Riforma protestante, a suo parere, aveva ottime ragioni nel XVI secolo ma, nell’attuale clima dialogico, il papato poteva e doveva essere visto come un grande dono («una polpetta avvelenata», ribattevo io) per tutte le Chiese. La comunione romana, a suo parere, costituiva uno spazio di diversità e libertà all’interno del quale, superate alcune difficoltà residue, anche l’Oriente cristiano e il Protestantesimo avrebbero trovato il loro posto.
La sua passione per l’incontro tra le Chiese lo ha portato a dirigere l’Enchiridion Oecumenicum, pubblicato per decenni dalle Dehoniane di Bologna: la più ampia raccolta al mondo di testi di dialogo tra le Chiese.
La profondità, a volte sofferta, dell’amore per la propria chiesa e l’intensità della vocazione presbiterale non potevano non colpire. «Sei un kattolico con la k», gli dicevo; e lui: «Diversamente, non sarei ecumenico».
Naturalmente era un appassionato sostenitore di Francesco, compreso come un grande attuatore del Concilio; ma in generale, i papi avevano sempre, secondo lui, qualcosa di eccellente da dire e da dare; la curia, semmai, era «cattiva» e anche nel caso di Francesco impediva il pieno dispiegamento delle magnifiche sorti e progressive della riforma (la chiamava così, infischiandosene delle mie proteste) del cattolicesimo.
Giovanni era anche un grande fautore dell’ordinazione di persone di entrambi i generi e gli dispiaceva un po’ che Francesco la considerasse una «porta chiusa». Ma per uno che, come lui, pensava in termini di secoli, si trattava solo di un piccolo ritardo. Comunque la si pensi: beata la Chiesa che ha membri e ministri capaci di amarla così.
Negli anni Settanta, don Giovanni aveva fondato la Fraternità degli Anawim, un luogo di condivisione che ha costituito, per lui, una vera e propria casa spirituale; in seguito la sezione italiana della Conferenza Mondiale delle Religioni per la pace.
Credo che sia stato uno degli uomini più buoni che abbia conosciuto. Poco meno di due anni fa, in occasione di un ricordo di Paolo Ricca, scomparso poco prima, non mi aveva riconosciuto, ma mi aveva sorriso lo stesso, dedicando una parola affettuosa all’amico comune.
In questo momento, in Cielo, gli starà spiegando quale grande benedizione sia il papato anche per il Protestantesimo. Quando lo faceva su questa terra, Ricca ed io ci guardavamo scuotendo la testa: «Il solito Giovanni». Ma lo dicevamo con enorme affetto, lo stesso che oggi alimenta la nostalgia di tutte e tutti coloro che hanno conosciuto questo testimone di Gesù.





