La dimensione mistica secondo Panikkar

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panikkar

L’ultimo volume scritto da Francesco Roat – saggista, pubblicista e narratore trentino, già insegnante di Lettere nella scuola secondaria – reca il titolo La dimensione mistica secondo Raimon Panikkar (Àncora, Milano 2026). Giordano Cavallari lo ha intervistato per noi.

  • Caro Francesco, nell’offrire al lettore qualche cenno biografico di Raimon Panikkar, puoi presentare la sua stessa sintesi di vita: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindù e ritorno buddista, senza cessare di essere cristiano»?

Quella celebre affermazione, probabilmente la più citata di Panikkar, è anche una delle più fraintese. A prima vista, potrebbe sembrare la confessione di chi abbia progressivamente abbandonato il cristianesimo per approdare ad altre fedi. In realtà, egli intendeva dire esattamente il contrario. La sua esperienza dimostra come l’incontro profondo con altre tradizioni religiose non comporti necessariamente la perdita della propria identità, ma possa invece renderla più consapevole e più ricca.

La sua stessa biografia lo rendeva quasi naturalmente predisposto a questa apertura. Nato a Barcellona nel 1918 da padre indiano di tradizione hindu e da madre catalana cattolica, Panikkar si trovò fin dall’infanzia a respirare un clima di pluralità culturale e religiosa. Tuttavia, la vera svolta avvenne negli anni Cinquanta, quando si recò in India. Fu allora che comprese come l’induismo e, in parte, anche il buddhismo non fossero semplicemente sistemi filosofici o religioni “altre”, ma autentiche vie di esperienza del Mistero.

Però lui resterà sempre sacerdote cattolico e continuerà a considerare Cristo il punto di riferimento decisivo della propria vicenda spirituale, pur interpretandone il mistero in modo assai originale.

Quella frase, insomma, non descrive un percorso di sostituzioni, ma di integrazione. È la testimonianza di un uomo convinto che la verità sia troppo grande perché una sola tradizione possa pretendere di esaurirla e che proprio il confronto autentico con l’altro possa rendere più profonda anche la comprensione della propria fede.

  • Come tu accenni nel libro, Panikkar, negli ultimi suoi anni, ha vissuto “una forma di monachesimo laico e contemplativo”: ci spieghi?

Anche in questo caso Panikkar invita a superare gli stereotipi. Il monachesimo, per lui, non coincide anzitutto con l’appartenenza a un monastero o a un ordine religioso. È piuttosto un atteggiamento fondamentale dell’esistenza: vivere con semplicità, coltivare il silenzio, dare spazio alla contemplazione, sottrarsi alla dispersione che caratterizza gran parte della vita moderna.

Negli ultimi anni, ritiratosi a Tavertet, in Catalogna, condusse un’esistenza estremamente sobria. Continuava a scrivere, a studiare e ad accogliere studenti, ricercatori e amici provenienti da ogni parte del mondo, ma tutto si svolgeva entro un ritmo lontanissimo dalla frenesia contemporanea.

La contemplazione non era per lui una parentesi della giornata, bensì il modo stesso di stare al mondo. Parlava spesso della necessità di un “monachesimo secolare”, cioè di una vocazione contemplativa aperta anche ai laici, alle persone sposate, a quanti vivono pienamente immersi nelle responsabilità della società. In fondo, riteneva che il futuro della spiritualità dipendesse proprio dalla capacità di riscoprire un’interiorità non separata dall’impegno quotidiano.

***

  • La sua «intuizione cosmo teandrica», cos’è?

È probabilmente la categoria più originale e, nello stesso tempo, più impegnativa elaborata da Panikkar. Egli stesso la considerava il cuore della propria riflessione filosofica e teologica. Il termine unisce tre parole greche: kósmos, il mondo; Theós, Dio; anér, l’essere umano. Nessuna di queste tre dimensioni può essere compresa isolatamente dalle altre.

La cultura occidentale moderna ha spesso separato ciò che invece, secondo Panikkar, appartiene originariamente a un’unica trama. Da una parte, si è pensato Dio come totalmente esterno al mondo; dall’altra, si è considerata la natura come un semplice oggetto da utilizzare; infine, si è posto l’essere umano al centro di tutto, fino a farne il dominatore assoluto del pianeta. La conseguenza è stata una molteplicità di fratture: tra fede e ragione, tra spirito e materia, tra umanità e natura.

L’intuizione cosmo-teandrica cerca invece di ricomporre questa unità senza confondere i diversi livelli della realtà. Non è una forma di panteismo, ma non è neppure il tradizionale dualismo che contrappone Creatore e creazione come due realtà totalmente separate. Piuttosto, tutto esiste nella relazione: il cosmo manifesta una profondità spirituale, l’essere umano è costitutivamente aperto tanto al mondo quanto al divino, e Dio non può essere pensato come estraneo alla storia e alla vita.

  • Nella teologia di Panikkar come stanno in relazione le grandi religioni: cristianesimo, induismo e buddhismo?

Panikkar è stato uno dei maggiori interpreti del dialogo interreligioso del Novecento, ma la sua prospettiva è molto diversa sia dal semplice irenismo, sia da un facile sincretismo. Non sostiene che tutte le religioni siano uguali o che le loro differenze siano irrilevanti. Al contrario, reputa che ciascuna custodisca una particolare esperienza del Mistero, maturata nel corso di una lunga storia spirituale.

Per lui nessuna religione possiede il monopolio della verità, perché il Mistero eccede inevitabilmente ogni formulazione dottrinale. Ma questo non significa che tutte dicano le stesse cose. Ognuna illumina aspetti differenti dell’esperienza religiosa e, proprio per questo, può diventare dono per le altre. È significativo che Panikkar distingua il dialogo interreligioso da quello che chiama “dialogo intrareligioso”.

Il confronto più importante, infatti, avviene dentro ciascuno di noi, quando l’incontro con un’altra tradizione ci costringe a rileggere criticamente la nostra, a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è semplicemente storico o culturale.

Da cristiano, Panikkar non ha mai smesso di confrontarsi con la figura di Gesù Cristo, ma ha cercato di mostrarne la portata universale dialogando con le categorie dell’induismo e del buddhismo. È proprio questa disponibilità ad attraversare i confini senza abolirli che continua a rendere il suo pensiero così originale e ancora sorprendentemente attuale.

  • Cosa lui intendeva per “Dio”?

È probabilmente la domanda più difficile che mi stai ponendo, e, nello stesso tempo, la più decisiva. Panikkar diffidava delle definizioni troppo rigide di Dio, perché riteneva che ogni concetto fosse inevitabilmente inadeguato rispetto al Mistero ultimo. Per questo preferiva parlare di esperienza piuttosto che di teoria, di incontro più che di dimostrazione.

Dio non è anzitutto un “oggetto” del nostro pensiero, ma la realtà vivente nella quale siamo immersi e dalla quale continuamente riceviamo l’essere. Ciò non significa che il Dio di Panikkar sia un principio impersonale o una vaga energia cosmica, come talvolta è stato sostenuto. Egli rimane profondamente legato alla tradizione cristiana, ma ritiene che il linguaggio su Dio debba essere continuamente purificato dalle immagini troppo umane con cui tendiamo a rappresentarlo. Se riduciamo Dio a un ente separato dal mondo, a una sorta di sovrano collocato al di sopra del cosmo, finiamo inevitabilmente per impoverire tanto Dio quanto il mondo stesso.

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  • Sono tanti gli spunti e i “concetti” di cui tratti: naturalmente, per coglierli al meglio, bisogna leggere il libro. Ne prendo uno che ti pregherei di commentare dall’ottica di Panikkar: “accoglienza pacata di ciò che ci può accadere”.

È un’espressione che ho scelto perché mi sembra riassumere bene un tratto essenziale non solo del pensiero, ma anche dello stile di vita di Panikkar. Oggi siamo portati a interpretare l’esistenza come qualcosa da pianificare, controllare e possibilmente dominare. Viviamo immersi nell’ansia della prestazione e nella convinzione che ogni evento debba essere immediatamente spiegato, gestito o corretto.

Panikkar suggerisce invece un atteggiamento radicalmente diverso: imparare anzitutto ad accogliere ciò che accade. Naturalmente non si tratta di una passiva rassegnazione, né tantomeno di una rinuncia all’impegno etico. L’accoglienza è piuttosto disponibilità a lasciarsi interpellare dalla realtà prima ancora di pretendere di modificarla. È un atteggiamento contemplativo.

Mi pare, poi, che qui emerga anche una consonanza con altre grandi tradizioni spirituali. Pensiamo all’abbandono fiducioso di tanti mistici cristiani, ma anche all’attenzione buddhista al momento presente. In fondo, il suo è anche un atteggiamento di umiltà: accettare che non tutto dipenda da noi non significa diminuire la nostra responsabilità, ma collocarla entro un orizzonte più ampio.

  • Panikkar, “mistico” del – o per – il “terzo millennio”?

Credo che questa definizione gli si addica pienamente, purché intendiamo la mistica nel suo significato più autentico. Panikkar non era interessato a fenomeni straordinari, a visioni o a esperienze eccezionali. La mistica, per lui, coincide con la capacità di cogliere la profondità del reale, di vivere la relazione con il Mistero nel cuore stesso dell’esistenza quotidiana. Da questo punto di vista la sua riflessione appare quasi profetica.

Molti dei temi che oggi percepiamo come decisivi erano già al centro delle sue opere: il dialogo tra le religioni, la necessità di superare l’antropocentrismo moderno, il rapporto con la natura, la critica a una razionalità esclusivamente tecnico-scientifica, il bisogno di una spiritualità che non sia in fuga dal mondo ma profondamente incarnata.

È inoltre significativo che egli insista continuamente sulla parola “esperienza”. Le religioni rischiano di irrigidirsi quando privilegiano soltanto gli aspetti istituzionali o dogmatici; ritrovano invece vitalità quando tornano alla loro sorgente contemplativa. Per questo considero Panikkar un autore particolarmente importante per il nostro tempo: non propone nuove ideologie, ma un diverso modo di guardare la realtà.

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  • Hai pensato, quindi, che noi – cristiani occidentali – abbiamo molto da trattenere dall’opera e dalla vita di Raimon Panikkar?

Senza dubbio sì, anche se aggiungerei subito una precisazione. Il mio libro non vuole essere un’apologia di Panikkar. Come ogni grande pensatore, anch’egli lascia questioni aperte e alcune sue posizioni hanno suscitato, comprensibilmente, vivaci discussioni in ambito teologico. Non tutto convince allo stesso modo, né tutto può essere accolto senza discernimento. Ciò che, però, mi sembra davvero fecondo è il suo invito a recuperare la dimensione contemplativa del cristianesimo.

Nella tradizione occidentale abbiamo sviluppato straordinariamente gli aspetti dottrinali, morali e istituzionali della fede, ma talvolta abbiamo lasciato in ombra l’esperienza interiore. Panikkar ci ricorda che il cristianesimo nasce anzitutto da un incontro trasformante e non semplicemente dall’adesione a un sistema di idee.

Un secondo insegnamento riguarda il dialogo. Viviamo in società sempre più plurali, dove l’incontro con persone di altre religioni o culture è ormai parte della quotidianità. Panikkar mostra che il dialogo autentico non implica il relativismo, bensì una fede sufficientemente matura da non temere il confronto. Chi è davvero radicato nella propria tradizione può ascoltare l’altro senza sentirsi minacciato, anzi riconoscendo che proprio l’altro può aiutarlo a comprendere meglio sé stesso.

Non credo che Panikkar ci consegni risposte definitive. Piuttosto ci educa a porci le domande giuste. E forse è proprio questa la caratteristica dei maestri spirituali più autentici: non offrono formule da ripetere, ma aprono cammini da percorrere.

Aggiungerò solo che, se ho scritto questo libro, è pure perché ho l’impressione che Panikkar sia conosciuto meno di quanto meriterebbe. Viene spesso citato, ma non sempre realmente letto. Accostandosi alle sue opere con pazienza e senza pregiudizi, si scopre un autore che continua a provocare domande essenziali: che cosa significa credere nel XXI secolo? Come vivere la propria fede senza chiudersi agli altri? Quale posto occupano il silenzio, la contemplazione e il Mistero in una civiltà dominata dalla tecnica?

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Un commento

  1. Tiziana Perricone 17 luglio 2026

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