
Si stanno chiudendo le aule d’esame delle Scuole Medie Superiori. La Maturità volge verso il suo traguardo con i tradizionali riti finali: impacchettamento di compiti scritti, vari verbali, tabelle con valutazioni; involucri legati da corde e infine l’immancabile timbro da apporre sulla ceralacca tra le ultime firme dei commissari e presidenti.
I testi elaborati dagli studenti, le valutazioni e tutto ciò che è stato compilato in una manciata di settimane rimangono nascosti, depositati in qualche oscuro spazio dell’Istituto. A meno che qualche ricorso amministrativo chieda la riapertura dei plichi, le carte saranno secretate e tenute lontane da occhi indiscreti per diversi anni.
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Tuttavia, ogni studente e studentessa esce da quella prova con il proprio segreto da curare e custodire. Durante gli esami qualcosa di nuovo è certamente “maturato”: tra le emozioni sono emerse conferme, smentite, ripensamenti in merito alle scelte future. Voci interiori da ascoltare o fuggire, comunque molto personali e non facilmente comunicabili. Segrete.
Non a caso anni fa – nell’introdurre giovani liceali ai seminari estivi di orientamento tenutisi in un’amena località marina ligure[1] – mi servii della fiaba di una scrittrice inglese Frances E. Hodgson Burnett (1849-1924), intitolata Il Giardino segreto (1909).
Vi si racconta di Mary, una bambina sola e scontrosa che diventa simpatica e amabile dopo la scoperta di un giardino nascosto e – soprattutto – della gioia di curarlo e abitarlo ogni giorno. In seguito, ella condividerà questo spazio con amici (anche animali) e ciò favorirà la nascita di relazioni benefiche e salutari.
Mi sembrò un incipit utile per aiutare quegli adolescenti a visitare il proprio luogo del desiderio spesso taciuto a sé e ad adulti che a volte mascherano le proprie fragilità. C’è una differenza abissale tra chi ancora non conosce la propria identità, con timore e tremore la sta cercando e chi la nasconde per paura.
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Nella fiaba (famosa anche per varie trasposizioni cinematografiche[2]) Mary è orfana di madre e di padre e si trova a vivere in una brughiera deserta. Una condizione esistenziale spesso condivisa da chi sta scegliendo la propria strada e si sente smarrito di fronte a un futuro infinito e indefinito.
Se è grande il debito alle fiabe (merita citare Cristina Campo: “la caparbia, inesausta lezione delle fiabe è la vittoria sulla legge di necessità, passaggio costante ad un nuovo ordine di rapporti perché assolutamente nient’altro c’è da imparare su questa terra”[3]) fu proprio il tema del “segreto” a convincermi a presentare quel testo.
Incontravo ragazze e ragazzi che stavano vivendo il tempo in cui viene a galla la domanda fondamentale su di sé (Chi sono? Cosa voglio essere? Quali i miei autentici desideri?), e mi sembrò importante insistere su ciò che non è ancora svelato e che in una certa misura continuerà a rimanere tale.
Ѐ il filosofo Jacques Derrida a chiarire come il segreto riveli una componente essenziale dell’essere. Convivere con ciò che resiste alla piena comprensione concettuale stimola la ricerca di nuovi significati in ciò che accade. Dal punto di vista morale favorisce maggiore responsabilità nei confronti dell’altro individuo, unico e irripetibile. Dio stesso chiede all’uomo di mantenere riservato il suo rapporto con lui.
Come Kierkegaard, anche il filosofo francese insiste sul silenzio di Abramo che tace a tutti la richiesta del sacrificio di Isacco da parte di Elohim.[4] Una richiesta assurda da cui Dio stesso (“a differenza del Dio dei filosofi” dice Derrida) si ritrarrà. Ma altrettanto assurdo appare il miraggio di una vita felice a chi vive tra solitudini e incomprensioni.
Difendere il segreto non significa rinunciare agli aspetti fenomenici della realtà definita attraverso note chiare e distinte, bensì coglierne il loro limite. C’è qualcosa di irriducibile alla chiarezza e distinzione e i più giovani – che giustamente non si accontentano – in qualche modo lo sanno.
Eppure, ci ostiniamo a misurare i loro comportamenti con parametri quantitativi imboccando la via più facile benché destinata a smarrire la meta. E la meta è proprio quella di un giardino, un ritorno all’eden primitivo quando tutto era “cosa buona”. Come scrive Pierre Grimald – “non esiste nel mondo nessuna civiltà che non abbia provato il bisogno di avere i suoi giardini (…) la materia che loro è propria – la luce, le acque, le piante – risveglia gli accordi profondi nell’animo umano”.[5]

Venezia: Labirinto Borges.
L’immagine della terra piantumata e fiorita è calzante per dire ciò che giace nascosto prima di poter venire alla luce. Si assimila alla gravidanza e al nascondimento in cui giace e si muove una vita umana prima della nascita. Difficile sostenere che le ecografie, pur necessarie, sostituiscono le infinite immagini e fantasie che una prossima madre elabora, pensando a chi è ancora nascosto nel suo grembo. Inoltre, prima di conoscere la natura del proprio stato, ella ha segretamente convissuto con una misteriosa presenza, parzialmente aliena a sé stessa.
La protagonista della fiaba di H. Burnett è alla ricerca di una ragione per vivere e la trova in una misteriosa porta chiusa la cui chiave è stata sotterrata anni prima. La sua curiosità e l’incessante ricerca saranno i motori principali del suo agire, ma l’affettuosa vicinanza di altre figure favorirà il suo percorso.
Presenze che collaborano nello zappare il terreno incolto da tempo, nel riconoscere i virgulti e strappare erba infestante, nel potare e irrigare. Richiami vetero e neotestamentari risultano abbondanti. Per augurare ai giovani che si apprestano a nuove scelte di vita, scelgo una poesia che anni fa regalai ai miei studenti prossimi all’Esame di Maturità, l’ultimo giorno di scuola insieme ai saluti finali. Tra qualche lacrima e tanti gioiosi sorrisi:
Se chiudo gli occhi a pensare
quale sarà il mio domani,
vedo una larga strada
che sale
dal cuore d’una città sconosciuta
verso alberi alti
d’un antico giardin. (Antonia Pozzi, 1931)
[1] Antonella Cattorini Cattaneo (a cura di), Scienze umane in estate. Seminari di orientamento tra Vimercate ed Alassio, Bellavite editore, Missaglia 2018.
[2] The Secret Garden (Fred M.Wilcox 1949); (Alan Grint, 1978); (Agnieszka Holland, 1993); (Marc Munden 2000).
[3] Cristina Campo, “Della Fiaba” in Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987.
[4] Jacques Derrida, Il segreto del nome, Jaca Book, Milano,1997; Lo spergiuro e il perdono (Seminario 1997-1998) Jaca Book, Milano, 2023.
[5] Pierre Grimald, L’arte dei giardini. Una breve storia, Donzelli editore, Roma 2000.





