
Rocco D’Ambrosio – ordinario di Filosofia Politica presso la facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana e presidente della associazione «Cercasi un fine» APS – è l’autore del saggio Di guerra in guerra. La debolezza della pace (Studium, Roma 2026, 120 pp., 13 euro).
- Don Rocco, come nasce questo libro?
Nasce da domande, dalle domande dei miei studenti dell’Università Gregoriana e dei frequentanti i corsi della scuola di formazione politica promossi dalla associazione che presiedo (www.cercasiunfine.it). Nasce quindi in maniera spontanea, e tale carattere – di dialogo vivo con i lettori – vorrebbe conservare. Non nascondo che ho inteso pure contrastare la deriva della cattiva informazione – o della vera e propria propaganda di guerra – che di questi tempi circola abbondantemente nei media.
- Il libro ha, dunque, delle finalità pastorali?
Sì, certo. Nasce da domande e suscita domande e discussioni. Con questo criterio lo sto portando agli incontri di presentazione. Al termine di ogni capitolo ho posto delle brevi sintesi quali punti raggiunti dalle mie conoscenze e dalle mie riflessioni. Ma per continuare, partendo da queste sintesi, a interrogarci da credenti, a gruppi, in questo tempo decisivo per le guerre e per la pace.
- Libro di Filosofia politica o di Teologia morale?
La teologia morale – che è la riflessione sullo stare nel mondo da credenti – incontra e deve incontrare necessariamente la riflessione politica nel tempo storico che è dato: questo è un insegnamento conciliare – in particolare da Gaudium et spes – di fondamentale importanza e di guida per me.
- Qual è lo specifico della coscienza cristiana nelle guerre?
La pace non è solo un dono che sta «oltre», e per tutti: per noi cristiani la pace è la persona umano-divina di Gesù, il Cristo, come attesta l’autore della Lettera agli Efesini (2,14-22). Dio offre Cristo per la riconciliazione dell’umanità.
- Ma perché dici che la pace è un dono per tutti, e per tutti sta oltre?
Per tutti la pace non è – e non può essere – soltanto l’assenza della guerra. Per tutti la vera pace sta oltre: oltre le tensioni e le aggressività che ci portiamo dentro, come singoli e come popoli; oltre gli angusti schemi mentali depositatesi nell’umanità nel tempo. Questo tutti lo intuiscono.
Ma questo «oltre» non significa qualcosa di irraggiungibile, tanto che non vale neppure la pena di provare a raggiungerlo. Questo «oltre» è un anelito attivo a superare sé stessi – specie la propria aggressività –, un anelito, un desiderio di pace che c’è in ogni persona e in ogni popolo.
- E, allora, perché non c’è la pace ma c’è la guerra?
Perché la diplomazia è in forte crisi, perché la politica è in forte crisi, perché questo «oltre» non viene percepito dai responsabili delle nazioni.
- Nella Chiesa continuiamo a parlare di «guerra giusta», come mai?
All’origine dell’espressione c’è il famoso brano di Sant’Agostino, nel De civitate Dei: «È infatti l’ingiustizia del nemico che obbliga il saggio ad accettare guerre giuste e l’uomo deve dolersi di questa ingiustizia perché appartiene agli uomini, sebbene da essa non dovrebbe sorgere la necessità di far guerra». Se leggiamo bene, Agostino non ha scritto che c’è una guerra che sia giusta, bensì che non dovrebbe mai darsi la necessità della guerra, se ci fosse giustizia. Il saggio si duole dell’ingiustizia del nemico perché è costretto, per difendersi, a fargli guerra. Nel libro io non uso mai l’espressione «guerra giusta», e propongo quella di «guerra di difesa».
- Comunque, esiste una possibilità giustificata di guerra?
Esiste la possibilità della difesa dall’aggressore. Faccio l’esempio della persona immotivatamente aggredita per strada e mi immedesimo in quella: se non ho altro modo per fermarlo, debbo colpirlo. Come dice Agostino, mi dolgo di ciò, ma non ho altro modo di fermare un atto di estrema ingiustizia. Ciò vale – in questi termini – per la singola persona, ma vale anche, secondo me, per i popoli e le nazioni.
- Ma sino a che punto regge questa equivalenza?
Regge nella misura in cui il principio della ammissibilità della legittima difesa personale si fa azione politica, estesa a popolazioni da difendere. Anche il pacifista convinto e nonviolento, nel momento in cui assume responsabilità politica, deve necessariamente chiedersi che cosa voglia dire tradurre in pratica questo principio generale. C’è un obbligo morale di giustizia che riguarda i capi di Stato: quello della difesa della popolazione, soprattutto della fascia dei più fragili, cioè i bambini, gli anziani, i malati, i disabili. Se ciò comporta dotarsi dei mezzi adeguati a poterlo fare, il capo di Stato lo «deve» fare.
- Questo dice anche il magistero?
Quando il Concilio va alla radice della cosiddetta «guerra giusta», aggiunge che la valutazione delle condizioni di legittimità morale spetta al «giudizio prudente» di coloro che portano la responsabilità del bene comune. Lo stesso afferma papa Leone (MH, 192).
- Resta – mi pare – un giudizio molto problematico, con ampi margini di ridefinizione e di errore…
Riconosco tutta la complessità e la drammaticità delle decisioni. Tuttavia, guardando alla attualità, mi pare di vedere, piuttosto, decisioni prese molto superficialmente, insieme ad eccessi di legittima difesa, in cui sono presi di mira obiettivi civili e le persone sono colpite costantemente, ben oltre le necessità della stretta legittima difesa. Emblematico il caso di Israele dopo il 7 ottobre 2023, con 20.000 bambini uccisi a Gaza, cosa che rasenta il genocidio.
- Il modo in cui si combattono le guerre oggi e gli strumenti impiegati non sono dettagli di poco conto, immagino…
Certamente. Per questo il giudizio morale si deve dare in maniera molto ponderata, con una attenta conoscenza, pure della logistica della guerra e delle potenzialità dei mezzi a disposizione. I capi di Stato – che ordinano le guerre – hanno il dovere di conoscere e di ponderare attentamente tutta la situazione presente ai loro occhi.
- E i papi e i teologi che ne parlano e ne scrivono, debbono pure loro conoscere mezzi e strumenti?
Certamente: non si può mai fare discernimento cristiano se non si conoscono sufficientemente le motivazioni dei soggetti, i mezzi usati e le conseguenze delle scelte.
- Il magistero dei papi è avviato a superare definitivamente la dottrina della guerra giusta?
I papi tendono ad usare sempre meno questa espressione perché ha subito strumentalizzazioni enormi. Non a caso la politica degli Stati ha spesso definito guerre giuste persino guerre di pura aggressione.
- Come accogliere l’appello di papa Leone nel concistoro dei cardinali, riguardo a una riflessione sul principio della legittima difesa?
L’appello del papa mi appare molto opportuno. Io lo interpreto e lo estendo ai capi di Stato, agli uomini e alle donne che stanno in politica in primo luogo; tocca a loro la responsabilità di porsi gli interrogativi gravi; ne va della attendibilità e della capacità effettiva di governo di un Paese.
Ma la cosa ci riguarda tutti, perché siamo tutti «noi» – almeno nel mondo occidentale – a votare e a conferire autorità e facoltà di decisione a queste persone su materie delicatissime per l’umanità. Anche chi sta «semplicemente» in Parlamento è investito di responsabilità: anche in Italia, ad esempio, sulle spese e sulle tipologie del riarmo oggi, sull’uso delle basi militari del Paese e altro.
- Ma oggi, sta ancora tutto, davvero, nelle mani della politica?
Il papa nella Magnifica humanitas – importantissimo documento che non ho fatto in tempo a prendere in considerazione per il mio libro – oltre al tema quello politico, segnala un altro grande tema e problema contemporaneo: l’alta tecnologia degli strumenti militari (leggi IA) è appannaggio di aziende private. Stiamo assistendo, quindi, alla privatizzazione della sfera pubblica, persino nelle guerre. Le guerre sono un affare per i privati che ci guadagnano sempre più.
L’appello del papa, dunque, comprende vari livelli e categorie. E ci coinvolge. È un appello per chi governa, ma anche per chi conferisce il mandato di governare. Il papa promuove la conoscenza competente dell’IA applicata alla guerra e pone il tema della conversione dei poteri economico-finanziari che fanno profitti con le guerre.
Don Tonino Bello aveva scosso il popolo cristiano – e non solo – dicendo «In piedi, costruttori di Pace». Non basta dire «no» alla guerra, a parole; dobbiamo stare «in piedi», attivamente, per costruire la pace con la giustizia, in mille modi: quello della politica è il primo.
- L’ambiente cattolico è sufficientemente sensibilizzato e sensibile a questo compito?
Avverto ancora molte lacune, specie in certi ambienti cattolici. Sembra che l’inizio e il fine vita siano tutto: d’accordo, la morale individuale è importante, ma non è tutto; qui, invece, sulle guerre, siamo di fronte a scelte di vita o di morte come comunità e come popolo.
Papa Leone è stato criticato da taluni per aver invitato l’amministratore delegato di Anthropic – che peraltro ha saputo dire cose molto coraggiose ai colleghi della Silicon Valley – alla presentazione di Magnifica humanitas. Il papa ha fatto, secondo me, ciò che la Chiesa deve fare: ascoltare, capire, dialogare, criticamente. Mentre spesso noi cattolici – e accademici – amiamo rinchiuderci in una «bolla», in cui fare e dire le nostre cose, pretendendo poi di possedere una verità valida anche per altri.
Mi viene in mente un brano di un romanzo di H. Böll: «Ma quasi tutti i cattolici colti hanno questo tratto in comune: o se ne stanno protetti dietro al loro bastione di dogmi, sbandierando i principi da essi ricavati; oppure, quando invece vengono seriamente messi a confronto con le loro incrollabili verità, allora sorridono e si riferiscono alla “natura umana”. In caso disperato si mettono sulle labbra un sorrisetto beffardo, come se fossero appena stati dal Papa e quello avesse loro regalato un pezzetto di infallibilità» (Opinioni di un clown, Mondadori, Milano 1979).





