Biffi: l’umorismo e il potere

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C’è un pregiudizio, tenace quanto ingiustificato, secondo cui la serietà teologica debba necessariamente indossare un abito grave. Ma la serietà non coincide con l’immobilità, né il rigore con la noia: al contrario, quando il pensiero è davvero vivo, esso può manifestarsi nella sua forma più sorprendente e vitale.

È precisamente questa intelligenza teologica, insieme rigorosa e libera, che nel cardinale Giacomo Biffi trova una delle sue espressioni più felici nell’umorismo.

L’umorismo biffiano

Il libro che raccoglie i cento agrapha di Biffi smentisce così, pagina dopo pagina, l’idea che la profondità debba necessariamente rinunciare alla leggerezza. Curato da Giorgio Maria Carbone, il volume si lascia leggere, oltre gli aneddoti, come un piccolo trattato di teologia vissuta – condotto non attraverso la dimostrazione, ma attraverso il riso: l’umorismo non è una fuga dalla realtà, ma una forma di sapienza, un modo di abitare la verità.

Il punto di partenza è una definizione che vale la pena di lasciar decantare: Dio stesso – suggerisce l’introduzione – è il primo umorista, anzi l’umorismo per sé sussistente. Questa intuizione ci lascia intravedere una modalità eccezionale di rapporto tra sacro e profano: un modo insieme profondo e leggero, capace di apprezzare la realtà e insieme di sorvolare, senza ignorarle, le contraddizioni del nostro tempo. È uno sguardo che contempla ogni cosa nella sua giusta proporzione, senza per questo cessare di amarla.

È questa la chiave che distingue l’umorismo dal semplice senso del comico: il comico può ferire, può ridurre l’altro a oggetto di scherno; l’umorismo biffiano, al contrario, si tiene sempre in equilibrio sul crinale della pietà. Ride, ma non deride.

Penso, ad esempio, all’episodio del bagno. Durante un incontro con alcuni giovani fidanzati nella parrocchia dei Santi Martiri Anauniani, Biffi li invita anzitutto a guardare la chiesa in cui si trovano: un luogo bello, costruito dai loro padri e dai loro nonni con ciò che avevano di più prezioso, come segno visibile del loro ideale più alto. Poi, con improvviso cambio di registro, osserva che oggi il luogo più elegante e confortevole della casa sembra essere diventato il bagno, spesso curato più di ogni altra stanza, con ceramiche pregiate e rubinetterie raffinate. La conclusione arriva secca, memorabile: «Ognuno mette il suo ideale dove può».

La battuta fa sorridere, ma quel sorriso si spegne subito in una domanda che resta: dove mettiamo, oggi, il nostro ideale?

Lo stesso equilibrio tra rigore e leggerezza emerge nell’immagine del farmacista. Biffi osserva che, se una persona litiga con il farmacista, non per questo rinuncia alle medicine: semplicemente si rivolge a un’altra farmacia. Così, anche chi sperimenta i limiti o gli errori di un sacerdote non dovrebbe per questo abbandonare la Chiesa o privarsi dei beni che essa custodisce.

La battuta, nella sua semplicità, distingue con chiarezza il ministro dal dono che egli amministra e ricorda che la grazia non coincide mai con la fragilità di chi la serve.

Lo stesso rigore, espresso con la medesima leggerezza, riemerge nell’episodio delle cosiddette “colpe della Chiesa”. Durante il Giubileo del 2000, quando san Giovanni Paolo II promosse la storica richiesta di perdono per i peccati commessi dai figli della Chiesa nel corso della storia, Biffi osservò che parlare delle “colpe della Chiesa” era teologicamente impreciso: più corretto era parlare delle “colpe degli uomini di Chiesa”. Non era una sottigliezza terminologica, ma la difesa di una distinzione decisiva tra la santità della Chiesa, che proviene da Cristo, e i peccati di coloro che ne fanno parte. Ancora una volta una formula apparentemente leggera custodisce una notevole precisione teologica.

La battuta come forma di pensiero

Ed è proprio per questa schiettezza, insieme limpida e coraggiosa, che il papa stesso gli disse: «Si conservi sempre così».

In ciascuno di questi casi la battuta non è un ornamento, ma una forma di pensiero. Biffi porta una situazione concreta fino al punto in cui essa rivela la propria verità: il bagno mostra dove una società colloca i propri ideali; il farmacista ricorda che non si abbandona la medicina per colpa di chi la distribuisce; le “colpe della Chiesa” obbligano a distinguere tra la santità del mistero ecclesiale e la fragilità degli uomini che lo abitano.

La risata, qui, non indebolisce la verità: la rende penetrante, perché disarma proprio quella diffidenza con cui, di solito, ci difendiamo dalle cose troppo serie.

Se i primi aforismi mostrano l’umorismo nella vita quotidiana, gli episodi successivi rivelano che esso accompagna Biffi anche nei luoghi più solenni della Chiesa. È proprio quando la posta in gioco diventa massima che il sorriso manifesta la sua funzione più profonda.

Emblematico è il ricordo del conclave del 2005. Biffi aveva deciso di non prendere la parola, limitandosi ad ascoltare gli interventi dei cardinali. Per giorni sente parlare delle difficoltà delle diocesi, delle crisi culturali, sociali e politiche, dei grandi problemi del mondo contemporaneo. A un certo punto, però, come egli stesso racconta, una voce interiore lo incalza: «Giacomo, o adesso o mai più». Chiede la parola e sorprende tutti esordendo con un’invocazione inattesa: «Santità, Santità!». Per qualche istante i cardinali rimangono interdetti. Poi continua: «Sì, Santità. Mi rivolgo a Lei, perché è qui in mezzo a noi. Nessuno sa chi sia. Ma ognuno di noi potrebbe esserlo».

Da quella provocazione prende avvio il cuore del suo intervento. Biffi invita il conclave a non lasciarsi assorbire dai problemi del mondo, per quanto reali e urgenti, fino a smarrire il centro da cui tutto il resto prende senso: la fedeltà amorosa a Cristo. Quando Gesù affida a Pietro il compito di pascere il suo gregge – osserva –, non gli domanda come risolverà le questioni politiche del suo tempo, né come governerà l’Impero romano. Gli pone una sola domanda: «Pietro, mi ami?». È da questa fedeltà a Cristo che nasce ogni autentico servizio della Chiesa; tutto il resto viene dopo.

Solo alla fine, quasi a sciogliere la tensione, cita una vignetta di Mafalda: «Il mondo è pieno di problemologi, ma scarseggiano i soluzionologi». L’unico a ridere è il cardinale Jorge Mario Bergoglio, che conosceva bene Quino. Gli altri restano stupiti.

Ma proprio questa conclusione rivela la cifra di Biffi: l’umorismo non serve ad alleggerire la verità, bensì a ricondurla al suo centro. Con una battuta, egli riesce a ricordare ai cardinali riuniti in conclave che il primo compito della Chiesa non è inseguire i problemi del mondo, ma custodire la propria fedeltà a Cristo.

Devo dirlo con franchezza: mi sono divertito davvero moltissimo leggendo questo libro. Raramente mi è capitato di ridere così, da solo, tra le pagine di un volume di teologia. Eppure, terminata ogni risata, restava sempre qualcosa. Ogni battuta continuava a lavorare dentro di me ben oltre il momento del sorriso, quasi fosse una domanda affidata alla memoria più che all’intelligenza.

È forse questa la qualità più sorprendente del libro. L’umorismo di Biffi non distrae dalla realtà: costringe a guardarla meglio. Il sorriso diventa una forma di discernimento. Attraverso episodi solo apparentemente leggeri, il lettore viene accompagnato a interrogarsi sui propri idoli, sul modo di vivere la Chiesa, sul rapporto tra fede e storia, tra ciò che è essenziale e ciò che è soltanto contingente. Si ride e, quasi senza accorgersene, ci si scopre già dentro una riflessione teologica.

Ridere del tragico – della morte, del peccato, delle contraddizioni della Chiesa e della propria fragilità – non significa sminuirne il peso. Significa riconoscere che nessuna di queste realtà possiede l’ultima parola. Solo una fede profondamente radicata può permettersi una simile libertà.

Abitare la realtà con leggerezza

Le pagine finali, dedicate agli ultimi giorni del cardinale, mostrano che questa non era una semplice cifra stilistica, ma il modo stesso con cui Biffi abitava la realtà. Lo stesso uomo che aveva disseminato il suo ministero di aforismi e battute chiede, nel proprio testamento, quasi scusa per il disturbo arrecato con la sua morte. È difficile immaginare un congedo più coerente: l’ultima battuta coincide con l’ultima professione di speranza. Solo allora si comprende che il vero protagonista del libro non è il sorriso, ma la libertà interiore da cui esso nasce.

Tutte le battute disseminate nelle pagine precedenti – dal bagno al farmacista, fino al conclave – non erano semplici trovate di spirito. Erano il modo con cui Biffi educava a guardare il mondo senza ingenuità, ma anche senza paura. L’umorismo diventa così una forma di sapienza: non attenua la verità, la rende abitabile.

Ho chiuso il libro con una lacrima e un sorriso sulle labbra. Solo qualche istante dopo mi sono accorto che quel sorriso non era il contrario della commozione: ne era stata la preparazione.

È forse questo il dono più prezioso che il cardinale Giacomo Biffi consegna al lettore. Non insegna semplicemente a sorridere. Insegna che la fede, quando è davvero libera, può permettersi perfino di sorridere davanti alle cose ultime, perché sa che esse sono già illuminate da una speranza più grande.

  • GIORGIO MARIA CARBONE, Detti non scritti ma scritti perché detti, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2025, pp. 144, € 14,00, ISBN 9788855451178.
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