
Un ruolo per i cristiani del Libano e quindi di Siria e Iraq? Perché no? Un ruolo comune? Perché no… Nel Medio Oriente preso nella tempesta di una guerra interminabile, le cui tappe sono ancora destinate a proseguire, il Libano è certamente tra color che son sospesi.
Una valutazione attenta del cosiddetto stato dell’arte è impossibile. I termini sono noti: il ritiro israeliano, che dovrebbe cominciare ma non comincia ancora, da una parte; il disarmo di Hezbollah, vera anomalia di uno Stato che non controlla da decenni la sua politica nazionale di difesa, dall’altra. Per uscirne si cerca una difficilissima unità nazionale.
Disarmare Hezbollah e e superare il modello confessionale
Alcuni nei mesi trascorsi hanno indicato per il disarmo della milizia sciita e khomeinista l’esempio dell’IRA, quando disarmò in Irlanda. L’occupazione ovviamente rende tutto più difficile: più che un problema libanese appare un problema di arrendevolezza o di “resistenza” a Israele. Di certo l’insistenza del governo e del Presidente a indicare la priorità della ricostruzione del sud del Libano devastato da un’occupazione che per smantellare Hezbollah ha smantellato case, infrastrutture civili e terre coltivate, vuol dire volontà di riconoscere e non discriminare la base di Hezbollah, cioè la comunità sciita, largamente maggioritaria nel sud del Libano. Ma riuscirci non sarà facile.
I problemi sono pratici, ma anche strutturali: il Libano, per tornare a essere un vero Stato, non ha solo bisogno di controllare la sua politica nazionale di difesa, ma anche di superare il sistema confessionale, che oltre ad alcuni pietre fondanti ha costruito anche steccati ormai soltanto dannosi.
Basta aprire la Costituzione libanese del 1990, quando terminò la lunghissima guerra civile, per leggere al punto H del preambolo: “L’abolizione del confessionalismo politico costituirà un obiettivo nazionale fondamentale e sarà realizzata secondo un piano graduale”. Tanto chiaro quanto irrealizzato.
Ma nonostante tutto, il Libano è il Paese arabo dove il pluralismo arabo può affermarsi e poi espandersi. Trovata un’anima, l’impresa di progredire, procedere, può essere tentata. E i cristiani hanno qualche strumento in più che potrebbero aiutarli a diventare protagonisti di un processo che potrebbe andare oltre il Libano.
Ma lo stato dell’arte in quel Paese ci dice che aveva ragione papa Francesco: “la realtà è superiore all’idea”. E se l’idea di Libano è l’idea dello Stato del vivere insieme, dove 18 comunità convivono in pace e con risultati alle volte apprezzabili, è anche vero che la famosa resilienza libanese è più un dato individuale che collettivo, perché la politica ha fatto dello Stato una casa della “casta”, che eternizza se stessa attraverso partiti confessionali che esistono dai tempi della guerra civile e che riproducono quel clima, quel confronto, da allora.
Prima c’erano altri partiti, molti interconfessionali, senza di essi non c’è più l’abitudine a discutere e convergere tra persone che provengono da comunità diverse ma possono avere le stesse idee politiche. Così la confessionalizzazione della politica, con cordate di eletti legati a grandi famiglie, notabilati, ha creato una sorta di Manuale Cencelli.
Il patto nazionale con cui il Libano trovò la convergenza interconfessionale per voltare concordemente le spalle al colonialismo francese era molto semplice: Presidente della Repubblica maronita, Primo ministro sunnita, Presidente della Camera sciita. Basta.
Ben presto le quote hanno riguardato i vice-premier, il ministro delle finanze, il capo dell’esercito, il Presidente della Banca del Libano, e molti altri incarichi di rilievo. Alla famelica compagnia partitico-confessionale si è posto un limite in anni recenti, creando un pacchetto di ministri la cui nomina spettava al Presidente della Repubblica. Poi c’è stata la norma a tutela della non esclusione di una delle tre grandi comunità dalle decisioni politico-governative, detta il terzo bloccante.
Tutte e tre le grandi comunità (cristiani, sunniti e sciiti) devono essere nel governo (consociativismo libanese) e quando uno ha un terzo dei ministri con il terzo bloccante, se tutti i ministri di una confessione dissentono, la norma non passa. Volendo proseguire c’è anche un’altra disposizione molto importante: i libanesi, che in grande parte vivono a Beirut, votano però nei paesi d’origine loro e della loro famiglia, in modo da facilitare il controllo da parte dei clan. Beirut è da sempre l’avversaria del sistema clanico, tribale.
Se nei mesi che seguono il presidente Joseph Aoun, il governo in carica e tutti i sostenitori della indispensabilità di ridare alla Stato il controllo della politica nazionale di difesa, ottenendo il disarmo di Hezbollah, vorranno dare forza all’idea -Stato, potrebbero favorire anche una discussione nazionale sul disarmo del confessionalismo, come prevede la costituzione di trentasei anni fa.
I due corpi del Libano
Non tutto ovviamente è negativo. Un esempio importante. Una disposizione della Costituzione varata alla fine della guerra civile (1975/1990) assegna il 50% dei deputati ai cristiani e il 50% ai musulmani. Dopo una così lunga guerra, che oppose anche cristiani e musulmani (in quella guerra ce ne furono tante altre), i cristiani persero il 51% degli eletti nella sola Camera esistente.
Da tempo il 51% di deputati cristiani non avrebbe senso, chiunque sa che il loro dato numerico è molto inferiore, in virtù di cosa potrebbero chiedere la maggioranza assoluta? Ma il punto non è questo, il punto è capire e convincere che l’attuale parità confessionale dei deputati non indica che i cristiani sono quanti i musulmani, ma che quello libanese è uno motore che funziona con un carburatore a doppio corpo: non per il peso specifico, ma per il valore assoluto e paritario dei due corpi.
Il pluralismo libanese si fonda sul pari valore delle sue culture costitutive, da cui articolarsi, ramificarsi e crescere. Ma crescere come? Crescere nel senso che le comunità di fede sono decisive, ma non sono tutto. Hanno bisogno di garanzie, non di diritti. Questi vanno agli individui libanesi, tutti. Ecco l’ idea di una democrazia a doppio corpo, come l’identità nazionale appena descritta.
Le identità, diverse, sono tutte plurime. I cristiani, come i musulmani, sono tutti tali, ma non tutti nello stesso modo. Ecco allora che la vecchia disposizione costituzionale sul bicameralismo libanese, mai messo in atto per la contrarietà dell’occupante siriano, oggi potrebbe essere tradotta così: una prima Camera delle Comunità, eletta su base confessionale paritaria tra cristiani e musulmani con un sistema elettorale come quello odierno; e una seconda Camera dei Partiti, eletta con un sistema che la Costituzione definisce “non confessionale” , dove si potrebbe votare come qui da noi, il così detto “one man, one vote”.
La dimensione comunitaria dell’Oriente e quella partitico-individuale dell’Occidente potrebbero accavallarsi proprio in Libano, la cui capitale-faro e simbolo, Beirut, è stata definita dal più grande intellettuale libanese del nostro tempo Samir Kassir “una metropoli araba, mediterranea, europeizzata”.
Questa identità complessa è la sua forza, e forse la causa di tante paure dei sistemi totalitari verso Beirut.
Tutelare il sistema comunitario (evitando che si rinchiuda in gabbie confessionali, con un ceto politico di notabili e affiliati) e il sistema individuale (evitando che si riduca a tanti piccoli io che si credono sovrani) sarebbe un passo enorme, prezioso non solo per il Libano e difficilissimo, soprattutto in tempi di guerra.
Diciamo allora che potrebbe essere un “messaggio” sul quale l’attuale Stato in cerca di fiducia dai suoi cittadini potrebbe sollecitare l’opinione pubblica a confrontarsi, per diventare davvero cittadina di ciò che verrà, non calato dall’alto, o da protettori stranieri, ma elaborato da sé stessa.
Questa riforma darebbe alle comunità tutte le garanzie che meritano e ai cittadini i diritti di cui sono intestatari. La Costituzione libanese indicava questo modello di democrazia già nel 1990 e i libanesi ne dovrebbero essere fieri. Consolidare questi principi renderebbe possibile anche per il Libano tenere finalmente un censimento dopo più di un secolo: la paura dei numeri da parte delle comunità non sarebbe più giustificata. Lo Stato non sarebbe più un’idea che resiste in tante battaglie, ma una casa comune, plurale per definizione, con il concorso di tutti.
Riattivare il Patriarcato di Antiochia
Non si tratta di cambiamenti che si possono fare tra un’occupazione e l’altra, ma dei quali la società civile dovrebbe cominciare a sentirsi titolata a parlare, per verificarne l’urgenza e la fattibilità.
Questo Libano sarebbe un ponte mediterraneo, tra realtà araba, alla quale appartiene, e dimensione europeizzata, che a molti di loro è propria. E sarebbe un contributo alla democrazia, che non è una sola, è democratica e sa rispettare le comunità. Ed è qui che arriva il ruolo dei cristiani.
Non solo perché per esperienza e collegamenti culturali dovrebbero essere portati a parlare non di quote, non di mini-Stati, non di cantoni confessionali, ma di uno Stato comune, fondato su uguaglianza, garanzie, diritti e libertà. Questa impostazione, se condivisa dalle sfere religiose, potrebbe restituire un senso alla loro principale realtà patriarcale.
I patriarchi in quella parte di mondo sono i patriarchi di Antiochia. Non è una sonnolenta, dimenticata e ora anche distrutta città turca. Antiochia, sede patriarcale tra le più antiche, ha competenza per Libano, Siria e Iraq, almeno per le Chiesa che vi afferiscono.
E non è forse questa una prospettiva che vale per tutti questi Paesi, tutti nella stessa terribile prova? Prova di guerre, di problematica uscita da esse, prova anche degli spettri identitari che alimentano diversi fondamentalismi.
Non si tratta di superare gli Stati nell’area afferente ad Antiochia di quello che fu l’Impero dei Romani d’oriente (non l’impero romano d’oriente). Si tratta di proporre una formula per avvicinare la cittadinanza comune nel pluralismo e il rispetto di sé e degli altri, offrendo una prospettiva più grande per tutti. Una forma di relazione sovra-statuale tra questi soggetti allargherebbe il bacino del Mediterraneo fino all’irachena Bassora, sul Golfo Persico, dando a tutti, anche sul versante europeo, una rinnovata profondità strategica.
Il quadro militare, importantissimo, va inserito in una prospettiva di ricostruzione spirituale e strategica di un nuovo Levante che porterebbe il pluralismo, non l’etnicismo, al cuore di questo territorio, dove il pensiero di molti si rifugia in un Alwitistan, o Druzistan, o Kurdistan, o in cantoni cristiani, tutti forme difensive per la difficoltà di imparare a vivere insieme.
Sono tutte soluzioni comprensibili, spesso giustificate da soprusi e regimi feroci. Ma producono solitudine. Una parte di mondo in macerie, mentre pensa a superare milizie e bellicismo, mi sembra che avverta il bisogno di uscire e parlare della possibilità di diventare protagonista di una nuova sfida, quella del vivere insieme.





