Occidente: rabbia, odio e nichilismo

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Sta emergendo in quello che abbiamo chiamato Occidente, nell’evidente crisi dell’ordine liberale, un disordine ispirato da emozioni che oscillano tra rabbia e paura? Se così fosse cosa potrebbe caratterizzarlo nel suo sviluppo?

Per cercare una risposta occorre partire dalle possibili cause: potrebbero essere tante, tra queste si coglie  la paura dell’altro, una paura che ci fa ricordare del capro espiatorio, da quando il fenomeno migratorio ha assunto le dimensioni che ha. Che si dovessero «aiutare a casa loro» lo disse qualcuno, ma senza che seguissero fatti capaci di farlo realmente questo ha generato soprattutto il sospetto che si intendesse dire che non andassero aiutati qui.

La grande deportazione

Poi la scena è cambiata, soprattutto con la grande deportazione di Donald Trump, Alligator Alcatraz e l’ICE, le sue note azioni in tante città statunitensi, a partire dai famosissimi fatti di Minneapolis. Se ne parlò, a tempo debito, come laboratorio dell’autoritarismo di Trump. Lui è anche noto per i frequenti riferimenti al cristianesimo, a Gesù e ai papi; si è addirittura raffigurato come Gesù mentre operava un miracolo, per poi ritirare quell’immagine generata con l’Intelligenza Artificiale e probabilmente capita come un errore di comunicazione.

Non altrettanto accadde a un’altra immagine famosa, quella che lo ritraeva vestito da papa, con una curiosa novità non credo casuale: in quell’immagine le tre dita benedicenti dei pontefici erano sostituite da un dito indice levato verso l’alto, una postura che alcuni in quei giorni hanno trovato più confacente a Osama bin Laden, che spesso l’ha usata, che non ai papi.

Ora anche in Europa in tanti fermenti non è inusuale una miscela simile: difesa della nostra “identità cristiana” e urgenza di liberarsi dei migranti, che diviene rifiuto dell’altro; difesa da chi non la condivide la “nostra religione”, definita sovente “identitaria”: un etneo-nazionalismo cristiano che, come si vedrà, si è sostenuto che potrebbe divorare il cristianesimo.

Avvertiva nel 2019 il cardinale Jean-Claude Hollerich: «Oggi in Europa le migrazioni fanno paura, sembrano disturbare l’ordine interno dei Paesi europei. L’immigrato, che al tempo del miracolo economico era il benvenuto perché garantiva benessere economico, è diventato uno straniero: uno straniero che, per la sua differenza religiosa e culturale, appare come una minaccia per il nostro piccolo mondo. Le emozioni negative esplodono: l’altro non è più considerato come un’occasione di incontro, ma come colui che ci fa perdere la nostra identità. In effetti, in molte città europee ci sono esempi negativi: quartieri turchi o arabi dove la popolazione autoctona non si sente più a casa. Ma questo è colpa dei migranti, o non è piuttosto una mancanza d’integrazione? Non è forse una politica puramente materialistica, centrata sull’economia, che è all’origine di tali divisioni?».

In fin dei conti basta leggere Gaudium et spes n.27 per rendersi conto di quanto per un cattolico invocare una società chiusa sia contraddittorio: «Scendendo a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il rispetto verso l’uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro “sé stesso”, tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del povero Lazzaro. Soprattutto oggi urge l’obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un’unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: “Quanto avete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt25,40)».

Le righe precedenti questo brano affermano che «Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità».

Cristianesimo predatorio

I problemi economici, le scelte operate nel gestire la globalizzazione, l’estrattivismo selvaggio, i mutamenti climatici, il terrorismo organizzato, il primato della finanza, la delocalizzazione, la famosissima questione del debito e dei fondi avvoltoio, la trasformazione di territori in piaghe dalle quali fuggire, i trafficanti di esseri umani, sono tutti fenomeni noti che hanno esteso a dismisura disagio sociale e fenomeno migratorio.

Un discorso economico globale avrebbe richiesto di essere fatto nelle sedi opportune, con gli stanziamenti necessari. Ma non è andata così. È mancata anche la difesa delle specificità dei popoli da una globalizzazione piatta, uniformante, come indicato da papa Francesco dall’inizio del suo pontificato; il suo poliedro non è stato capito.

Gli errori hanno esteso i disequilibri, la paura, lo smarrimento, e così la ricerca di un capro espiatorio: lo straniero come “invasore”. Il discorso su accoglienza, integrazione, soglie possibili, è notissimo e ampio. Limitiamoci a cogliere come il discorso, in soldoni, abbia assunto anche la connotazione “noi siamo cristiani, loro no, quindi non li volgiamo”. Società chiusa?

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Albert Camus.

Ha scritto Alfonso Lanzieri riferendosi alla remigrazione: «Nelle Due fonti della morale e della religione, opera del 1932, Bergson contrappone due forme fondamentali di organizzazione sociale: la società chiusa e la società aperta. La prima si fonda sull’istinto di conservazione, sulla coesione garantita dalla pressione del gruppo, sull’obbedienza a norme che valgono in quanto assicurano la sopravvivenza del corpo collettivo. È una società che si definisce per delimitazione, che traccia confini netti, che distingue con chiarezza tra chi appartiene e chi resta fuori. La seconda, al contrario, si apre a una dinamica che eccede la mera conservazione. Non rinnega i legami, ma li sottrae alla rigidità dell’origine e li apre a una comunità che arriva ad abbracciare tutta l’umanità». Così nel suo testo convince la citazione del filosofo francese Remi Brague, «che tanto ha indagato e studiato le origini della cultura europea, con particolare attenzione al cristianesimo, alla metafora delle “radici” ha detto di preferire l’immagine della “fonte”, per la sua maggiore dinamicità».

L’idea di marcare come “cristiana” una società chiusa si sviluppa però in un contesto culturalmente orientato all’individualismo e alla secolarizzazione. Individualismi e secolarizzazioni sono diversamente presenti in molti campi. Il discorso così si fa molto complicato.

I termini vanno capiti e Massimo Borghesi ci ha aiutato con parole efficaci: «L’individualismo libertario, che domina attualmente la scena, in Occidente, non può essere arrestato solamente collocandosi su un terreno culturale reattivo. Il cristianesimo deve proporre un altro modello di vita, solidale e pacifico, capace di raccogliere le istanze di libertà e le dinamiche del desiderio senza piegarle al soggettivismo irrazionale fondato su una radicale estraneità tra gli uomini».

Dunque identitario il cristianesimo non lo è, il malessere sociale cresce, anche perché la società è quasi sparita, ognuno si sente con sé stesso: è una conseguenza ma anche una causa di altre difficoltà. La visione thatcheriana ha sostenuto che la società non esiste. Su ciò che poi è seguito è fulminante sempre Borghesi: «La democrazia forte degli anni del dopoguerra, fondata sulla relazione tra illuminismo moderno e valori del personalismo cristiano, cede il posto alla democrazia procedurale il cui fine è di assecondare la molteplicità delle rivendicazioni settoriali e singolari equiparate a diritti soggettivi».

Il modello si è poi fatto duro con la stagione dei neo-con: contrapposizione. Forse chi aveva intuito è Pier Paolo Pasolini, con i suoi scritti sulla nuova cultura, il consumismo. Un certo individualismo si è dunque incontrato con il consumismo da una parte e con una “secolarizzazione liquida” dall’altra? L’odierno moto che si scorge per una società chiusa, con il malessere esistente, non può che navigare qui dentro. Potrebbe dar vita a qualcosa di nuovo?

Teorico dell’uomo in rivolta, profondo conoscitore del nichilismo, Albert Camus da non credente mise in guardia da ogni idea di rivolta metafisica, nella quale l’uomo sfida Dio, imputandogli l’ingiustizia del mondo. Questo tipo di rivolta a suo avviso ha condotto ai totalitarismi moderni che ripudia in radice, invocando un umanesimo incentrato sul senso del limite, il riconoscimento della finitezza umana. La rivolta metafisica è tutto il contrario.

Per cercare di inquadrarlo e capire a cosa a mio avviso puntasse il suo discorso, ho trovato perfetta questa frase scritta dal cardinale Ravasi: «Lo scrittore merita la battuta della Albanel: “Non si può cristianizzare Camus, ma non lo si può neppure decristianizzare”». Il suo discorso apre una traccia? Da un parte con la rivolta fondata su un umanesimo solidale, ma anche indicandoci il rischio contrario. Cosa potrebbe produrre un “accaparramento” dell’identificativo “cristiano” come mantello di una società chiusa?

Nazionalismo: tradimento del cristianesimo

Il primo ad averlo usato come arma di guerra è stato Putin. Su La Civiltà Cattolica ha scritto padre David Hollenbach, docente alla Georgetown University: «Purtroppo si deve constatare che il nazionalismo di ispirazione religiosa è presente anche in altri contesti, in primo luogo negli Stati Uniti. Gli ultimi anni hanno visto l’ascesa del nazionalismo cristiano in quanto forza influente nella politica e nella cultura degli Usa. Sebbene la sua consistenza non appaia facile da valutare, i sociologi Andrew Whitehead e Samuel Perry hanno tratto da dati empirici l’evidenza che il 42% degli statunitensi crede che il successo degli Usa faccia parte del piano di Dio».

situazione ortodossia

Non scopro certo io il rigetto cattolico dell’etno-nazionalismo cristiano. Il cardinale Hollerich già nel 2019 avvertiva da La Civiltà Cattolica con estrema chiarezza: «Un cristianesimo autoreferenziale rischia di veder emergere punti comuni con questa negazione della realtà e rischia di creare dinamiche che alla fine divoreranno il cristianesimo stesso. Steve Bannon e Aleksandr Dugin sono i sacerdoti di tali populismi che evocano una falsa realtà pseudo-religiosa e pseudo-mistica, che nega il centro della teologia occidentale, che è l’amore di Dio e l’amore del prossimo».

Ma la storia procede, il malessere sociale anche, l’idea di remigrazione è presente, non va ignorata né sopravvalutata. «Le azioni umane non vanno irrise, lodate, né detestate, ma capite», come scrisse Spinoza.

Di cristianesimi non c’è uno solo e dunque non si può fare un discorso compatto, unico. Ma di Gesù Cristo ce n’è uno: «Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto?» (Mt 5, 44-47).

Così Lucio Brunelli alcuni anni fa ha creato molto opportunamente il neologismo «cristianismo», che non è molto difficile da cogliere nel suo significato innovativo. Può questo cristianismo oggi divenire il mantello di società chiuse? Esprimendosi come?

Il punto diviene qui il capro espiatorio. Se gli antropologi ci hanno spiegato che il capro espiatorio serviva a ricompattare un gruppo, con i suoi problemi, le sue divisioni, il grande René Girard ci ha detto qualcosa di più. Alla base di tutto c’è la crisi mimetica: gli uomini desiderano gli stessi oggetti, generando rivalità e violenza distruttiva.

Per evitare l’autodistruzione della società, la comunità canalizza spontaneamente tutto il suo odio verso una vittima designata, causa di tutti i mali. Se si tiene a mente l’allargarsi della forbice ricchi-poveri il suo discorso si inquadra nell’oggi. E il discorso prescinde dalle questioni inerenti la regolazione del fenomeno migratorio.

Perché la spinta verso una società chiusa la prescinde e soprattutto agisce all’interno di un contesto culturale individualista, consumista, secolarizzato, coprendo ciò che emerge con un identificativo religioso, che di religioso però ha molto poco.

Ha scritto in queste ore Rocco d’Ambrosio, docente di Etica politica all’Università Gregoriana: «Non siamo davanti a una normale crisi politica. A mio modesto parere, assistiamo, invece, a un’operazione culturale e politica, che vuole scardinare le fondamenta del nostro Paese e fargli cambiare aspetto e sostanza. In questa sede non mi interessa dare un nome all’ideologia, che li ispira».

Il discorso non è solo italiano, forse ruota (anche) attorno all’etno-nazionalisno cristianista, così preso dal contesto individualista da essere un po’ “nichilista attivo” in quanto rabbioso.

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