
Ahmad Badreddin Hassoun siede nella cella degli imputati durante il processo che è terminato con la sua condanna all’ergastolo (foto LaPresse).
Uno dei grandi lasciti dell’epoca coloniale ai regimi arabi è stato quello di una forte burocratizzazione dell’islam ufficiale. La scelta era comprensibile, serviva la legittimazione dell’autorità religiosa islamica. L’idea è piaciuta e i ranghi dei dignitari di nomina politico-governativa sono rimasti tanto poco rappresentativi quanto estesi, con tanti consigli islamici, anche dopo il colonialismo.
Il sistema dinastico degli Assad non si è sottratto a questa impalcatura e il 2011 è stato un anno decisivo per il principale dignitario islamico (sunnita) di nomina governativa, il gran mufti siriano, Ahmad Badreddin Hassoun. Il 2 ottobre di quell’anno in un agguato fu ucciso suo figlio. Era un momento caldissimo, quando la Primavera Araba era arrivata ormai da tempo a Damasco e molti musulmani sunniti, nei loro ceti popolari sempre vessati dal regime, espressione di una minoranza e quindi ostile soprattutto alla maggioranza confessionale, erano il cuore della rivolta.
Pochi ebbero l’ardire di capire che in quel cuore ci sarebbero dovuto essere anche cristiani. I sunniti erano da sempre temuti dal regime proprio per la loro alta percentuale, che costituiva in sé un pericolo agli occhi del sistema-Assad. Quel delitto venne facilmente addossato ai terroristi, ma non furono pochi a sostenere la tesi inversa.
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Per un regime scaltro e criminale come quello degli Assad non era difficile pensare di mettere il Gran Mufti con le spalle al muro: secondo questa interpretazione quel delitto avrebbe voluto dirgli “se non ti adegui il prossimo sei tu”. Di certo Ahmad Badreddin Hassoun è stato un fedelissimo di Bashar al-Assad e pochi giorno dopo quel delitto, in un video postato su You Tube, avrebbe minacciato attentati terroristi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna o in Francia se l’Occidente avesse colpito la Siria o il Libano, intendendo con questo gli alleati più importanti del regime siriano, gli Hezbollah.
La tv satellitare saudita, paese nemico del regime degli Assad, sul suo canale in inglese ha dato conto di quel video, traducendo così, tra virgolette, un passaggio del suo discorso: “Lo dico a tutta l’Europa e lo dico all’America: prepareremo gli attentatori suicidi, che si trovano già nei vostri paesi, a colpirvi se attaccherete la Siria o il Libano. Da oggi in poi, occhio per occhio e dente per dente, e chi inizia è l’aggressore.” E ancora: “Non appena il primo razzo colpirà la Siria, i bambini libanesi e siriani partiranno per l’Europa e la Palestina, dove diventeranno martiri.”
Ahmad Bareddin Hassoun successivamente ha negato di aver parlato così, ha sostenuto che la traduzione aveva alterato il senso del suo discorso. Altri notarono che minacce simili erano già state formulate dai massimi esponenti del regime, dal Presidente al ministro degli esteri.
A quel tempo nessuno parlava di bombardare la Siria, ma c’era in gioco il riconoscimento del Consiglio Nazionale Siriano e una risoluzione dell’ONU, annacquata prima del voto finale, ma nella quale si denunciava la repressione senza confini. È però interessante notare che la polemica sulle affermazioni di Hassoun risale al 10 ottobre di quell’anno: pochi giorni dopo l’assassinio di suo figlio, il mufti per i suoi avversari dimostrava di aver capito la lezione – lui invece ha affermato di essere stato frainteso, la sua versione è che avrebbe affermato che un attacco alla Siria avrebbe risvegliato cellule terroriste dormienti.
È interessante, l’arma più usata dal regime per difendersi era l’ostilità nei suoi confronti dei fondamentalisti: poi sarebbe giunto l’ISIS, un capitolo tutto ancora da scrivere, per via di quell’oscura cloaca che padre Paolo Dall’Oglio vide intorno al terrorismo islamista e in particolare all’ISIS e nella quale è sempre più difficile non ritenere che il regime non nuotasse con agio.
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Ora un tribunale siriano ha condannato Hassoun all’ergastolo, una sentenza definita dai giudici non passibile di future amnistie. Stando all’agenzia ufficiale siriana SANA, “il tribunale ha accertato che l’istituzione religiosa ufficiale, guidata dall’ufficio del muftì, era stata utilizzata per fornire una copertura religiosa alle operazioni militari e di sicurezza e per giustificarle pubblicamente, compreso l’uso di barili bomba contro aree popolate”.
Questi barili sono tristemente noti e sono stati usatissimi durante la guerra civile siriana, in modo indiscriminato, soprattutto prima, ma anche dopo l’intervento russo a sostegno del regime. È tesi accredita in molti ambienti che l’enorme quantitativo di nitrato d’ammonio nascosto da Hezbollah nel porto di Beirut, e poi esploso il 4 agosto 2020 distruggendo l’intero porto commerciale e determinando l’inabilità di interi quartieri adiacenti, venisse usato proprio per confezionare quei barili bomba.
Quando il mufti di Damasco veniva accreditato come uomo di dialogo dei barili bomba si parlava poco, visto il diffuso impegno a difendere il regime degli Assad.
Riaprire questo capitolo è doloroso ma forse importante, perché ha riguardato anche esponenti di primo piano delle Chiese d’Oriente, inconsapevoli probabilmente che la scomparsa dei cristiani dalla Siria è stata resa inevitabile prima dalla ferocia del regime e poi dall’accettazione della protezione del regime, offerta a costo del silenzio e dell’accettazione di una interlocuzione diretta tra vertici ecclesiali e governo che impediva il cammino verso una piena cittadinanza per le cosiddette “minoranze”, definite tali per la loro identità religiosa.
Dunque la Siria era il laboratorio di una “alleanza delle minoranze” che faceva dei sunniti un pericolo in sé, un avversario quasi ontologico di ogni prospettiva democratica: ma non era arduo ritrovare questa prospettiva nel sistema degli Assad, che oggi abbiamo visto con i nostri occhi di quali crimini contro l’umanità si fosse macchiato per decenni? Guardare al futuro è necessario, ma fare i conti con il passato sovente ne è una premessa necessaria.
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Il destino di Ahmad Bareddin Hassoun non scalda il cuore di chi lo ha considerato un interlocutore in anni orrendi. Chi lo condanna non credo che venga da quella società civile che lo accusava già allora. Quella società civile non ha nulla a che spartire con Hassoun e chiede che la Siria, guardando in faccia i suoi trascorsi, si incammini verso un modo nuovo di rapportarsi ai propri cittadini.
Un cammino lungo che, accanto alla condanna di un passato orribile, ha bisogno di esempi che portino verso un futuro nuovo. La decisione curda di sciogliere la propria organizzazione militare etnicamente definita è certamente un passo avanti, positivo. E se è stato possibile probabilmente è frutto dell’impegno americano. Dopo tanti lamenti, perché non darne conto?
Evidentemente è stato raggiunto un compromesso. L’auspicio è che questo preveda un nuovo metodo per la scelta dei nuovi vertici dell’esercito. Non lealtà etnica, ma neanche confessionale o tribale, ma quella a uno stato di tutti i suoi cittadini. Il passo oggi è compiuto, è importante, come importante saranno i successivi.
Gli Stati Uniti dopo decenni hanno rimosso ufficialmente la Siria dall’elenco dei paesi che sostengono il terrorismo. Affinché entri in elenchi virtuosi il cammino è ancora lungo e liberarsi dalla sindrome della protezione delle minoranze – uno stato dovrebbe proteggere tutti – è indispensabile per partecipare a definire un altro ordine e rifare dei cristiani, purtroppo pochi, protagonisti con i loro connazionali della marcia verso il nuovo che si chiede.
È quello che si legge del documento di Abu Dhabi sulla fratellanza, firmato da papa Francesco e dal rettore dell’Università islamica del Cairo, Ahmad Tayyib: “Il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”.





