Svanisce il sogno americano?

di:

usa-cittadinanza

«In questi ultimi duecentocinquanta anni, per tanti popoli in tutto il mondo, è stata proprio la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il Paese apriva le sue porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione». Queste parole sono estratte dal discorso di papa Leone XIV per il ricevimento della Liberty Medal.
In quel discorso, pronunciato il 3 luglio scorso, il pontefice, parlando degli immigrati negli USA, ha utilizzato un verbo azzeccatissimo: plasmare. Anche senza l’afflusso di immigrati, gli Stati Uniti sarebbero esistiti. Ma la loro storia non sarebbe stata la stessa. Lo sviluppo di quella nazione è stato effettivamente “plasmato” dagli immigrati. Senza di essi, gli USA avrebbero avuto una forma diversa, non sappiamo quale, ma sicuramente diversa da quella che conosciamo.
Pochi giorni prima del discorso del papa, alla fine di giugno, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha sconfessato il presidente Trump proprio sul tema della cittadinanza agli immigrati: la Corte, con una maggioranza di 6 voti contro 3, ha respinto l’ordine esecutivo che aboliva il diritto alla cittadinanza per nascita (ius soli). La cittadinanza per tutte le persone nate negli Stati Uniti è e resta uno dei cardini del sistema costituzionale americano. Le vicissitudini che portarono a tale diritto sono profondamente intrecciate con la storia del Paese.
Il XIII emendamento, approvato nel 1865 al termine della guerra civile, aveva definitivamente cancellato la schiavitù. Tuttavia, rimaneva aperta una questione fondamentale: quale doveva essere lo status giuridico degli ex schiavi e dei loro figli?
Pochi anni prima, nel 1857, la Corte Suprema, con la sentenza Dred Scott vs. Sandford, aveva stabilito che gli afroamericani, anche se liberi, non potevano essere cittadini degli Stati Uniti. Questa decisione suscitò enormi polemiche e fu uno dei fattori che alimentarono il conflitto tra “Nord” e “Sud”.
Per superare quella sentenza e, allo stesso tempo, riaffermare l’abrogazione della schiavitù, nel 1866, venne approvato dal Congresso, e ratificato dagli Stati federati nel 1868, il famoso XIV emendamento che, in uno dei suoi commi, recita così: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono».
L’applicazione di questo principio, nei primi anni dopo la sua introduzione, non fu chiara e lineare. Fu necessario aspettare fino al 1898 quando, con la storica sentenza Stati Uniti vs. Wong Kim Ark, la Corte Suprema chiarì definitivamente che la nascita negli Stati Uniti era la condizione sufficiente per ottenere la cittadinanza.
Il XIV emendamento era nato per tutelare lo status degli ex schiavi ma, nel giro di pochi anni, si rivelò fondamentale per l’integrazione dei figli dei tanti immigrati che, tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, arrivarono negli Stati Uniti. Una grande nazione come gli USA aveva un bisogno incalzante di incrementare il numero dei propri cittadini: c’erano città da fondare, ampi territori da coltivare e un’industria da sviluppare. In un contesto del genere lo ius soli è risultato l’approccio ideale per aumentare i propri cittadini velocemente.
I Paesi di emigrazione – come era l’Italia in quel periodo storico – adottarono invece lo ius sanguinis. Per i Paesi europei, che vedevano la loro popolazione dissanguata dall’emigrazione, era piuttosto di vitale importanza mantenere un legame di sangue coi milioni di cittadini che vivevano all’estero.
Mentre riflettevo su queste cose, continuavano a risuonarmi le parole del papa, e quell’idea degli immigrati che hanno contribuito a “plasmare” l’America. Ho pensato come anch’io conosca qualcuno che, con la storia della sua famiglia, ha contribuito a plasmare gli Stati Uniti: il mio carissimo amico Charles Bernardini, avvocato e partner dello studio legale Nixon Peabody di Chicago; è, infatti, un americano di terza generazione.
Il nonno, Ciro Bernardini, nato nel1883 sull’Appennino bolognese, a Rocca Corneta, partì per l’America all’inizio del ’900. Trovò lavoro nelle miniere dell’Illinois dove, il 13 novembre 1909, morì nel tragico disastro di Cherry in cui persero la vita 259 minatori (73 dei quali italiani).
Un mese dopo la sua scomparsa, venne alla luce suo figlio Charles che, grazie al XIV emendamento, ottenne la cittadinanza americana per nascita. Nel 1946 Charles ebbe un figlio, Charles Raymond Bernardini, che da parecchi anni è avvocato pro bono negli USA per il Porretta Soul Festival. L’ho incontrato, come ogni anno, a Porretta Terme dove, il 25 luglio scorso, ha ricevuto la cittadinanza onoraria. Ho posto a Charles alcune domande in merito al tema dello ius soli e alla storia della sua famiglia.

– Charles, qual è, secondo te, l’attualità della norma che, in origine, era stata introdotta per regolarizzare gli ex schiavi dopo la Guerra Civile?

Le parole del XIV emendamento non erano limitate agli schiavi, perciò, in seguito, si è stabilito che chiunque fosse nato negli Stati Uniti ottenesse automaticamente la cittadinanza. Ma per arrivare a ciò ci sono state diverse sentenze.

Ora è arrivato il “M.A.G.A.”, ovvero il pensiero dell’estrema destra di Trump, che vuole tornare al 1776: secondo tale interpretazione il testo del XIV emendamento era rivolto solo agli ex schiavi; ma questa chiave di lettura si scontra con quasi duecento anni di giurisprudenza americana. Grazie a Dio sei giudici della Corte Suprema non si sono mostrati d’accordo con tale interpretazione.

Nella Corte Suprema degli Stati Uniti siedono sei giudici repubblicani che, normalmente, sostengono tutte le iniziative di Trump. Fra questi sei però ce ne sono almeno due più onesti intellettualmente, e perciò, per loro, non era sostenibile l’iniziativa di Trump, mirata a cambiare un principio costituzionale importante per il Paese.

Perciò hanno dichiarato, insieme ai tre giudici democratici, che il provvedimento di Trump non era costituzionale. Un altro tra i giudici repubblicani non è stato così risoluto, ma ha semplicemente detto che l’ordine esecutivo del presidente non era accettabile perché, diversi anni fa, anche il Congresso aveva riaffermato il diritto. Il risultato della votazione – 6 a 3 – è stato di grande sollievo per noi che avevamo grande timore della mossa di Trump.

La Corte Suprema, pur essendo espressione di una maggioranza repubblicana, ha dato, in diverse occasioni, la prova di essere libera. Avremo ancora due anni e mezzo di presidenza Trump: personalmente, penso che ci saranno altre occasioni per mettere alla prova l’indipendenza della Corte Suprema.

– Al di là della Corte Suprema, cosa ne pensano gli americani? Quale è la tua sensazione rispetto alla società? Alcuni sondaggi direbbero che solo il 55% degli americani è favorevole al principio del XIV emendamento.

La mia impressione è che il principio della cittadinanza per nascita venga dato ormai per scontato dalla maggioranza degli americani. Sarei sorpreso se si mostrasse molta gente contraria al principio. Ma, certamente, il tema non costituisce uno dei problemi principali dell’americano medio. La mia sensazione è che, per ora, la questione è risolta e, chiuso il capitolo, si debba andare avanti su altre questioni.

Per esempio, adesso Trump sta facendo un’enorme pressione per modificare le regole delle elezioni di novembre. È da vedere fino a che punto la Corte Suprema sosterrà le sue iniziative. Tutto ciò che riguarda le elezioni dovrà comunque passare dalla Corte Suprema. Sarà la Corte Suprema a salvarci, se ci salveremo…

– Proprio nei giorni del 250° anniversario dell’indipendenza americana papa Leone XIV ha dichiarato che «gli immigrati hanno plasmato l’America». La tua famiglia, a partire da tuo nonno, è un esempio di quegli immigrati che hanno contribuito alla prosperità dell’America. Raccontami qualcosa della vostra storia familiare.

Non c’è dubbio di questo. Tutti noi in America siamo figli, o nipoti, di immigrati. Tranne i nativi americani, tutti gli altri lo sono. Trump stesso lo è: suo nonno è arrivato dalla Germania. La prosperità degli Stati Uniti è il prodotto dell’immigrazione, della gente che è venuta a fare i lavori più umili, tipo gli italiani di cent’anni fa. Sono arrivati e, partendo dai lavori meno qualificati, hanno iniziato a percorrere la loro strada, in ciò che è stato definito il “sogno americano”.

Mio nonno arrivò in America partendo dall’Appennino bolognese. Tantissima gente, a quei tempi, partiva dalla montagna per andare negli Stati Uniti a lavorare nelle miniere di carbone. Quando arrivavano negli USA, non avevano la cittadinanza e non avevano visti di lavoro. Non so bene come fosse la situazione a quell’epoca, ma so che, fino al 1920, gli immigrati sono entrati nel Paese senza problemi. In seguito, subentrò una legge a limitare.

Mio nonno arrivò nel 1900, ma non ottenne mai la cittadinanza americana, perché morì pochi anni dopo, nel 1909, nel terribile disastro di Cherry. Mio padre Charles, nato appena un mese dopo la morte del nonno, ottenne la cittadinanza grazie al XIV emendamento.

– Io so che tu sei protestante, ma tuo nonno, quando emigrò in America arrivando dall’Italia, poteva essere solo due cose: cattolico oppure socialista. Com’è che sei diventato protestante?

Mio nonno era cattolico e anche i miei genitori. Sono cresciuto cattolico, mi sono sposato in chiesa, abbiamo battezzato i nostri figli (a Rocca Corneta). Da diversi anni non sono praticante, mi trovo in dissenso con la politica della Chiesa Cattolica riguardo alle donne e in particolare agli LGBT. La Chiesa ha causato, nel corso della storia, la sofferenza, la discriminazione e la morte di molte persone. Spesso vado alla Chiesa Presbiteriana di mia moglie che, a mio parere, ha una visione più cristiana, cioè più in sintonia col messaggio di Gesù Cristo.

– Secondo te, il sogno americano esiste ancora oggi? Gli Stati Uniti sono ancora un Paese dove un immigrato può costruirsi una nuova vita e fare un “salto sociale”?

Come ho detto, negli Stati Uniti siamo tutti immigrati. I nostri antenati arrivarono qui per cominciare dai lavori più umili e poi, a poco a poco, realizzare le loro strade: negli Stati Uniti è più facile per chi vuole impegnarsi, magari lanciandosi in nuove iniziative. C’è una burocrazia più semplice, meno ostacoli da affrontare.

Conosco tanti dirigenti italiani trasferiti in USA per lavoro che, poi, nel corso del tempo, hanno ottenuto la cittadinanza americana. Mi dicono che la meritocrazia che esiste qua non esiste in Italia.

Detto questo, la verità è che la globalizzazione ha fatto sì che le opportunità per l’americano medio di raggiungere il famoso american dream – una casa di proprietà, università per i figli, una pensione adeguata… – si sia drasticamente ridotta, se non addirittura svanita. Per quel poco che ne rimane, il governo attuale sta applicando programmi che limitano sempre più il “sogno americano”.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento