La Bibbia: una introduzione

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Tre biblisti (Franco Manzi, Isacco Pagani, Massimiliano Scandroglio) e un teologo (Luca Castiglioni) – tuttu attivi nelle istituzioni accademiche di Milano – hanno approntato un ottimo sussidio didattico per l’insegnamento della teologia ai laici riguardante la Bibbia, la parola di Dio. Un volume compatto, senza note a piè di pagina, scritto con un linguaggio accessibile e sintetico, frutto di lunghi anni di insegnamento.

Il curatore Franco Manzi – che insegna anche a Lugano e al Marianum di Roma ha collocato nella Parte IV (pp. 315-346) la materia che molte altre opere simili pongono come primo capitolo. Si tratta di esaminare la Bibbia come parola di Dio dal punto di vista teologico.

In questa segnalazione partiamo da quest’ultimo capitolo del libro.

Ispirazione, verità, interpretazione

Luca Castiglioni studia, nella Quarta parte del volume (pp. 315-345), l’ispirazione divina delle Scritture canoniche e la verità della Bibbia.

L’ispirazione si riferisce alla Bibbia come parola di Dio in parole umane. I libri della Bibbia sono parola di Dio canonico-normativa. Vengono esaminate le testimonianze bibliche sull’ispirazione, quindi la voce della tradizione fino al Concilio Vaticano II, per concludere con la costituzione conciliare Dei Verbum.

Il secondo problema teologico affrontato è quello del canone delle sacre Scritture. Si ricordano le affermazioni magisteriali fondamentali e i criteri di canonicità, con il valore della tradizione ecclesiale.

La verità della Bibbia (una volta definita come l’“inenarranza”) è esaminata seguendo le indicazioni della Dei Verbum. Castiglioni elenca i principi che presiedono all’individuazione della verità della Bibba: l’oggetto formale della rivelazione e della verità biblica – consistente nelle realtà che portano l’uomo alla salvezza –, i generi letterari, il progresso della rivelazione e la verità delle affermazioni bibliche, la condiscendenza divina, la verità dei singoli testi nella globalità dell’Antico e del Nuovo Testamento, il valore perenne dell’Antico Testamento.

Nella seconda parte del suo contributo, lo studioso si sofferma sull’interpretazione della sacra Scrittura nella Chiesa.

Dapprima ricorda la storia dell’interpretazione della Bibbia: la Bibbia come primo momento ermeneutico; i padri della Chiesa, l’esegesi medievale, la Riforma protestante e il Concilio di Trento; dal Concilio Vaticano I all’enciclica Spiritus Paraclitus; l’enciclica Divino Afflante Spiritu e l’istruzione Sancta Mater Ecclesia.

Il contributo si conclude con la riflessione sul problema ermeneutico del Concilio Vaticano II e nell’esegesi cattolica contemporanea.

Alla luce della Dei Verbum, i principi di un’ermeneutica biblica cattolica sono così individuati: la necessità di un’inchiesta esegetica seria; la conseguente necessità della critica letteraria e storica; il principio generale dell’ermeneutica teologica consistente nella lettura “nello Spirito”; i tre criteri che specificano il principio generale: il contenuto e l’unità di tutta la Scrittura, la viva Tradizione di tutta la Chiesa, l’analogia della fede.

Vengono esaminati, infine, i vari metodi esegetici: il metodo storico-critico (diacronico) e gli altri metodi esegetici (sincronici).

Come tutti le altre parti del volume, il contributo si conclude con l’invito alla lettura, con indicazione di alcune opere fondamentali utili per l’approfondimento del tema trattato.

L’Antico Testamento

Dopo l’introduzione del curatore Franco Manzi circa la dolce amarezza della parola di Dio (pp. 7-16) – Cristo, “pane di vita”; una parola dolce come il miele, ma amara come il fiele; un evento ecclesiale dello Spirito; una pedagogia biblica utile a progredire verso la salvezza; una sola di teologia per laici –, Massimo Scandroglio analizza, nella Prima parte del volume (pp. 17-146), i vari corpora che costituiscono l’Antico Testamento.

Il Pentateuco

Il Pentateuco è l’“insegnamento” che definisce l’identità di un popolo. L’autore esamina la Bibbia e i suoi canoni, la denominazione e la delimitazione del Pentateuco, i titoli, il contenuto e la struttura dei primi cinque libri della Bibbia.

Presentata l’organizzazione del Pentateuco, si studiano le ipotesi sulla sua origine, mettendo in luce i seguenti passaggi cruciali: 1) L’importanza della fase orale nel processo di formazione dei testi biblici; 2) La decisività dell’epoca persiana per la definizione del giudaismo e per la nascita della Bibbia; 3) Il ruolo del movimento deuteronomista e di quello sacerdotale nella ricostruzione della Giudea post-esilica; 4) La teologia del Pentateuco: l’alleanza e le alleanze; una proposta sintetica di rilettura della collezione: il Pentateuco come tôrâ.

I libri storici

Circa il rapporto tra la Bibbia e la storia, l’autore si interroga se costituisca un binomio impossibile. Egli ricorda la ricostruzione dei fatti e la creatività storica, la pretesa di verità (teologica) della narrazione biblica, la potenzialità del “racconto storico” biblico e le sue caratteristiche.

Scandroglio studia dapprima I profeti anteriori, che costituiscono la storiografia deuteronomista. Ricordata l’“invenzione” della storiografia deuteronomista, lo studioso esamina la storicità e l’approccio alle fonti: il libro di Giosuè; il libro dei Giudici; i libri di Samuele e dei Re.

In alcune note di teologia, l’esegeta ricorda la terra come dono da accogliere nella fede; la monarchia con il suo valore e le sue ambiguità; il tempio e il nome di YHWH.

La storiografia post-esilica è rappresentata dai libri di Esdra e Neemia. L’autore espone la situazione della comunità post-esilica che vede Israele come una “colonia” della diaspora babilonese. Nelle note di teologia Scandroglio ricorda il “mito della terra vuota” – che non è mai esistita! – e la legge nella sua funzione identitaria.

La storiografia ellenistica è costituita dai libri dei Maccabei. La storia della ricerca si è interrogata se quella dei seleucidi fu vera persecuzione o no. Dopo aver esaminato la storicità e l’approccio alle fonti, nelle note di teologia l’autore rammenta l’ideologia della resistenza armata (Primo libro dei Maccabei) e l’ideologia del martirio (Secondo libro dei Maccabei).

I libri sapienziali

Nei libri sapienziali sono raccolti i valori universali della vita (e della tôrâ).

La sapienza è vista nella Bibbia come conoscenza pratica della vita. Le dimensioni della sapienza biblica sono la dimensione pratica, quella culturale, quella etica e quella religiosa.

Le principali correnti della sapienza di Israele sono: la sapienza popolare, tribale e familiare; la sapienza urbana, di corte e di “scuola”; la sapienza rivelata, “teologizzata”. In essa è presente la valorizzazione della componente rivelativa della riflessione sapienziale e la valorizzazione della tôrâ come oggettivazione della sapienza divina.

Esiste, inoltre, una corrente di sapienza critica: c’è la reazione della sapienza tradizionale alla contestazione e l’insoddisfazione della sapienza critica e la sua proposta radicale (sui due versanti: Giobbe e Qohelet).

Scandroglio riassume i tratti della sapienza nell’Antico Vicino Oriente presenti in Egitto, in Assiria e a Babilonia.

La figura del sapiente biblico e i suoi contesti di attività sono presentati dall’autore con questi tratti: la sfera privata/familiare e quella pubblica – la corte, il tempio, la “scuola” –.

Vengono, infine, discusse la paternità salomonica dei libri sapienziali, e l’“eredità” lasciata dalla sapienza biblica.

I libri profetici

Per quanto riguarda i profeti, esiste la sfida di discernere la storia.

Si delinea, dapprima, l’identità del profeta biblico, che assume svariate sfaccettature: i profeti appartenenti a un ordine, un’associazione; i profeti del tempio e i profeti cultuali; i profeti di corte; i profeti singoli, liberi e all’opposizione; i profeti “tradenti”.

Scandroglio presenta quindi la fenomenologa della profezia. Essa comprende: la parola; l’azione (l’azione esemplare; l’azione privata; l’azione “totalizzante”); la scrittura, che è consistente nello spazio e stabile nel tempo.

Le stagioni della profezia abbracciano il profetismo pre-classico; il profetismo classico; il profetismo pre-esilico; il profetismo esilico e quello post-esilico.

Lo studioso si concentra, quindi, sulla nascita dei libri profetici, sul discernimento circa la “falsa profezia” e sul profetismo extra-israelita.

La profezia ha un carattere rassicurante ma anche minaccioso e sussiste una reazione, talora violenta e talora accomodante, dell’establishment alla predicazione profetica. Nella profezia c’è l’autocoscienza di essere o meno “ab-soluta”, cioè libera da ogni legame istituzionale.

La parola profetica possiede a tutt’oggi un’indubbia “attualità”.

Daniele e la letteratura apocalittica

Dopo alcuni cenni storici introduttivi circa il periodo tolemaico, quello seleucide e della “persecuzione” di Antioco IV Epìfane, Scandroglio esamina l’origine e lo sviluppo dell’apocalittica giudaica.

Egli studia l’ambiente storico e sociale di riferimento del movimento apocalittico giudaico, le fonti di ispirazione del pensiero e della produzione letteraria apocalittica, per soffermarsi, infine, sulle caratteristiche fondamentali della corrente apocalittica: la pseudo-epigrafia; la pseudo-cronologia; la “periodizzazione” della storia; il bipolarismo ermeneutico radicale; il linguaggio simbolico e la finalità consolatoria.

L’apocalittica biblica “minore” vede Gioele come profeta proto-apocalittico, la presenza di sezioni apocalittiche del libro profetici (Is 34–35; Is 24–27; Ez 38–39; Zc 9–14).

Alla fine del suo contributo, Scandroglio studia il libro di Daniele.

Presenta il protagonista Daniele e la collocazione canonica del libro; la struttura d’insieme e la composizione; l’autore e gli autori; la visione apocalittica come genere letterario principale del libro; il rapporto di Daniele col Nuovo Testamento e la teologia del libro, vero compendio del pensiero apocalittico. Si vedano per questo i racconti esemplari e i resoconti di visione.

Nuovo testamento: i Vangeli

Nella Parte seconda del volume (pp. 147-212), Isacco Pagani esamina i Vangeli. Di ognuno di essi presenta l’autore, il luogo, i destinatari, la sequenza narrativa e il contenuto.

Prima di affrontare l’esame del Vangelo di Marco, lo studioso dedica alcune pagine al passaggio da Gesù ai Vangeli: la loro origine, cosa non sono, cosa intendono essere, il rapporto con il Quarto Vangelo e i vangeli apocrifi, indicazioni per leggere i vangeli oggi.

Il Vangelo secondo Marco

Interprete della predicazione di Pietro, Marco dispone il suo materiale secondo una precisa sequenza narrativa.

Contrariamente a quanto afferma la tradizione cristiana, il Vangelo di Marco è organizzato secondo un proprio ordine. La sua trama ha fornito probabilmente il canovaccio per gli altri due Vangeli sinottici, come ipotizzato dalla teoria delle due fonti. Dopo i titoli attribuiti a Gesù in 1,1 (che trovano un riscontro in 8,9 e 15,39), segue la proclamazione del vangelo di Dio in Galilea.

La domanda fondamentale del Vangelo di Marco alla quale esso vuole rispondere è: chi è Gesù? Che tipo di Messia è Gesù?

Più che di “segreto messianico”, Pagani ricorda piuttosto il fatto che Marco fa emergere tutta la contraddizione tra Gesù che vuole farsi (ri)conoscere e gli altri (gente/discepoli) che, invece, non comprendono. La reazione dei personaggi non è mai conforme alla rivelazione di Gesù. Ciononostante, tutti hanno fretta di capire chi è lui. Proprio per questo, egli chiede il silenzio e non risponde.

Dopo aver presentato il quadro generale del libro, lo studioso ricorda la “via” e il trittico sinottico (1,2-15). Segue la proclamazione del vangelo di Dio in Galilea (1,14–9,1) e la via verso Gerusalemme ((9,2–15,57). Alla via verso Gerusalemme (9,2–10,52) segue l’ingresso in Gerusalemme (11,1–13,36) e gli eventi di Gerusalemme (14,1–15,47). Il Vangelo si chiude con una finale reticente (16,1-8.9-20).

Il Vangelo secondo Matteo

È difficile identificare l’autore, perché, se fosse il Matteo appartenente ai Dodici, sarebbe vissuto molto a lungo, e il Vangelo fu redatto fra l’80 e il 90 d.C. Può essere ipotizzato che sia l’“autore nascosto” nell’accenno allo scriba contenuto in Mt 13,52. Può essere esistita una versione aramaica originaria molto breve e scarna del Vangelo, ma esso è scritto in greco per una comunità proveniente dal giudaismo.

Descrivendo il quadro generale, Pagani si sofferma sul narratore, sul personaggio dei discepoli e sul “lettore” ideale.

Rispetto a Marco, Matteo presenta quattro novità assai importanti, che in buona parte giustificano il fatto di essere il più lungo.

La prima novità sono i racconti evangelici dell’infanzia di Gesù (Mt 1–2).

La seconda novità consiste nel fatto che, se Marco segue un ordine cronologico-geografico, Matteo raccoglie i principali insegnamenti di Gesù in cinque grandi discorsi.

La terza novità si trova nell’episodio a cesarea di Filippo: di tutti i Sinottici, Matteo è l’unico che accenna all’ekklēsia, ossia alla comunità dei discepoli, edificata da Gesù stesso sulla “pietra” che è Pietro (16,18).

L’ultima novità è costituita dall’epilogo del Vangelo (28,16-20), che restituisce una testimonianza dell’esperienza del Risorto originale rispetto agli altri racconti evangelici.

Il Vangelo di Matteo è stato riconosciuto dalla tradizione cristiana come il più autorevole e posto all’inizio della serie dei Vangeli.

Il materiale di Matteo è distribuito da Pagani nel modo seguente.

Ai racconti evangelici dell’infanzia (1,1–2,23), segue il “trittico sinottico” (3,1–4,11) e il ministero pubblico che si snoda dalla Galilea a Gerusalemme.

I cinque discorsi di Gesù sono seguiti – una sola volta preceduti – dalla parte narrativa: 1) Il discorso della montagna e la parte narrativa (5,1–9,35); 2) Il discorso missionario e la parte narrativa (9,36–12,50); 3) Il discorso in parabole e la parte narrativa (13,1– 7,27); 4) Il discorso ecclesiale e la parte narrativa (18,1–20,34); 5) Il discorso escatologico preceduto dalla parte narrativa (21,1–25,46).

Gli eventi della passione, morte e risurrezione ((26,2–28,15) precedono l’epilogo (28,16-20) del libro.

Il Vangelo secondo Luca

Dopo aver esposto i dati ricavabili dalla tradizione cristiana, Pagani annota che, oggi, si ritiene che l’autore di questo Vangelo sia un cristiano di seconda generazione, dunque non un discepolo diretto di Gesù. Verosimilmente, costui avrebbe potuto essere un collaboratore di Paolo, del quale avrebbe avuto una conoscenza particolare, stando al libro degli Atti.

Luca possiede una buona padronanza della Scrittura, di cui conosce anche le tecniche interpretative, ma pare non molto attento alla descrizione delle pratiche rituali giudaiche. È altresì ragionevole ipotizzare – prosegue lo studioso – che questo autore si rivolga a un uditorio ampio, perlopiù ubicato nel bacino mediterraneo orientale. Ciò indicherebbe, per un verso, l’intenzione di rivolgersi a quanti più lettori possibile e, per un altro verso, lo sforzo di transculturazione del messaggio evangelico.

In Lc 1,1-4 troviamo il prologo al Vangelo nel quale l’autore espone i suoi criteri di ricerca delle fonti e la metodologia accurata del suo lavoro redazionale. Il prologo è scritto in un greco pregevole, che va accolto con attenzione.

Dopo aver tratteggiato il quadro generale del Vangelo (i sommari, i discorsi, il confronto/sygkrisis, il viaggio, il simposio), Pagani annota che Luca segue, grosso modo, la macrostruttura tripartita di Marco, riorganizzandola in maniera originale.

Dopo il confronto con Giovanni Battista, l’attività di Gesù è strutturata secondo il criterio geografico.

Dopo il prologo (1,1-4), segue il confronto fra Gesù e Giovanni Battista (1,5–4,13). Gesù predica in Galilea (4,14–9,50) per poi incamminarsi verso Gerusalemme (9,51–19,44). La sua attività nella città santa è così presentata da Luca: 1) L’insegnamento nel tempio (19,45–21,38); 2) Il racconto della passione e della morte di Gesù (22,1–23,56); 3) Il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto e l’ascensione (24,1-53).

È comunemente ammesso che l’autore del Vangelo di Luca sia identico al compositore degli Atti degli Apostoli, seconda parte della sua opera doppia.

Il Vangelo secondo Giovanni

Sin dal II secolo, la tradizione ritenne che l’autore di questo Vangelo fosse Giovanni, figlio di Zebedeo, “il discepolo che Gesù amava”. Egli avrebbe fondato una comunità cristiana nei pressi di Efeso, vivendo fino ai tempi di Traiano (98-110 d.C.).

Come possibili autori del Vangelo sono ipotizzate tre figure: Giovanni, figlio di Zebedeo; il Discepolo Amato; il narratore stesso del Vangelo, che potrebbe essere stato testimone diretto dei fatti e che vuole dare la testimonianza personale di ciò che ha vissuto e compreso (cf. 19,35 e 21,24: «ha visto e ne dà testimonianza e la sua testimonianza è veritiera»).

Secondo la ricerca più recente, le incongruenze presenti nel Vangelo di Giovanni possono essere spiegate ipotizzando una stesura del Vangelo in più fasi: la prima fase corrisponderebbe a quella della testimonianza diretta dell’apostolo Giovanni, in forma orale o scritta, oppure mista; la seconda vedrebbe impegnata un’altra persona, che ha cercato di dare un ordine più unitario al racconto, al fine di renderlo una “testimonianza narrativa”.

Nella terza fase, infine, sarebbe stata la comunità giovannea a inserire alcune parti del testo, non tanto per aggiungere o correggere, quanto piuttosto per attualizzare quanto avevano ricevuto. Infatti, col passare del tempo, essa si è trovata di fronte a sfide differenti entro un contesto storico-culturale in mutamento: questo avrebbe suscitato la necessità di rileggere la testimonianza originaria dell’apostolo in circostanze nuove. Solo dopo quest’ultima fase, la comunità avrebbe maturato la consapevolezza che l’opera era pronta per essere un libro (cf. p. 197).

Circa la data della composizione del libro, oggi viene fatta risalire a un periodo che oscilla tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C. Quanto al luogo della sua composizione, si ipotizza che sia avvenuta in Siria, almeno inizialmente, e che poi sia proseguita in Asia Minore (forse a Efeso). Il testo, infatti, è scritto per un ambiente sensibile all’autorità della Scrittura, in cui la sinagoga svolgeva ancora un ruolo importante: il riferimento al mondo giudaico è forte, anche se lascia trasparire alcune tensioni.

Circa il quadro generale, Pagani ricorda dapprima tre espedienti letterari strategici giovannei: il fraintendimento, l’ironia e il simbolismo. Menziona poi il ricorso a coppie di concetti antitetici (luce e tenebre, verità e menzogna, alto e basso, amore e odio, vita e morte ecc.).

Tra il prologo (1,1-18) e l’epilogo (21,1-25), nel corpo centrale sono individuabili due parti: in ciascuna di esse è presente una figura di testimone.

Per la prima è Giovanni, che i Sinottici chiamano “il Battista”, ma che, nel Quarto Vangelo, è “il testimone”.

Per la seconda è il Discepolo Amato, colui che ha visto e dà testimonianza.

La dinamica che unisce queste due parti è il modo in cui Gesù si manifesta rispetto al Padre: nella prima parte, egli è l’inviato del Padre (1,19–12,50), mentre, nella seconda, è colui che ritorna al Padre (13,1–20,31).

La prima parte (Gesù inviato dal Padre, Gv 1,19–12,50) è così suddivisa da Pagani: 1) La prima festa di Pasqua (2,1–4,54); 2) La festa dei Giudei ((5,1-47); 3) La seconda festa di Pasqua (6,1-71)); 4) La festa dei Tabernacoli (7,10–10,21); 5) La festa della Dedicazione (10,22–11,54); 6) La terza festa di Pasqua (11,55–12,50).

La seconda parte (Gesù ritorna al Padre, 13,1–20,31) è così strutturata: 1) La lavanda dei piedi e il boccone (13,2-30); 2) I discorsi di addio (13,30–17,26); 3) La glorificazione (18,1–19,42).

Gli scritti apostolici

Nella parte III del libro (pp. 213-314), Franco Manzi illustra gli Scritti Apostolici. Non analizza tutti i testi, ma si sofferma su 1Tessalonicesi, Romani, Ebrei e Apocalisse.

La parte iniziale del suo lungo contributo è di carattere teologico-ermeneutico e tratta della storia della Chiesa delle origini e del compimento della rivelazione in Cristo.

Dopo aver ricordato che «Tutte le promesse di Dio sono diventate “sì” in Cristo» (2Cor 1,20), dapprima egli traccia uno schizzo sulla storia della Chiesa, dividendolo in tre tempi: 30-50 d.C.; 50-67 d.C. e i tempi apostolici dal 67 al 120 d.C.

I principi di una lettura ecclesiale della sacra Scrittura sono il principio cristologico, quello pneumatologico e quello ermeneutico.

I livelli di compimento dell’Antico Testamento in Cristo sono tre: 1) La continuità del NT rispetto all’AT; 2) La discontinuità del NT rispetto all’AT; 3) La progressione del NT rispetto all’AT.

Manzi annota, infine, che la Bibbia si rivela un mezzo di discernimento spirituale ineludibile.

Prima Lettera ai Tessalonicesi

Manzi analizza la Prima Lettera ai Tessalonicesi inquadrandola nel tema del ritorno imminente del Risorto e l’attesa operosa della Chiesa. Egli ricorda i primi insegnamenti escatologici di Paolo, il quadro simbolico della risurrezione universale e la sua interpretazione: l’ingresso dei risorti in una diversa condizione di vita; la comunione eterna dei risorti con Cristo; il vigilante impegno caritativo dei cristiani; “i tempi e i momenti” del ritorno glorioso del Signore.

L’invito all’attesa operosa del Risorto si rivela nel suo carattere di fondamento teologico della morale cristiana, nella presa di distanza dall’immoralità pagana, nel confronto con l’influsso della cultura “maschilista” dell’epoca, nell’avere come proprio fondamento della morale cristiana un aspetto cristologico-pneumatologico.

Il suggerimento conclusivo che Manzi trae dall’esame di 1Ts è quello di una tensione verso il Risorto, fonte dell’impegno nel mondo. C’è una “dotta ignoranza” sulla fine dei tempi e l’impegno nel mondo è teso verso le “cose di lassù”.

Lettera ai Romani

Dopo aver esposto gli elementi generali riguardanti la lettera, l’autore, l’ambiente, i destinatari e la datazione, Manzi si concentra sul tema della rivelazione della giustizia e dell’ira di Dio. Per i credenti c’è l’offerta della salvezza divina, mentre contro l’ingiustizia si rivela l’ira di Dio.

Si sottolinea, poi, la peccaminosità dell’umanità: c’è un senso acuto del peccato e si descrive la situazione peccaminosa sia dei pagani che dei giudei. Circa la rivelazione dell’ira di Dio, Manzi fa notare il carattere antropomorfico della categoria. Il significato di quest’ultima viene da lui descritto in questo modo: l’auto-giudizio storico dei peccatori; gli effetti auto-disruttivi del peccato; l’attività salvifica di Dio.

L’offerta incondizionata della giustificazione divina si staglia sulla menzione del fatto che tutti gli esseri umani sono dominati dal peccato e che tutti i credenti in Cristo sono giustificati da Dio.

Il suggerimento conclusivo che l’autore trae dalla sua analisi è che il perdono divino è la fonte della consapevolezza del proprio peccato.

Lettera agli Ebrei

Manzi coglie nella Lettera agli Ebrei i temi fondamentali del sommo sacerdozio di Cristo e il suo sacrificio salvifico.

Dopo aver esposto l’inquadramento storico-letterario di Eb, Manzi fa notare il singolare insegnamento su Cristo e sulla Chiesa.

Circa la Chiesa, la lettera sottolinea la vicinanza alla comunione definitiva con Dio e il suo essere dotata di un’incipiente struttura gerarchica espressa negli elementi seguenti: 1) La partecipazione delle guide al sacerdozio di Cristo; 21) La presidenza delle guide nella celebrazione dell’eucaristia; 3) L’esemplarità delle guide per l’edificazione della comunità.

La Chiesa è partecipe all’unico sacrifico di Cristo.

Lo studioso annota di seguito l’inefficacia salvifica dell’antico culto “carnale” sottolineato in Eb.

Gli elementi che suffragano questa tesi sono: 1) La mancanza di legame dei sacerdoti anticotestamentari con gli offerenti; 2) La mancanza di legame dei sacerdoti anticotestamentari con Dio; 3) La mancanza di legame del sangue della vittima animale con i peccati della coscienza umana; 4) La mancanza di legame della vittima animale morta con il Dio vivente; 5) Il mancato “perfezionamento” nel culto anticotestamentario.

L’efficacia salvifica del nuovo culto “spirituale” di Cristo è dimostrata tramite i seguenti argomenti: 1) Il sacrificio personale, esistenziale e “spirituale” di Cristo; 2) Il sacrificio di Gesù, vittima “immacolata” e gradita a Dio; 3) Il sacerdozio di Gesù, obbediente a Dio e solidale con gli uomini tramite lo Spirito.

L’efficacia salvifica del nuovo culto “spirituale” dei cristiani si manifesta con i seguenti caratteri: 1) Il sacrificio di Cristo è “perfezionamento” dei cristiani; 2) Il sacrificio di Cristo è “consacrazione sacerdotale” dei cristiani.

Il suggerimento conclusivo tratto da Manzi è che la mediazione di Cristo è condizione di possibilità della santità cristiana. La santificazione è causata dall’unica mediazione di Cristo e l’attività salvifica dello Spirito opera una santificazione universalizzata.

Apocalisse

Dell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, Manzi sottolinea soprattutto due elementi: la crisi della Chiesa e la visione profetica della storia.

Dapprima, Manzi delinea il solito inquadramento storico-letterario: autore, data, destinatari del libro profetico, le persecuzioni religiose, le cause esterne della crisi, le cause interne (l’abbandono del primo amore per Cristo nella Chiesa di Efeso; l’intiepidimento dell’amore per Cristo nella Chiesa di Laodicèa).

Lo studioso intravede nel libro dell’Apocalisse il manuale di discernimento spirituale ed ecclesiale e analizza sia l’intento profetico di Giovanni che il suo linguaggio simbolico.

Manzi tratteggia quindi le profezie sulla concezione “babilonese” della vita: 1) La fase storica di Babilonia – la prostituta originaria –, che ha l’origine trascendente in Satana e ha come principale infiltrazione satanica lo stato totalitario; 2) La fase definitiva di Babilonia: la prostituta bruciata.

Le profezie sulla concezione “gerosolimitana” della vita sono così distinte dall’autore: 1) La fase storica di Gerusalemme: la fidanzata dell’Agnello; 2) La fase definitiva di Gerusalemme: la sposa dell’Agnello.

Il suggerimento conclusivo proposto da Manzi è che l’attrazione del Risorto è l’orizzonte de discernimento spirituale. L’Apocalisse fornisce vari criteri di discernimento, che resta comunque un compito estremamente complesso.

Il contributo si conclude con l’annotazione che la libertà umana è in ogni caso attratta dal Crocifisso risorto.

Il volume si presenta come un ottimo sussidio didattico per l’insegnamento della teologia per laici. Se ne potranno avvalere comunque i responsabili dei gruppi di vangeli, i catechisti e ogni persona interessata ad avere una guida solida e aggiornata alla “foresta” biblica, che resta il faro indispensabile che guida la vita della Chiesa e che è offerta di lievito di vita buona a ogni persona di buona volontà.

  • Franco Manzi (a cura), Il pane della parola di Dio. Introduzione alla Bibbia (Teologia per laici – Nuova serie), Ed. Àncora, Milano 2026, pp. 368, € 26,00, ISBN 9788851432089.
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