
C’è una frase, all’inizio del libro di Emanuela Perrone, che vale più di ogni premessa: l’autrice racconta di essere stata, per anni, una donna convinta di doversi difendere da Dio e dalla Chiesa per essere libera, e di aver scoperto invece di essere liberata proprio nell’istante in cui ha permesso a Dio di entrare nella sua storia, alla luce di un incontro con Cristo per mezzo di Maria, a Medjugorje.
È da qui, da questo rovesciamento vissuto prima che pensato, che il libro prende avvio, e riesce a rendere bene qualcosa che spesso sfugge: il peccato originale non è un evento archiviato nel passato, ma riguarda ciascuno nel presente, dentro la propria ferita, in ogni maschera o io illusorio che ci costruiamo – non per sanarla, ma per fuggirla, cercando un sollievo immediato dalla sofferenza senza prendere su di sé la responsabilità del desiderio, di quell’anelito di Dio.
Perrone attraversa la ferita con l’intento dichiarato di intercettare la concretezza del disagio contemporaneo: descrive con precisione l’illusione di ciò che potremmo chiamare un fantasma sacrificale, l’idolo – una relazione, un lavoro, una sostanza – che non libera come l’amore, ma pretende, domina, assorbe, chiede sacrifici. Non è ciò che entra dall’esterno a contaminare l’uomo, ma ciò che esce dal cuore già ferito (cf. Mc 7,15-22). È il godimento senza legge di cui parla una certa tradizione clinica, sebbene non lo si nomini così: una pulsione che si crede vita e lavora, silenziosamente, come pulsione di morte.
Ne nasce, mi pare, una fuga sotto forma di rifiuto, di negazione, di una ricerca ansiosa di sicurezza, sine cura – capace solo di anestetizzare la mancanza, mai di colmarla. È la stessa teshuqah di dominio che attraversa tutta la Genesi, dal desiderio della donna piegato al marito al peccato accovacciato alla porta di Caino, mostrando i suoi effetti distruttivi in ogni relazione affettiva e familiare: è la radice della volontà di potenza e, contro di essa, la Scrittura pone la nudità e il limite –, una misura da abitare, non da rimuovere, vissuta positivamente non come colpa da nascondere ma come luogo in cui – come scrive la stessa Perrone – in Cristo la debolezza diventa il mezzo per acquisire la vera pienezza (cf. 2Cor 12,9).
È proprio questa attenzione al concreto, capace di raccontare più che teorizzare, a rendere il libro utile ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori – un diario spirituale prima ancora che un trattato – sebbene, a tratti, tenda a irrigidirsi in una tassonomia un po’ troppo ordinata, quasi un manuale, come se la conversione, una volta raccontata, avesse bisogno di sistemarsi in teoria per poter essere condivisa.
A un certo punto, infatti, il peccato smette di essere solo l’effetto di una vicenda personale: nei capitoli dedicati alla contemporaneità – la crisi della relazione, l’attacco all’ordine della creazione, una tecnica senza legge che riduce l’uomo a prodotto biologico selezionabile anziché a vita da custodire – emerge un vero e proprio peccato sociale, una crepa che non abita più solo il singolo cuore ma il tessuto della cultura in cui viviamo.
Il libro insiste, giustamente, che la mancanza non è un’afflizione da cui guarire in fretta, ma un’apertura ontologica: è questo che chiede la domanda che Cristo stesso pone al paralitico di Betzaetà, prima ancora di ogni guarigione del corpo: vuoi guarire?
Non è una domanda retorica, ma la chiave che lascia intuire, in controluce, uno schema implicito dell’uomo contemporaneo: sospeso tra due rischi speculari, entrambi erronei. Da un lato, una legge senza fede – morale disincarnata, ideologia, il rischio di una religione sterile e senza vita, la lettera che uccide invece di dare vita, di cui mette in guardia Paolo (cf. 2Cor 3,6; Rm 7,7-13; Gal 3,10-13); dall’altro, un desiderio senza legge, che scambia per libertà quello che è soltanto arbitrio, libertinismo, pulsione cieca del cuore.
Tra questi due estremi il libro cerca, con onestà, una terza via, che Perrone chiama santificazione e che potremmo indicare, in un primo momento, come il coraggio di abitare la propria ferita – di prendere, ogni giorno, la croce (cf. Lc 9,23): prendersi carico del desiderio, riconoscere l’anelito divino e l’identità più intima – l’Effatà evangelico, l’aprirsi dei sensi e del cuore, il farsi bambini per poter davvero stupirsi – quell’interior intimo meo di cui parlava Agostino, dove Dio abita più in profondità di quanto l’uomo abiti sé stesso.
Decisivo, in questo cammino, è il perdono. Unico atto che ci rende davvero simili a Dio, ciò che rompe il circolo del dominio e dell’ego: il perdono.
Non è un atto che cancella il male subito, ma la scelta di consegnarlo a Cristo, spezzando quella stessa teshuqah di dominio che continuerebbe, senza di esso, a nutrirsi della ferita e a riprodurla nella relazione con l’altro.
Non si perdona per essere in pace, ma bisogna essere in pace per perdonare: serve anzitutto riappacificarci con la nostra inquietudine originaria.
È qui che il libro trova il suo punto più alto, quando ricorda che l’identità dell’uomo – ferita e redenta insieme – trova piena luce solo nel mistero del Verbo incarnato, per riprendere l’intuizione conciliare di Gaudium et spes 22.
Ricorre qui la medesima dialettica di natura e grazia che innerva ogni pagina: la natura ferita non va né disprezzata né assolutizzata, ma assunta e sanata, vissuta da risorti già oggi, come ricorda la pagina conclusiva dedicata all’identità che rinasce. È da questa certezza – quella che nasce dal certamen, dalla buona battaglia di cui parla san Paolo – che il libro chiede di ripartire, più che dalla fuga in un’immediatezza che promette pace e lascia solo stanchezza.
È una lettura per chi cerca risposte a quelle domande che nascono da mancanze strutturali, quel grido dell’anima che anela all’infinito: il merito del libro sta proprio nel linguaggio semplice ma chiaro e diretto, nel mostrare – più che dimostrare – un itinerario vissuto, con la genuinità di chi ha avuto il coraggio di mettersi in discussione e di cambiare.
È il rischio che corre, del resto, anche l’uomo contemporaneo cui il libro si rivolge: sazio di rifugi e disperato di senso, pieno di tutto tranne che di quella fame che soltanto il pane vero può saziare per sempre.
Pace ai cuori feriti non pretende di rispondere a tutto, e forse è proprio questo il suo pregio più vero: lascia il lettore con una domanda che non si chiude nell’ultima pagina, ma continua a lavorare, come una ferita che il libro non chiude – e non doveva farlo – ma invita ad abitarla: non per restarne prigionieri, ma per viverla, già ora, da risorti.
- PERRONE EMANUELA, Pace ai cuori feriti. Dalle ferite al ritorno al Padre, ESD-Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2026, € 13,00, pp.144, EAN: 9788855451574.





