11 settembre 2001: l’ultimo evento della coscienza collettiva

11 settembreCi sono momenti che tutti ricordiamo. Non soltanto per quello che è accaduto, ma perché siamo in grado di associare a quel ricordo un luogo, delle persone, un’emozione.

L’11 settembre 2001 è uno di questi. A distanza di 25 anni, moltissime persone sanno ancora dire dove si trovavano, con chi erano e che cosa stavano facendo quando hanno saputo dell’attentato. È anche per questo che l’11 settembre è stato e resterà uno spartiacque socio-culturale. Ha cambiato la società, gli equilibri geopolitici, la ridefinizione dell’idea di terrorismo, ma anche la narrazione e la percezione delle emergenze. Come pochi altri accadimenti (le due guerre mondiali, per esempio) ha segnato un “prima” e un “dopo”.

Ma c’è un altro aspetto, meno evidente, che rende l’attentato alle Twin Towers irripetibile. È stato probabilmente l’ultimo grande avvenimento globale capace di imprimersi nella coscienza collettiva attraverso un numero limitato di rappresentazioni, diventate subito riconoscibili da tutti. Le Torri che crollano, la nube di polvere, le persone che scappano, quelle che si buttano disperatamente dai grattacieli, gli aerei che colpiscono gli edifici. Scene così profondamente impresse che, anche dopo un quarto di secolo, basta evocarle affinché tornino in mente.

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Ma è ancora possibile, oggi, nel tempo della cultura digitale e della produzione e diffusione massiva di contenuti visivi, che alcune istantanee riescano a diventare patrimonio comune? Provo a rispondere durante le mie lezioni e i miei incontri di formazione, quando, affrontando il tema della memoria sociale, faccio un esercizio molto semplice. Mostro ai presenti alcune fotografie e chiedo loro se le ricordano.

Quando compaiono la “Napalm Girl”, la fotografia di Nick Ut scattata durante la guerra del Vietnam, o quella dell’“Unknown Rebel”, il giovane che nel 1989 si fermò davanti ai carri armati in piazza Tienanmen, il riconoscimento è quasi sempre immediato. Non tutti sanno indicare il nome del fotografo, la data o ricostruire esattamente la situazione, ma quella fotografia apre comunque qualche cassetto dei ricordi e dimostra di appartenere a un repertorio visivo condiviso.

Con scatti più recenti, diventati virali attraverso i social network, il riconoscimento tende invece a diminuire. Penso, per esempio, alla fotografia del corpo di Alan Kurdi, il bambino siriano ritrovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum nel 2015, o alle immagini strazianti che arrivano da Gaza. Sono fotografie che, pur non avendo nulla da invidiare, per intensità emotiva e forza comunicativa, a quelle che hanno segnato l’immaginario del Novecento, fanno più fatica a lasciare una traccia duratura.

Non è quindi la forza di queste testimonianze a essere diminuita. È mutato il contesto nel quale le incontriamo: sono molte di più, arrivano senza sosta, si sovrappongono l’una all’altra, vengono manipolate, risignificate e rapidamente sostituite da quelle successive. Il problema non è più riuscire a vedere ciò che accade, ma riuscire a trattenerlo.

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La cultura digitale introduce così un cambiamento radicale. Non abbiamo più a che fare con contenuti che arrivano, si impongono e poi restano, ma con un flusso incessante nel quale ogni immagine viene rapidamente rimpiazzata da quella successiva. Anche la sofferenza, la guerra, le catastrofi entrano dentro questo meccanismo. Le scrolliamo continuamente, ma proprio questa esposizione senza interruzione rischia di renderle progressivamente meno in grado di provocarci una reazione.

La moltiplicazione dei punti di vista non coincide, però, con una maggiore capacità di conoscere la realtà. Può accadere il contrario: la realtà ci raggiunge in una quantità tale di frammenti da diventare sempre più difficile da ricomporre.

È qui che il digitale mostra uno dei suoi paradossi più profondi: all’enorme allargamento della capacità di vedere non corrisponde necessariamente un aumento della capacità di comprendere. La visione permanente ci mette continuamente a contatto con ciò che accade, ma rischia di trasformare anche ciò che dovrebbe scuoterci in qualcosa che semplicemente attraversiamo con lo sguardo. E che poi lasciamo andare.

La tensione, allora, è tra la quantità di ciò a cui siamo esposti e la possibilità di attribuirgli un significato. Perché qualcosa possa trasformarsi in esperienza non basta averlo visto: occorre il tempo per comprenderlo, elaborarlo e farlo entrare nel proprio orizzonte di senso. L’11 settembre appartiene a una storia nella quale alcune rappresentazioni hanno potuto ripetersi, fissarsi e diventare parte di una memoria condivisa, una condizione che oggi, nella contemporaneità velocissima e complessa, appare impossibile da replicare.

Proprio per questo, commemorarlo oggi significa anche riscoprire il valore di ciò che sappiamo custodire: non è solo un esercizio di memoria, ma un’occasione per tornare a dare tempo, qualità e significato alle immagini che ci attraversano. Un modo, in fondo, per educare all’umano e alla sua bellezza.

Massimiliano Padula è sociologo dei processi culturali e comunicativi presso la Pontificia Università Lateranense

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