Sud Sudan, un sogno durato poco

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A quindici anni dall’indipendenza, il Sud Sudan è precipitato tra guerra civile, corruzione e collasso economico. Mentre la classe dirigente si contende le risorse del petrolio, milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti umanitari. Enzo Nucci è stato corrispondente della RAI per l’Africa subsahariana. Dal sito della rivista Confronti, 1 settembre 2026

Il 9 luglio 2011 l’attore George Clooney, attivista per i diritti umani, non volle mancare alla cerimonia per la nascita ufficiale del Sud Sudan, la nazione più giovane del mondo. Era anche lui sul grande palco per celebrare la fine di una lunga e sanguinosa guerra con il Sudan (che aveva causato due milioni di morti) e il risultato del referendum (tenutosi sei mesi prima) che con il 99% dei consensi tra i quasi 4 milioni di elettori aveva sancito in modo pressoché plebiscitario l’indipendenza dall’oppressivo esecutivo di Khartum, allora guidato dal feroce dittatore Omar Hasan Ahmad al- Bashir, al potere per 30 anni con il pugno di ferro.

Di quei giorni di speranza e di cambiamenti annunciati, promesse e giuramenti solenni, mobilitazioni pacifiste internazionali e impegni finanziari per aiutare il neonato Sud Sudan, non resta nulla. Tutto cancellato. Gli ultimi 15 anni hanno trasformato il Paese in un teatro di guerra civile interetnica, flagellato dall’emergenza umanitaria e dai disastri climatici. Nelle fredde cifre emerge la drammatica fotografia: il Sud Sudan è il sesto Paese più povero al mondo, con un reddito pro capite di appena 470 dollari nel 2025. La principale risorsa del Paese è l’estrazione del petrolio, ma gli introiti sono crollati a causa della guerra che dilaga nel confinante Sudan, attraverso cui transitano gli oleodotti e le esportazioni.

La corruzione ha raggiunto livelli parossistici, così come la disastrosa gestione delle finanze statali. Nel 2012 il presidente Salva Kiir ammise candidamente che 4 miliardi di dollari erano stati rubati, invitando politici e amministratori a rimettere nelle casse pubbliche il maltolto. Pleonastico ricordare che l’invito non fu accolto dagli interessati, a partire dallo stesso presidente e dalla sua famiglia particolarmente impegnata nelle ruberie.

Quest’anno un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha rilevato che il Sud Sudan continua a vendere petrolio con mesi di anticipo rispetto alla consegna e che le controversie relative a carichi di petrolio non consegnati e debiti garantiti dal petrolio sono arrivate al giudizio dei tribunali commerciali del Regno Unito.

Secondo un rapporto diffuso dalla Commissione per i diritti umani dell’Onu, dal 2011 (anno dell’indipendenza) ad oggi i proventi del petrolio sarebbero stati pari a circa 23 miliardi di dollari ma solo il 36% sarebbe entrato nel bilancio dello Stato. Il resto si è volatilizzato attraverso un inestricabile labirinto di intermediari, conti bancari esteri, «progetti speciali» appaltati in modo poco trasparente a esponenti politici o loro prestanome.

Non ricevendo valuta dall’estero per le vendite petrolifere, il Sud Sudan è in perenne crisi monetaria: di conseguenza si registra una drammatica svalutazione della sterlina sudsudanese, una mazzata per la popolazione. Dopo l’indipendenza, il Sud Sudan non ha fatto in tempo a guarire neanche superficialmente dalle ferite del conflitto con il Sudan durato 40 anni perché è stato risucchiato nel gorgo di una guerra civile appena due anni dopo la nascita della nazione.

A scontrarsi senza risparmio di vicendevoli atrocità ci sono le truppe fedeli al presidente Salva Kiir, di etnia dinka, e quelle legate al vicepresidente Riek Machar, di etnia nuer. Tra il 2013 e il 2018 sono morti 400 mila sud sudanesi e più della metà della popolazione è stata sfollata. Nonostante l’Accordo di pace firmato nel 2018, la stabilità politica è lontanissima, funestata quotidianamente da violenze intensificatesi dal 2025. Inoltre, da 20 mesi il vicepresidente è detenuto nel carcere di Juba, la capitale.

Il governo ha annunciato lo scorso giugno che terrà le sue prime elezioni generali dall’indipendenza il prossimo 22 dicembre. Il ricorso alle urne era già stato fissato per il dicembre 2024 ma era stato rinviato di due anni per i ritardi nell’attuazione di alcune parti dell’Accordo di pace relative all’unificazione delle forze di sicurezza e al processo costituzionale ed elettorale.

Mentre la cleptocrazia al potere litiga ferocemente per disossare fino all’ultimo il Paese, la popolazione vive l’incubo di una gravissima crisi umanitaria e alimentare. Ben 10 milioni di persone su 14 milioni di abitanti necessitano di aiuti umanitari e quasi 8 milioni vivono una condizione di acuta insicurezza alimentare. Neanche papa Francesco che si inchinò a baciare i piedi al presidente Kiir e al vicepresidente Machar invocando la pace è riuscito a fermare le stragi.

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