Polonia: fra insegnamento della religione e “ucrainofobia”

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Conflitto e consenso fra Chiesa e governo: un aspro confronto sul tema dell’insegnamento della religione nelle scuole si affianca ad un prezioso sostegno nell’arginare la spinta xenofoba verso i circa due milioni di ucraini profughi o stabili nel paese.

La legislazione circa l’insegnamento della religione impostato nel 1990-1992 in maniera assai favorevole alle Chiese ha subito con l’attuale maggioranza della Coalizione civica una torsione importante (2024). In una dichiarazione del 24 agosto scorso i vescovi l’hanno così riassunta: «Osserviamo con preoccupazione le disposizioni del ministero dell’istruzione nazionale, mossi dalla nostra preoccupazione per le giovani generazioni. L’obbligo di collocare le lezioni di religione prima o dopo le altre materie scolastiche, la riduzione dell’orario di insegnamento a un’ora settimanale, la possibilità di accorpare le classi e l’eliminazione dell’insegnamento religioso nella valutazione complessiva finale stanno portando all’emarginazione della religione a scuola. Chiediamo pertanto che queste lezioni vengano immediatamente reinserite nella loro collocazione originaria e ci instauri un dialogo costruttivo con i rappresentanti della comunità religiose».

Due approcci differenti

Le richieste episcopali si fondano sullo status giuridico dell’insegnamento religioso secondo le sentenze della Corte costituzionale, mentre la prassi scolastica dipende dalle norme del ministero. La Corte costituzionale è già intervenuta tre volte sconfessando prima l’accorpamento degli studenti, poi la rimozione dalla valutazione complessiva dell’insegnamento e infine l’intero regolamento approntato e difeso dalla ministra Barbara Nowacka. E questo in nome della mancata consultazione con le Chiese espressamente richiesta dalla legge.

Ma il ministero, il governo e la maggioranza denunciano la nomina politica da parte della vecchia maggioranza di alcuni giudici e conseguentemente alcune delle sentenze non sono recepite nella Gazzetta ufficiale e quindi non sono ritenute vincolanti. La disinvolta “occupazione” della magistratura da parte del precedente governo, più volte denunciata dall’Unione Europea e mai avvertita e segnalata dai vescovi, alimenta un preoccupante veleno istituzionale.

Il confronto governo-episcopale nella commissione congiunta non ha prodotto risultati nonostante le contro-proposte ecclesiali (diminuzione progressiva da due a un’ora settimanale per le superiori, garanzia per i circa 30.000 insegnanti, conferma della prassi precedente per il primo ciclo). L’inquietudine degli insegnati e l’incertezza delle famiglie sono ulteriormente sollecitate da una proposta di legge approntata dall’associazione degli insegnati di religione e condivisa dalla gerarchia e dalla disposizione del ministero che ha reso obbligatoria un insegnamento di educazione sanitaria.

La proposta di legge che ha raccolto oltre 500.000 firme prevede il doppio binario: la scelta delle famiglie e dei giovani fra insegnamento religioso o insegnamento dei fondamenti della morale. Ambedue obbligatori e parte della valutazione complessiva scolastica. Con la piena equiparazione degli insegnanti che, per quanto riguarda la religione manterrebbero la necessaria vidimazione dell’ordinario.

La proposta è entrata in parlamento e delegata alla commissione per l’istruzione e le politiche regionali e qui si è sostanzialmente fermata con il sospetto di una decisione politica. L’avvio di un insegnamento di educazione sanitaria a partire dal primo settembre ha trovato significative perplessità ecclesiali non in sé stessa, ma per la visione di matrimonio e di famiglia che emerge dai programmi e dai libri di testo.

Anche se il ministero fa notare la prevista facoltatività del modulo relativo alla sessualità all’interno dell’insegnamento di educazione sanitaria, i vescovi registrano una indebita sostituzione della scuola a una funzione fondamentale della famiglia. Un campo di tensione che non manca di sbracature da parte dei più facinorosi delle due fazioni.

Si alla storia no alla xenofobia

Altra temperie per quanto riguarda l’inquietante crescita xenofoba rispetto gli ucraini che prima e durante l’aggressione russa hanno trovato ospitalità nel paese. Oltre alle numerose prese di posizione già segnalata va registrato l’appello del consiglio permanente dei vescovi, datato il 26 agosto. «Di recente i media hanno riportato un aumento delle aggressioni tra ucraini e polacchi. Tutti questi episodi, a prescindere dal fatto che siano motivati da nazionalismo, teppismo o attività criminali, sono da condannare».

Ricordano la grande generosità di accoglienza in Polonia dei rifugiati ucraini dopo l’aggressione russa, quando «abbiamo generosamente aperto loro le nostre case e i nostri appartamenti, e decine di organizzazioni umanitarie e migliaia di persone di buona volontà in tutto il paese hanno offerto il loro aiuto ai rifugiati in transito verso altri paesi o che si sono temporaneamente stabiliti in Polonia […] I suddetti episodi contrastano nettamente con le azioni intraprese dalla Chiesa negli ultimi quattro anni […] Chiediamo un dialogo storico onesto affinché le zone d’ombra della nostra storia comune possano essere chiarite. Chiediamo inoltre di astenersi dall’alimentare argomentazioni nazionalistiche ostili a chiunque. Infine chiediamo alle autorità statali di prevenire con maggiore efficacia gli incidenti di natura nazionale, garantendo al contempo il rispetto della legge da parte di tutti coloro che si trovano nel nostro paese».

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