
Giovedì 1 ottobre 2026, anniversario della uccisione ad opera delle truppe nazifasciste dei beati don Elia Comini (salesiano) e p. Martino Capelli (dehoniano) insieme a 44 compagni di prigionia a Pioppe di Salvaro (BO), si è tenuta una concelebrazione eucaristica nella parrocchia di Calvenzano di Vergato (BO), paese che ha dato i natali a don Elia Comini, alla quale è seguita l’inaugurazione e la benedizione di una struttura per l’accoglienza di ragazze madri ospitata nella casa natale di don Elia Comini completamente restaurata (la casa sarà gestita dalla Comunità della Missione di don Bosco APS). Riprendiamo di seguito l’omelia del superiore generale dei dehoniani, p. Carlos Luis Suárez Codorniú nella concelebrazione eucaristica.
Calvenzano di Vergato (BO), 1 ottobre 2026
Nel maggio del 1883, don Bosco ricevette padre Leone Dehon a Parigi. Fu un incontro breve, ma di grande ispirazione per il nostro fondatore. Le parole che gli rivolse don Bosco, «con tono sicuro e rassicurante», gli infusero una grande speranza riguardo alla Congregazione che il venerabile Leone Dehon aveva appena iniziato: «La sua è, certamente, un’opera di Dio». Dehon custodì con gratitudine, nella sua memoria e nei suoi scritti, il dialogo di quel giorno: «Il nostro breve incontro con don Bosco ci ha fatto un gran bene»
Il dialogo e l’incontro possono sempre fare un gran bene quando li si comprende come papa Leone XIV nella enciclica Magnifica Humanitas: «una dimensione ordinaria della vita umana (…). Si tratta di acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme» (MH 220).
Sicuramente così accadde tra don Elia e padre Martino durante quell’intensa estate del 1944, insieme a mons. Fidenzio Mellini a Salvaro. Li immagino tutti e tre seduti a tavola, o camminando per la canonica, condividendo impressioni, notizie, suppliche e sentimenti su quanto stava accadendo nei dintorni, in Italia e nel mondo. Di fronte alla realtà che avevano davanti, è probabile che più di una volta si siano riconosciuti fragili e piccoli. Tuttavia, sostenuti dalla loro fede cristiana, non cedettero a un’altra visione del mondo e delle relazioni umane che non fosse segnata dall’amore e dalla misericordia di Dio.
Tutto li sopraffaceva, sì, ma anche la grazia. Infatti, in quella quotidianità così colpita, Dio concesse loro la grazia di abbracciare come proprio ciò che più tardi avrebbe espresso il Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (GS 1).
Questo era l’eco che risuonava incessantemente in ciascuno di loro, con più forza del rumore mortifero delle armi che annienta la vita. Elia e Martino, così come don Ubaldo e don Giovanni Fornasini, prolungarono quell’eco in gesti di uscita e di incontro. Andavano incontro a coloro che abitavano quelle montagne per ascoltarli, parlare con loro e assisterli spiritualmente, persino i più violenti.
Il proposito che li mise in cammino si può riconoscere in ciò che aggiunge il Papa nell’enciclica citata: «Se facciamo esperienza dell’incontro autentico con l’altro, il diverso, lo straniero, il migrante, diventa molto più difficile anche solo immaginare la guerra».
I nuovi beati, come tanti altri, cercarono di viverlo in questo modo. Non è forse eloquente che, tra i resti del beato don Giovanni Fornasini, si sia trovato il dizionario tedesco-italiano che utilizzava nella sua missione pastorale? Una prova, senza dubbio, del suo profondo desiderio di essere un ponte per tutti.
Tuttavia, nessuno di loro era ingenuo. Conoscevano i rischi che comportava stare dove stavano. Nonostante ciò, poté di più la vocazione e il ministero sacerdotale che svolgevano. Erano, veramente, «agnelli in mezzo ai lupi». «Fratelli lupi», come preciserebbe san Francesco.
In ogni caso, nella vocazione e nel ministero che li andò plasmando, trovarono il modo di vivere e sviluppare la cultura dell’incontro in cui erano cresciuti. Attraverso la famiglia, la chiamata, l’ascolto della Parola, l’Eucaristia, la vita fraterna e l’amore a Maria — Ausiliatrice e Madre addolorata di fronte a ogni ingiustizia —, andarono riconoscendo il passaggio di Dio, l’incontro con Lui, nelle loro vite e nella vita della gente, specialmente dei più dimenticati.
Di questo dà un buon esempio don Elia Comini. A differenza di Giobbe — almeno del Giobbe che vive intrappolato nel suo mondo di riti e sacrifici, incapace di dialogare con Dio e con i suoi —, don Elia, a soli 21 anni e con la professione perpetua appena emessa, aveva già compreso l’importanza del dialogo permanente con il Signore.
Il 31 luglio 1931, iniziando un ritiro spirituale, con enorme libertà interiore e audacia giovanile salesiana, scrisse: «O mio carissimo Gesù, diciamoci le cose in confidenza a tu per tu, senza equivoci. Io son disposto ad ascoltare, a proporre, fammi entrare in me stesso, affinché comprenda la tua voce».
Da quell’allenamento umile, sincero e costante ad ascoltare e dialogare, espressione di un ascetismo sano e genuino, quando giunse l’ora, don Elia non chiuse le orecchie alla voce che tanto desiderava comprendere: la accolse.
Altri, al contrario, preferirono distogliere lo sguardo, evitare dialoghi compromettenti e rifuggire qualsiasi incontro o compagnia che potesse essere malvista. Sembrava meglio isolarsi o nascondersi. Non è forse questa la tentazione che accompagna l’umanità fin dai suoi albori? I nostri beati, tuttavia, non elusero le domande fondamentali di Dio: «Dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», «Che cosa hai fatto?».
Sono interrogativi perentori, ma non furono pronunciati per condannare né annientare, bensì per riparare e ristabilire il dialogo con Dio e con il prossimo, interrotto in mille modi dalla menzogna, dall’egoismo e dall’avidità. Con queste domande, Dio continua a proporre il dialogo che libera e guarisce il cuore umano da tutto ciò che lo allontana da sé stesso, dalla sua stessa dignità, dalla fraternità e dalla vera gioia.
Sono domande che agiscono come guide indispensabili nel cammino di ritorno a casa, alla famiglia, alla comunione con Dio e con i fratelli. Attendono una risposta per incanalare nuovamente le vicissitudini umane verso il ricongiungimento, il perdono e la riconciliazione.
Oggi siamo tornati alla casa di don Elia, dove tutto iniziò per lui. Oggi, come allora, la sua casa torna ad aprirsi alla vita. Pensando a questo, e alla bellissima missione che avrà, permettetemi, per concludere, di appropriarmi delle parole di san Giovanni Bosco al nostro fondatore e di ripeterle con tutta convinzione e venerazione: «Questa è, certamente, un’opera di Dio».




