Sinner, il ginocchio del campione

Foto LaPresse.

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Per me è una noia, ma per il campione è un dramma. Quando il ginocchio gli si ribella e non intende più rendergli il servizio, sul quale egli contava, per vincere. Per vincere. Il campione è condannato a dover vincere. Se non vince, non è più un campione.

Pare che la parola sport derivi dal latino deportare, nel significato di un portar via, allontanare qualcuno dalle sue attività e dalle preoccupazioni quotidiane. Lo sport, infatti, è un gioco.

Un tempo bastava una corona d’alloro…

A fare sport ci si diverte. Era così, certamente, quando vincere a Wimbledon non significava guadagnare quattro milioni e duecentomila euro e il premio al vincitore delle Internazionali di Roma non era ancora di un milione seicento mila euro e spiccioli, come accade oggi. Senza dire della fama che procura al campione, sempre più gettonato, con premi astronomici, nel grande mercato della pubblicità.

Oggi il campione è un importante businessman, operoso sulla piazza del grande mercato internazionale. È il motivo per cui, dopo avergli dato tutto il rispetto dovuto alla persona, io non gli do più l’ammirazione che davo a chi gareggiava per una corona di alloro e una medaglia. Gli potrei dare, caso mai, quell’ammirazione che, anche se controvoglia, do a Elon Musk o a Donald Trump, per la loro straordinaria bravura nel condurre i loro affari.

Se, nelle Olimpiadi, si conservano ancora i valori tradizionali, come il rispetto dell’avversario, la ricerca dell’eccellenza, la fratellanza tra i popoli, bisogna pur dire che anche nelle Olimpiadi è cambiato il significato della vittoria: nell’antichità il vincitore veniva incoronato con una corona d’alloro e veniva a godere di un alto prestigio nella società, Oggi la medaglia d’oro conserva felicemente il suo valore simbolico, ma, nell’opinione pubblica, il valore simbolico della medaglia passa in secondo piano rispetto alla montagna di denaro che il successo fa piovere sul campione, attraverso sponsorizzazioni e contratti pubblicitari.

Nel passato, a partire da san Paolo, la predicazione cristiana esaltava, come modello da imitare nella vita spirituale, la figura dell’atleta, per la dedizione e l’impegno con cui affronta il sacrificio necessario. Egli lo fa «per ottenere una corona che appassisce»: quanto più dovrebbe brillare per la sua dedizione il cristiano che lotta nella vita per ottenerne «una che dura per sempre» (1Cor 9,25).

Compromessa, almeno in parte, l’esemplarità dell’attività sportiva, oggi incombe alla Chiesa, piuttosto, il dovere di una funzione critica nei confronti delle pratiche sportive più diffuse.

Papa Leone, in occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici Invernali del febbraio scorso, e dei XIV Giochi Paralimpici del marzo successivo, diceva che la Chiesa si sente vicina anche allo sport «vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica», ma aggiungeva che, allo stesso tempo, ha «particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni».

L’invadenza del denaro

Forse oggi è troppo poco dire che si preferiscono le attività sportive di base rispetto a quelle di alto livello, perché appare sempre più necessario deplorare tout court, e con il massimo vigore, l’invadenza del denaro nella pratica dello sport, diventata ormai così invasiva da aver trasformato le attività sportive in grandi giri d’affari. Ci si domanda se le competizioni degli atleti meritino ancora il titolo di “competizioni sportive”. La Lettera sul valore dello sport di Leone XIV, del febbraio scorso, non manca di farlo, nel prosieguo del suo discorso.

È vero che «gli sportivi costituiscono un modello che va riconosciuto e accompagnato. La loro esperienza quotidiana parla di ascesi e di sobrietà, di lavoro paziente su sé stessi, di equilibrio tra disciplina e libertà, di rispetto dei tempi del corpo e della mente». Ed è anche vero, e di grande importanza, che «queste qualità possono illuminare l’intera vita sociale». Gli sportivi infatti determinano ampi strati dell’opinione pubblica e il campione vi brilla come un cittadino di successo.

Ne consegue che è del tutto pertinente esigere dal campione e a chi aspira a diventarlo, indipendentemente dalla moralità della sua condotta nel privato, di essere esemplare come cittadino.

È poco convincente giustificare i trasferimenti della propria cittadinanza altrove, perché a Monaco ci sono migliori opportunità di allenamento, quando, risultando residente a Monaco, a certe condizioni, il suo debito al fisco potrebbe ammontare a euro zero.

Se il titolo di campione non afferisce alla sua vita privata, certamente afferisce alla sua vita pubblica di cittadino, che nella sua città è cresciuto e si è formato, e dalle istituzioni della sua città ha ricevuto le strutture e gli strumenti della formazione, grazie alla quale egli è potuto diventare un campione.

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